
Giuliano Galletta (Sanremo, 1955) inizia a operare a
Genova, a metà degli anni Settanta, ancora liceale, mettendo in scena nel 1974
una sua piéce "L'insostituibile Calogero", sorta di musical barocco
influenzato, oltre che dal teatro brechtiano,
da autori come Arrabal e Gombrowicz. In quel testo giovanile, ma soprattutto
nell'allestimento e nella regia, sono rappresentati in nuce alcuni dei temi che l'artista
svilupperà poi con altri mezzi: oltre alla scrittura visuale, l'ambientazione
(sempre caratterizzata nella sua opera da forti elementi scenografici) e la
performance.
Negli anni subito successivi (si iscrive alla facoltà di
Filosofia e segue le lezioni di Edoardo Sanguineti), inizia anche l'attività
giornalistica, che diventerà poi professionale, nelle nascenti radio private
(allora dette "libere") del movimento studentesco del '77. La carriera giornalistica proseguirà poi
in diversi quotidiani per approdare al “Secolo XIX", dove dal 2001 al
2005, terrà sulla prima pagina, una rubrica di successo, dal titolo "Venti
righe", che gli varrà anche il premio giornalistico Saint Vincent,
consegnatogli dal presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi nel
dicembre del 2004.
Tornando all'attività artistica, che proseguirà sempre parallelamente
e "sottotraccia" rispetto a quella giornalistica, sin dal 1975/76 gli
interessi di Galletta si spostano dal teatro al fronte più
filosofico/letterario e visuale. Determinante in quegli anni, oltre
all'influenza di Sanguineti e di tutta la tematica della neo-avanguardia
italiana (Manganelli, Arbasino ma anche l'eccentrico Emilio Villa), lo studio
della Teoria critica della società elaborata dalla Scuola di Francoforte ed in
particolare Adorno, oltre a Barthes, Baudrillard, Beckett e la scoperta della
multiforme area situazionista .
Il lavoro di Galletta sarà quindi sempre innervato, da una
consapevolezza dei problemi teorici, filosofici, legati all' operatività
estetica e che diventeranno parte integrante e inseparabile dell'opera stessa.
In questo senso Galletta rielaborerà,. ma in modo autonomo, alcuni dei temi del
Concettuale. Dal punto di vista più propriamente "stilistico" negli
anni dal '75 al '78 Galletta lavora sul rapporto fra parola e immagine nella
direzione segnata dalla ricerca poetico-visuale che aveva avuto a Genova sin dagli anni Cinquanta, grazie al
lavoro di Martino Oberto, uno dei suoi luoghi deputati e in questo quadro si
inserisce anche la collaborazione con Rolando Mignani. L'interesse per la
Scrittura sarà all'origine, in quegli anni dell'incontro con l'opera del
filosofo Jacques Derrida, che sarà poi l'argomento della tesi di laurea di
Galletta. Rispetto ai già consolidati stilemi della poesia visiva Galletta
sposta l'attenzione sugli elementi narrativi (collegabili, ma solo in parte,
con la Narrative art) e antropologici, sin dagli inizi concentrando
l'attenzione sui temi dell'identità dell'artista, l'impossibilità del diario e
dell'autobiografia. Tutto questo lavoro confluirà nella pubblicazione nel 1978,
per i tipi della Libreria editrice Sileno, del "romanzo visivo".
"tous jours". Il libro si avvale della post-fazione di Carlo Romano,
saggista eclettico e protagonista dell'underground italiano, oltre che
conduttore, con il fratello Mario, della libreria Sileno di Galleria Mazzini a
Genova, per più di vent'anni punto di riferimento imprescindibile della cultura
genovese. La collaborazione e soprattutto l'amicizia dell'artista con Romano è
proseguita fino ad oggi, come quella con Sandro Ricaldone, di sicuro il critico
che ha seguito con maggiore assiduità il lavoro di Galletta. Romano, Ricaldone
e Galletta fonderanno nel 1984, "l'Ufficio ricerche e documentazione
sull'immaginario" , archivio, biblioteca e centro di documentazione che
troverà inizialmente sede in un appartamento di piazza Fossatello a Genova per
poi trasferirsi a Uscio e oggi attivo soprattutto su internet con il sito la
"Biblioteca dell'egoista".
