Matteo Fochessati
Giuliano
Galletta-Cronaca di un altro anno 
A
proposito della condizione eccentrica e marginale tipica del panorama artistico
ligure, di cui si parlava la settimana scorsa, essa fu tanto connaturata a tale
ambiente, nel corso del novecento, da rappresentare un fertile terreno di
accoglienza per alcuni tra i più noti déracinés della cultura internazionale,
si pensi solo al Dino Campana affascinato dalla eleganza di piazza Corvetto o a
Ezra Pound, rifugiatosi a Rapallo dopo la drammatica segregazione sotto la
tenda pisana. E tuttavia questa tensione a escludersi e comunque a
differenziarsi dal contesto di ricerca corrente non è stata solo una
prerogativa della cultura artistica del primo scorcio del Novecento, ma ha
continuato a caratterizzare, come in una sorta di ereditarietà genetica
regionale, anche le esperienze più recenti, tutte emblematicamente connotate da
una propensione all’understatement che senza dubbio rappresenta un carattere
tipico del ligure. E non a caso di understatement estetico si è parlato a
proposito di Giuliano
Galletta, artista visuale che, proprio per una congenita
tendenza alla “dissipazione” del proprio operare, caratterizzato
dall’attraversamento non codificato dei territori dell’arte e da un’estrema
parsimonia dei propri strumenti espressivi, si inserisce a pieno titolo in
questo peculiare filone di ricerca, attorno al quale si sono intrecciate alcune
delle principali esperienze del contesto ligure. E proprio in tale prospettiva
la vicenda artistica di Giuliano
Galletta - che alcuni giorni fa ha presentato a Villa Croce
il suo ultimo lavoro, il volume-romanzo visivo Almanacco di un altro giorno, realizzato secondo le modalità e gli
schemi editoriali del manifesto dell’Antilibro – si è intersecato nella sua
multidisciplinarietà linguistica con un vitale milieu culturale, ricettivo nel
cogliere le più avanzate ricerche del momento, dalle elaborazioni estetiche del
concettuale alle estemporanee azioni di matrice situazionista. Galletta ha
comunque perseguito un percorso autonomo, nel quale la poesia, la fotografia,
l’installazione hanno rappresentato solamente alcune delle componenti formali
di un discorso più complesso e problematico, in grado tuttavia di esprimersi
attraverso un segno minimo e non invasivo. L’arguta affabulazione che
caratterizza la sua ricerca, anche quando questa si manifesta nelle forme
dell’installazione - una modalità operativa scandita anche in questo caso con
parsimoniosa costanza nel corso degli anni - è d’altronde connaturata allo
stesso ambito professionale di Galletta, giornalista e autore per un lungo
periodo di una fortunata rubrica, il cui principale merito era l’essenzialità
di un commento capace di focalizzare quotidianamente in poche righe i
principali fatti del momento. Questa ultima opera letteraria-visuale
rappresenta quindi un ulteriore metafora di una sua introspezione esistenziale,
da cui emergono i lacerti di una memoria personale ma che, attraverso i feticci
culturali e estetici di un’epoca, è in grado di proporsi anche come esperienza
collettiva e condivisibile, seguendo i ritmi del suggestivo gioco di scambio e
cancellazione di identità proposto dall’artista stesso.
2006, “La Repubblica”
