Giuliano Galletta,
galleria di Caterina Gualco, primavera 2009

fenomenologia
dell’inapparenza
Viana
Conti
Come si stende
un indumento sulla corda, ad asciugare, con delle mollette da bucato(1), così Giuliano Galletta, artista, sciorina fotografie e carte,
motivi e motivazioni, appende teche e arma biblioteche, estrapola citazioni,
intenta sovrapposizioni di canti e suoni, organizzando in mostra l’irriducibile
scenario delle incompossibilità. Ma
poi, si tratta realmente di una mostra? Comunque, varcando la soglia dello
spazio espositivo il visitatore, lo spettatore, entrano in quello che non
esiterei a definire un teatro delle
simultaneità. Non tanto della crudeltà,
come prescrive Artaud, che ricusa una rappresentazione
della vita per presentarla in quanto
ha di impresentabile, quanto piuttosto delle modalità di sopra-vivere, non
cessando di riavvolgerne il filo nella trama intermittente di un racconto, di
una storia in perdita, messa in opera attraverso immagini. O di un’iterazione
di copie da un originale sempre differito, implacabilmente differente. Entrato
in un gioco di rispecchiamenti, l’autoritratto con palloncino, ad esempio,
interviene come la citazione di quello in jeans
con bandiera rossa del 1980.
Sarebbe forse troppo suggestivo parlare di una tranche de vie tratta da un’ipotetica
pagina di diario, il suo, o di uno spettacolo in cui interagiscano situazioni
estetico-emozionali di ordine diversificato, quali, ad esempio, un incidente
stradale. Entrando in galleria, infatti, si percepisce a destra la
megafotografia di una barella ospedaliera su cui è distesa, sotto un lenzuolo
insanguinato, che non convince del tutto un osservatore attento, una giovane
donna con bracciali al polso, dall’immancabile vestito rosso: è chiaramente
leggibile, su di lei - sopra(v)vissuta? richiamata in vita dall’autore? sospesa
in un Arrêt de Mort?(2) - la bianca
scritta “Je voudrais apprendre à vivre.
Enfin(3). A sinistra, ci si
confronta con quell’ironico, pensoso, autoritratto fotografico dell’artista
seduto accanto a un precario, infantile, palloncino colorato, mentre, in simultanea,
sulla parete di fronte, scorre in loop,
un video inedito di tre minuti, che duplica l’immagine dello stesso,
accompagnandola con il sottofondo sonoro, al pianoforte, di You’re the top! il pezzo jazz di
successo, composto nel 1934 da quel brillante autore americano di musical che è stato Cole Porter,
soprannominato il grande sofisticato e
mito dell’alta borghesia europea anni Trenta. Non è inusuale che il pubblico di
Giuliano Galletta, artista visivo, si sorprenda coinvolto in un clima da vaudeville, come già quello
dell’irresistibile tip tap di Fred
Astaire in La camera melodrammatica,
con introduzione di Sandro Ricaldone e Raffaele Perrotta o quello fatale del
tango argentino Caminito in A casa Jorn , presentata dagli
imprescindibili testi di Simone Regazzoni e ancora di Sandro Ricaldone: segni in levare
contrapposti, come nel solfeggio, a quelli in battere, che sortiscono l’effetto
pulsionale-intenzionale di innescare una sorta di insinuante euforia. Il
segmento del testo di Porter You’re the
top!...But if, baby, I’m the bottom you’re the top! viene riportato alto su
una parete come esempio di quell’enumerazione
caotica che ha il suo referente nella figura
letteraria indagata da Leo Spitzer nella poesia moderna e si compone di connotazioni antitetiche, riferite a una
coppia in cui l’oggetto del desiderio sarebbe vincente, mentre il soggetto
desiderante irrimediabilmente perdente. Seguono, sulla parete, citazioni fedeli da Jorge Luis Borges, citato da
Foucault in Le parole e le cose
sull’impresa assurda di una
classificazione dell’universo e di una delirante tassonomia degli
animali, trovata forse in un testo cinese, un’ulteriore citazione da Charles
Cros, in quanto poeta e inventore proto surrealista che elenca ninnoli e
chincaglieria desueta, rinviante a un certo clima baudelaireiano, da Jacques
Derrida(4) sulla pretesa di un vivente di voler
imparare a vivere, finalmente, a vivere intrattenendosi con i fantasmi
della politica, della memoria, dell’eredità e delle generazioni, forse per
esorcizzarli; infedele la citazione
dalla Genesi che introduce alla parete dell’Archivio
del Caos, un dispiegamento di carte e scritte formato A4, che anticipa un
“mosaico” della Gesamtkunstwerk di
prossima realizzazione al Museo di Villa Croce. In bacheca, un manichino,
capovolto, in tuta arancione da cosmonauta, intanto, ci ricorda, usando le
parole di Riccardo Manzotti per la mostra Hotel
de l’avenir, che il futuro, storico, sociale, utopico, dei cittadini sovietici
degli anni Settanta oggi è un passato, diventato anteriore al loro presente,
uscito dal quadrante delle lancette.