A proposito.di "tous jours", scriveva nel 1978 il
critico letterario Giuseppe Zuccarino, che ebbe modo di seguire da vicino la
genesi dell'opera: <<"tous jours" è un oggetto insolito che
stimola l'interpretazione nel momento stesso in cui respinge la definizione.
Chiaramente affine a certi prodotti della Scrittura visuale o della Narrative
art non si lascia però ricondurre interamente, senza residui, a una o all'altra
di queste pratiche estetiche. Si potrebbe avvicinarlo a quel "libro-almanacco" che, secondo il
singolare giudizio di Dominique Noguez
"sovvertirà ben presto, (o sovverte di già) la moribonda forma del
romanzo, e semplicemente (o complessamente) la distribuzione (in tutti i sensi
della parola) dei generi>>. Da allora la confusione dei generi (ma anche
delle identità e delle funzioni sociali) sarà al centro dell'operare di
Galletta, sino al punto da mettere in discussione gli stessi concetti di opera
e di autore. Ciò renderà ardua per il fruitore (ma anche per il critico) la
fissazione dello opera all'interno di schemi prestabiliti, il suo
"riconoscimento" in quanto "merce" e di conseguenza la sua
presenza sul mercato dell'arte.
Dopo "tous jours" (il libro sarà anche inviato a Roland
Barthes che risponderà con un cortese messaggio, scritto con un inchiostro verde su un
biglietto intestato del College de France, "merci pour le photoroman
reussi, merci d'avoir pensée a moi. RB"), il lavoro di Galletta si sposta
dalla pagina e si concentra sull'ambiente e sull'azione. Le sue performance non
sono quasi mai pubbliche, ma vengono documentate da fotografie e filmati che a
loro volta modificati (in alcuni casi con minimi interventi pittorici),
diventano oggetti reinseribili in ambientazioni, a metà strada fra scenografia
e arredamento, che ulteriormente registrati nel loro nuovo assetto entrano a
far parte di un flusso continuo (l'opera in corso come corso dell'opera) e potenzialmente
interminabile (forse come un'analisi freudiana) di comunicazione e, in un certo
senso, di contro-narrazione.
Il primo lavoro costruito su questo modello (o anti-modello), che
Galletta non abbandonerà più, è "Fontane" del 1979, allestito in quello
stesso anno al Teatro del Falcone di Genova nel quadro della rassegna "lo
spazio dei gesti" curata da Vana Conti (la prima critica ad occuparsi del
lavoro di Galletta), a cui prendevano parte anche Giovanni A. Bignone e Rolando
Magnani (con cui Galletta aveva collaborato nei mesi precedenti), Aurelio
Caminati, Beppe Dellepiane, Angelo Pretolani.
In "Fontane" Galletta lavora intorno all'idea di
ornamento/monumento oltre che con l'ambientazione (che prevedeva la
ricostruzione di una vera fontana all'interno dello spazio espositivo), con un
film "Deriva", ispirato alla psicogeografia situazionista, un gruppo
di fotografie collegate a citazioni e una sorta di introduzione, in cui insieme
a un breve testo veniva esposta, per la prima volta, "Resti",
fotografia in bianco e nero, formato 100x70, che riproduce la figura intera
dell'artista appoggiato ad un muro sbrecciato del centro storico e il cui il
volto è azzerato da una croce di vernice rossa. Il lavoro, che oggi è
conservato al museo di arte contemporanea di Villa Croce, interessò lo storico
dell'arte Corrado Maltese che ne parlò, nel 1980, in una sua conferenza sulla
situazione dell'arte a Genova tenutasi a Palazzo Tursi. "Resti" diede
origine ad una serie di quattro foto
dello stesso formato che compongono a una sorta di teatrino parodico in cui gli
elementi luttuosi si mescolano con ideologia e il maquillage. La serie completa
verrà esposta nell'81 alla Galleria d'arte moderna di Bologna all'interno della
mostra "Lavori in corso", curata da Rossana Bossaglia e Guido
Giubbini. Come scrive Bossaglia nell'introduzione al catalogo, <<Galletta
usa la fotografia come strumento di spersonalizzazione e di trasformazione del
soggetto in oggetto>>.
