C’è una celebre storiella yiddish che
racconta di due amici ebrei polacchi che si incontrano per strada e uno
dice all’altro: «Domani parto per l’Argentina».
«E perché vai così lontano?». «Lontano da dove?». La lontananza è un concetto
assai relativo, non solo per chi è senza patria, ma un po’ per tutti, perlomeno
da quando abbiamo capito che il battito delle ali di una farfalla a Tokyo può
far crollare la Borsa di Londra. La prova provata dell’incontrovertibile verità
che siamo tutti molto vicini ci giunge dalla singolare avventura di un gruppo
di avventurosissimi esploratori che al termine di una massacrante marcia di
1.600 chilometri nel cuore ghiacciato dell’Antartide verso il luogo più lontano
della Terra, hanno trovato ad attenderli un busto del padre della rivoluzione d’Ottobre.
Proprio lui: Vladimir Ilic Ulianov detto Lenin. Che fare? Devono essersi detti
i quattro coraggiosi rimasti a bocca aperta (almeno metaforicamente) davanti
allo sguardo corrucciato del rivoluzionario che li aspettava nel luogo più
incongruo e improbabile.
Nel cosiddetto Polo Sud dell’Inaccessibilità,
il punto del continente antartico più lontano da qualsiasi linea costiera, a
463 chilometri dal Polo Sud Geografico e
a 3.718 metri sul livello del mare. «Quando mancavano sei chilometri alla
nostra destinazione - raccontano gli esploratori sul loro sito internet - abbiamo
notato un punto nero all’orizzonte. Avvicinandoci ci è apparsa la silhouette
del busto». La spiegazione storica della vicenda è semplice: la statua fu
installata in occasione di una spedizione sovietica nel 1958, più ardua è l’interpretazione
simbolica. «Il busto, realizzato in materiale plastico, non presenta alcun
tratto ghiacciato - hanno precisato gli esploratori. Anzi. Sembra che sia stato
messo qui appena ieri». Nessuno, per il momento, parla di miracolo comunista,
ma provate a immaginare cosa accadrebbe
se il busto fosse quello di Padre Pio.
“Il secoloXIX”, 26 gennaio 2007