Da non sottovalutare, nella visione d’insieme della mostra, la
cartolina d’invito con l’opera Cow
Artist:, dove, sulla scena dell’esponibilità e del feticismo della merce e
con fondale gli Spettri di Marx, si
affaccia quell’inopportuno cestello di lavatrice, abbandonato su un prato
inglese, in cui una vigorosa mucca di Higher Fraddon, ormai star alla ribalta
della cronaca massmediatica digitale, ha infilato incautamente la testa,
restandovi tragicamente intrappolata. Anche questa è un’ironica metafora della
critica radicale dell’autore verso la società dello spettacolo, dell’industria
culturale, dei consumi e dei rifiuti in una società globale.
Se, di fronte a un tale scenario,
qualcuno degli astanti dovesse ripensare mentalmente a quella sorta
d’indefinibile teatro dadaista che, nel 1952 al Black Mountain College, John Cage, declamante su una scala in un
angolo, e Merce Cunningham, danzante tutt’intorno inseguito da un cane,
realizzano, in mezzo al pubblico, facendo eseguire pitture bianche al giovane
Rauschenberg, altresì
impegnato nel mettere vecchi dischi su un fonografo, giusto mentre David Tudor
versa acqua da un secchio all’altro, dopo aver impeccabilmente suonato su un
pianoforte preparato…ebbene sappia che Giuliano Galletta, pur non prescindendo
da quella ineludibile pagina di storia – operando sul collage, sull’innesto di immagine e performance, su un’idea di
continuità che non muove da uno stretto rapporto di relazione, ma piuttosto da
un cut up alla Burroughs e su una
percezione di se stesso come identità inafferrabile, spazio-tempo del suo
divenire, - non può che divergerne per puntuali zone di tracce differenziali,
rinvianti indefinitamente ad altro, che lo connotano come indubbio autore
occidentale, senza inflessioni Zen.
Giuliano Galletta lavora sul punto di sutura tra situazionismo e decostruzionismo,
approdando a un esito estetico-letterario-teatrale di cui è originale iniziatore
in campo artistico dalla seconda metà degli anni Settanta, pur non cessando di
operare una mise en abyme
dell’individuazione dell’autore, anticipando, in qualche modo, anche
l’intenzione odierna del copyleft sul
copyright. Maestro del montaggio e
dello smontaggio, Galletta mette in cortocircuito la vecchia impalcatura
narrativa e i generi visivo-poetico-letterari, inaugurando, sul versante
dell’arte, una sua tipologia di collage
che non cessa di scombinare e scambiare l’ordine del sistema dei segni attuali
e virtuali. Giornalista anomalo, decostruttore di romanzi, lirico parodista
della cronaca, poeta dell’immagine diaristica, scenografo dell’incongruo,
filosofo del relitto, antropologo dell’aforisma, stenografo del tempo,
trascrittore di un’epica dell’erotismo, cacciatore inesausto di fantasmi,
Galletta, con
finta tecnica poliziesca e al fianco di maestri del sospetto come Marx e Freud,
fa parlare gli indizi, lo spazio figurale dell’Unheimlich, filma se stesso dando voce all’altro, delinea una sua
fenomenologia delle inapparenze. Il campo semantico che
l’artista ritaglia per includervi la sua mostra è un vuoto in cui organizza il
caos evenemenziale di frammenti giustapposti della sua storia, portati sulla
scena dai flash intermittenti della memoria. Che accade in mostra? Una sequenza
di non accadimenti, la re-citazione di
una visione, un metascenario, un film di spezzoni di déjà vu e jamais vu, la dimensione
performativa della decostruzione della scrittura, la ricetta per
apprendere, infine, a vivere? Creato un contesto di realtà spettrale,
lo scrittore assembla oggetti per trovare un bordo a tale contesto, per
abbordare testi orlando immagini e cose, mostrando reticoli di tracce, parole
che straripano nella vita, nella deriva
dello spettacolo.
Nel perpetuarsi di un autoritratto dalla biografia
irrintracciabile, si profila un
personaggio che nell’istante dell’appello dice
io, occupando il posto della voce narrante e autonominandosi Giuliano Galletta,
altrimenti detto un soggetto che afferma che la vita vive, che riafferma anzi un supplemento di vita sulla vita,
sopra il vivere, nel sopra(v)vivere.
note:
(1) Jacques
Derrida, Sopra-vivere, Feltrinelli editore, Milano, 1982, pag.14,
trad. Giovanni Cacciavillani.
(2) Maurice Blanchot, L’Arrêt de Mort, 1948,
racconto che Jacques Derrida rilegge analiticamente attraverso la pratica della
sua “doppia invaginazione”, e che pubblica nel 1982 con Feltrinelli,
intitolandolo Sopra-vivere.
(3) Jacques Derrida, Spettri di Marx, Cortina editore, Milano, 1994, trad.
di Gaetano Chiurazzi.
(4) Jacques Derrida, Spettri di Marx, Cortina editore,
Milano, 1994, trad. di Gaetano Chiurazzi.