Il 1981 è un anno importante per l'artista, i primi mesi
trascorrono in un lungo soggiorno a New York, insieme all'amico Paolo
Prato, durante il quale ha la
possibilità di frequentare gallerie e musei e di incontrare artisti e
intellettuali, tra i quali Peter Carravetta e Luigi Ballerini, poeti e critici
letterari. In quel periodo esce il numero unico della rivista "Stato
inferto" realizzata con Mignani e Zuccarino e dedicata al tema
"lavoro estetico e divisione del lavoro". E' di novembre invece la
mostra "Mon coeur mis à nu" alla galleria "Arteverso" di
Armando Battelli, primo dei rari rapporti che Galletta avrà con il sistema
delle gallerie private. Della mostra così scrive Viana Conti in una lunga
recensione apparsa sul quotidiano l'Unità: <Gli oggetti che troviamo in
galleria sono quelli del nostro quotidiano scelti semiologicamente come simboli
di disparità sociale e distribuiti nell'ambiente secondo una sintassi che
esprime categorie di habitat> e più avanti <queste cose
"deviate" non esibiscono la loro aura, ma quella del contesto che le
stravolge, in cui, persino il rosso bella sua funzione mummificatoria, diventa
colore anemico>. L'ambientazione
"Mon coeur mis à nu" è anche documentata da un film girato in
pellicola 16 mm. Negli anni Ottanta Galletta intensifica l'attività
giornalistica ma ciò non gli impedisce di continuare a operare sul fronte
artistico e molto spesso a progettare mostre e installazioni che non saranno
mai realizzate per motivi logistici e organizzativi. Da segnalare la
partecipazione a due importanti collettive, nel 1985 "Pittura 70/80"
a cura di Sandro Ricaldone (C.A.L.A. Fieschi, Sestri Levante) e nel 1986
"Giovani pittori in Liguria" a cura di Guido Giubbini (Museo di arte
contemporanea di Villa Croce, Genova). Sempre dell'85 è
l'ambientazione/performance "Gli occhiali di mio padre" allestita nei
saloni dell' ex-ospedale psichiatrico di Quarto, su invito di Claudio Costa e
Luisella Carretta. Su quel lavoro Romano scrive: <<Una sua installazione
che di recente abbiamo visitato ci aggrediva funebre non perché il drappeggio,
che pure era nero, stagliasse rimembranze di allestimenti obitoriali o perché
la sala ex-manicomio più non avesse alcuno degli aliti vitali che sebbene in
odore di follia vi dovettero spirare (al colmo dell'ambiguo!) e si presentasse
prossimo ala rovina (...) . Il parto non sembrava aver recato dolori, il corso
dell'esistenza si profilava effimero come tutte le installazioni da vernissage;
alla morte, poi, eccoci al dunque, l'esortazione necrofora suonava con la
leggerezza dei senza fede: seppellite in fretta>>. Rimarcabile nel 1988
la personale alla Studio Gennai di Pisa che riassume in sintesi, con una serie
di teche il lavoro Galletta ed è introdotta da un illuminante testo di
Ricaldone: <<L'autore stesso si
reifica, evocandosi ironicamente per il tramite della propria immagine,
rimarcando nella "moltiplicazione della figura" il ruolo di assenza
che si propone di giocare. Un ruolo che se "cerca di spostare il
linguaggio dal posto in cui si trova" (Esterhazy), se può giovarsi di
tratti contradditori e della falsificazione, non concede spazio all'ambiguità,
semmai a una dissimulata componente drammatica: tale l'inscriversi l'opera
entro l'ambito delle convenzioni estetiche, la deliberata volontà di farne
ornamento della consapevolezza che, come ha scritto Lea Meandri "il piacere
è una distrazione imperdonabile per chi è costretto a vegliare la propria morte
per sentirsi vivo >>.
