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GIULIANO GALLETTA, CRONACA D’ARTISTA Chi è “L’insostituibile Calogero” e perché il suo autore (uno
difficile da trovare, se nella stessa raccolta di poesie ha scritto “Sono/soltanto/qui”,
ma anche “Non sono/neppure/qui”) invita, per esempio, al “Delirium stabile”?
Per rispondere ci vuole, intanto, una bussola che aiuti ad orientarsi tra
mostre, ambientazioni, libri e antilibri, opere teatrali e poetiche, segni e
sogni grafici e visivi di Giuliano Galletta, artista prestato al giornalismo
(oppure il contrario, le sue vite coesistono indissolubilmente e “anche se
non sembrano in comunicazione - dice lui - in realtà un rapporto tra loro ci
deve pur essere, ma non so quale”). Il suggerimento è di cercare e poi di aprire i propri cassetti,
armadi, cantine, marsupi, bazar o gonnellini di Eta Beta più caotici
(provocatoriamente vivi, ma non per questo sensati) e farne saltar fuori
tutti i grovigli di carte, biglietti, oggetti e reliquie che conservano, dai
numeri di telefono per chiamare l’Apollo 11 al manubrio di Girardengo, alla
trama di film mai girati, alle ultimissime, inedite, lettere di Jacopo Ortis:
sarà un richiamo irresistibile, un canale segreto e insieme collettivo, per
entrare in contatto senza più smarrirsi con la galassia di omologhi cassetti,
cantine e bazar dell’immaginario che Giuliano Galletta continua a partorire
nelle sue molte esistenze parallele, intrecciando letteratura, arti visive e
altri labirinti di possibilità espressive, costruendo e decostruendo
strutture “mito-morfiche” come invocava Jacques Derrida per dar forma a ciò
di cui si parla: per esempio le possibilità di comunicare, il ruolo sociale
dell’artista, identità o pseudoidentità sempre in autoironica discussione, il
parossistico consumo di oggetti e rapporti. Non è facile ugualmente
districarsi nell’opera (che poi è sempre “L’opera in corso come corso
dell’opera”, dunque sfuggente anche se piena di segnali) di Galletta,
“cominciata - racconta - con il teatro e nel rapporto con l’immagine, dai
romanzi visuali alle poesie visive ed evoluta anche in film, performance,
ambientazioni, mostre e allestimenti collettivi”. Il suo primo lavoro, a
diciannove anni, è stato l’atto unico “L’insostituibile Calogero”, in scena
nel 1974 con il collettivo teatrale Il Pozzo all’Instabile di Genova, poi
quattro anni dopo arriva il romanzo visuale “tous jours” dove l’impronta
letteraria dell’autore diventa anche autoironica impronta digitale sotto
frammenti, immagini, citazioni che definiscono uno pseudo-diario, raccontato
anche con cruciverba, rebus, lezioni di scacchi in cirillico. Nel 1979 nasce
il film in super8 “Deriva” e Giuliano Galletta porta a Belgrado la sua
performance “Cosa importa chi parla?” allestita al Centro culturale degli
studenti ed espone a Varsavia, nella collettiva “Other child book” alla
Remont Gallery della capitale polacca. Nell’elenco delle sue opere (dove
spesso, anche nelle più intense e impegnate ricerche e proiezioni speculative
e artistiche, ci sono tracce evidenti ed esplosive di quel “Confesso che ho
goduto” titolo di una delle sue più recenti Ventirighe sul Secolo XIX,
dove lui naviga al desk tra cronaca e cultura) c’è anche la creazione con
Sandro Ricaldone e Carlo Romano nel 1984 dell’Ufficio ricerche e
documentazione sull’immaginario, che deve aver fornito moltissimo materiale a
tutti i suoi lavori: per esempio, all’ambientazione “Appunti per una casa
pericolosa” del 1990 dove un catafalco nero in una camera bianchissima tra
libri sparsi è lo studio dell’analista, e un’altra stanza trabocca di sedie
pieghevoli, ricoperte da teli bianchi, spruzzati di vernice rosso-sangue. La
stessa, probabilmente, che undici anni prima bruciava, cancellando o
truccando volti, sulle foto di “Resti” (sottotitolo “Arredare, evadere,
consumare”) per illuminare con il kitsch la logica mercificante del consumo e
la visione di Roland Barthes della fotografia “come particolarissimo momento
in cui, a dire il vero non sono né un oggetto né un soggetto”. Soggetto, molto
soggetto, appare invece Galletta nella performance “Stoffa rossa sulle alture
del Righi” del 1980 il cui reportage fotografico ‘buca le pagine’ dell’
“Almanacco di un altro anno” il suo romanzo-antilibro pubblicato nel 2004 da
Francesco Pirella e aprirlo è un’esperienza assolutamente diversa dalla
lettura: ritorna in pieno l’idea dei cassetti, bazar, icone, pensieri e idee
(merce oggi troppo rara) di uno, nessuno, centomila che affermano o negano,
ma soprattutto impediscono di annegare nel mare dei conformismi e delle
omologazioni. Peccato perdersi questa arte che viaggia sempre fuori dai
circuiti ufficiali, ma riaffiora all’improvviso (per effetto carsico o magari
sotto l’influsso alterno di scirocco e tramontana genovesi, del monsone di
Calcutta e della stagione degli amori delle anguille nel Mar dei Sargassi) in
nuovi allestimenti di cui anche lo stesso Galletta, naturalmente e fino
all’ultimo, ignorerà (o fingerà di farlo) data, luogo e ora. Per
rintracciarlo, intanto, si può leggere la sua rubrica sul giornale: non sarà
la preghiera hegeliana dell’uomo moderno, ma anche in questo caso, peccato
perderla. La firma è la stessa che condensa nell’arte una pantagruelica dose
di divertimento, passione, perplessità, smarrimento, autoironia e soprattutto
un inesauribile serbatoio creativo, dove abbondano anche fantasmi capaci di
dar vita, per dirla ancora con Leo Sarastro, a un romanzo di formazione
ineffabile, “un bildungsroman senza formazione e ovviamente senza romanzo”. Stefano Villa |
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