Gli anni Novanta si aprono con un lavoro complesso "Appunti
per la casa pericolosa" cui è collegata la pubblicazione della plaquette
di testi poetici "Un impossibile giorno" edita dal Sileno. Negli
"appunti" Galletta riesce a lavorare - grazie allo spazio che ospita,
l'appartamento in cui ha sede l'associazione culturale "Le arie del
tempo" fondata e animata da Luisella Carretta - sull'idea di casa, costruendo
tre ambientazioni in tre stanze diverse e utilizzando anche un corridoio, spazi
che diventano anche scenario di una performance "privata". Scrive
ancora Ricaldone in catalogo: <<Una sequenza puramente incongrua che si
astiene tuttavia dl fare leva sull'insensatezza (sull'irrilevanza) degli
accostamenti per sbalordire, creando una deriva abbreviata e traumatica, e si
limita invece a segnalare uno stato dim pericolo, o di insofferenza (...) e
insieme abbozzando un catalogo beckettiano di "cose insopportabili",
che ci mantengono legati al mondi cui ineriscono e del quale osiamo sperare di
non essere parte >>.
In occasione della stessa installazione scrive il critico Matteo
Fochessati: <<Il racconto artistico di Galletta, strutturato attraverso
tappe diversificate rispetto agli ambiti di intervento, si propone quindi come
il racconto della dispersione del soggetto nei territori di un immaginario
culturale che si reifica in immagini e cose in sostituzione del virtuale
personaggio principale, l'io dell'artista >>.
Nel '93 Galletta realizza nello Studio Alaya di Vittoria Gualco
un'altra ambientazione da segnalare, dal titolo "Mentre dormivo" e
nel 95 una piccola antologica, "Delirium stabile", nei locali del
ristorante "Il capovolto" introdotta da un breve testo di Leo
Sarastro (pseudonimo dietro al quale si cela lo stesso artista), in cui si
legge <<L'eco del pianto sommesso (o della risata soffocata) che giunge
da questi lavori non deve essere sottovalutato. Non conosciamo l'identità del
lamento, né l'autore (se così possiamo
dire) ci aiuta a scoprirla. Egli cammina su un filo sospeso e da qualsiasi
parte cada il suo destino è segnato. Di raggiungere un'altra sponda non se ne
parla nemmeno. Troppo lontana. Da questo punto di vista il tempo gioca un ruolo
importante ma Galletta non sembra preoccuparsene. Attende il passo falso con
l'agitata tranquillità del pendolare. Osserva i volti dei suoi compagni di
viaggio e si commuove dal divertimento
>>.
Sempre nel '95 pubblica nella colonna "Gli oggetti del
secolo" ideata da Gianluca Trivero per le edizioni Gribaudo, il saggio
"Il televisore. Dal totem casalingo alla realtà virtuale" e nel '97 "Adriano Sansa, cittadino e
sindaco" (De Ferrari editore).
Negli stessi anni collabora con l'artista, editore e grafico Francesco Pirella
a cui dedica diversi testi critici tra cui l'introduzione al "Manuale
dell'antilibro" edito da Marietti.
Fra la fine del 2001 e la prima metà del 2002 realizza, per
l'emittente Telecittà, ventiquattro interviste televisive con Edoardo Sanguineti
che saranno poi raccolte nel volume Sanguineti/Novecento.
Conversazioni sulla cultura del ventesimo secolo pubblicato dal Melangolo.
Nel 2004 pubblica, in collaborazione con L'Officina di tipografia sperimentale
dell'Armus, l'archivio-museo della stampa fondato da Francesco Pirella,
l'antilibro "Almanacco di un altro anno" in cui ripercorre, ma in
modo creativo - attraverso, testi, documenti, foto, citazioni - le tappe della
sua attività ormai quasi trentennale. L'Almanacco viene presentato nell'ottobre
del 2005 al museo d’arte contemporanea di Villa Croce da Sandra Solimano,
direttrice del museo, Carlo Romano, Sandro Ricaldone. Giuseppe Zuccarino e
Riccardo Manzotti, studioso di robotica e coscienza artificiale. Nell'occasione
Galletta realizza la performance la "Tavola di San Giorgio" in cui è
coinvolto anche il pubblico presente alla serata.
Nel 2006 pubblica presso il Melangolo una scelta delle “20
righe”, Sabrina e l’arte della felicità,
notiziario instabile di un cronista di provincia. Sempre nel 2006, ad
ottobre, tiene presso la Galleria Martini & Ronchetti di Genova la mostra La camera melodrammatica, nel cui
catalogo compaiono testi di Sandro Ricaldone e Raffaele Perrotta.