Viana
Conti
la camera melodrammatica
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Già autore e post-editore di
un’opera in forma di almanacco (Almanacco
di un altro anno, 2004) Giuliano Galletta (San Remo,1955) si ripresenta in
una galleria d’arte, la Martini&Ronchetti di
Genova, con una situazione di mostra ambientale: La camera melodrammatica, il cui titolo deriva dalla Camera rossa,
presente nella realtà e nel racconto di Filippo De Pisis,
come annuncia nel testo a catalogo il curatore Sandro Ricaldone. E d’un voyage autour de sa chambre si
tratta infatti, dal momento che il visitatore si confronta con uno spazio il
cui ameublement è scandito da oggetti, soggetti,
suoni, immagini, proiezioni, che, in un continuo slittamento tra il reale e la
rappresentazione, tra una Darstellung e una Vorstellung, ricompongono il quadro di un aggiramento
possibile dell’autobiografia dell’artista. La mega-rappresentazione
fotografica dell’opera Mentre dormivo,
1993, dove un materasso cimiteriale trapunto da fiori artificiali, introduce,
già a partire dalle scale di accesso e con quella sua cornice tanto classica da
figurare lugubre, al clima dell’evento allestito nelle due sale superiori.
Sdoppiato nella figura della modella-attrice, pallida, quasi esangue, ma di
rosso vestita, di quel rosso virtualmente listato di nero che tanto si addice
alle rammemorazioni di un vissuto che Giuliano
Galletta non cessa di guardare attraverso una lente d’ingrandimento, uno
specchio replicante, una messa in distanza intimamente dolente, sempre letterariamente elegante, immancabilmente autoironica. Esprit de finesse che affiora nell’erotismo
delle immagini fotografiche, citazione, forse, dell’École
du regard, che affonda
nella poltrona rivestita di bianco ospedaliero dove, in processione silenziosa,
si avvicendano i visitatori per ricostituirsi sotto gli effetti di una fleboclisi,
premurosamente praticata dall’attrice, questa volta nel ruolo d’infermiera.
Catalizza lo scenario un oggetto ricorrente nelle installazioni e nelle
pubblicazioni recenti, sorta di segno apotropaico: un gufetto
dorato, falsamente rassicurante. Ma c’è dell’altro: davanti a un’emblematica
sedia a rotelle il più inappuntabile dei ballerini di Tip
tap, il mitico Fred Astaire, volteggia e sfarfalla sullo schermo di un monitor
e nella megaproiezione sul muro. Davanti a questa, tanto spensierata quanto
malinconica, prefigurazione dell’inevitabilità della fine non posso non citare,
e sono certa che Giuliano Galletta è d’accordo, la struggente sequenza poetica
del video Provvista di ricordi per il
tempo dell’Alzheimer (2003) di uno dei
maggiori artisti italiani, quel Franco Vaccari
(Modena 1936) che sottoscrivendo la formula estetica dell’Esposizione in tempo
reale, numerata in progress, ha ideato, nel contesto internazionale dell’arte
contemporanea, una sua personale modalità di Realismo concettuale. In linea di
massima l’essenziale è mostruoso ci comunica l’autore, con un sorriso tra il
faceto e il provocatorio, attraverso una sua opera riconducente
al quadro, mai tradito, e al libro di aforismi, cui non cessa si applicarsi.
Sembra di rivederlo, oggi che barba e baffi si venano di filigrana d’argento,
quando, adolescente, si ritraeva da pugile o in seguito, capellone riccioluto,
quando, nel 1979, si incorniciava in una miniatura tombale, si barrava il volto
e le labbra di rosso, affermando interrogativamente, nel
Centro diretto da Biljana Tomić
a Belgrado, Cosa importa chi parla? o ancora quando, da performer,
indossava gli occhiali dorati di suo padre. Nel volume che accompagna la
mostra, dedicato allo scrittore visuale Rolando Mignani,
recentemente scomparso, scorrono tra fantasmi di immagini e autori, le
citazioni da Louis-Ferdinand Céline,
Jacques Lacan, lo stesso
artista, Edoardo Sanguineti, Mario Praz, l’immancabile Samuel Beckett,
Julia Kristeva, Filippo De Pisis, Jorge Luis
Borges, Santa Teresa D’Avila,
Philippe Sollers: pagine
che suonano come una dichiarazione di poetica e di appartenenza a un certo
contesto di questo artista/scrittore dall’identità eclissata, dalla personalità
collettiva e diffratta, impegnato in un esercizio
linguistico tanto ibridato da rendere arrischiata ogni possibile autobiografia,
toujours nouveau ogni suo fotobildungsroman. “Giuliano è attento nell’uso di
«parola», le preferirebbe il gesto ricomposto a fondamento di vita rivissuta in
metafora vitalizzata”, scrive Raffaele Perrotta scrittore-poeta autodefinitosi inesorabilmente un
tentativo iconico, ma sempre autorevole autore di un perdurante
“romanzo-saggio”.“La ‘retorica’ è nostra, Giuliano - continua - la facciamo
nostra, e di parola in parola mettendo in campo il di segno in segno,…” La
camera melodrammatica di Galletta metterebbe barthesianamente
in scena, di frammento in frammento, il discorso stesso del romanzo,
assumerebbe derridianamente la forma di ciò di cui si
parla, rammemorerebbe visivamente, in un debordiano percorso di dérive , un vissuto invisibile,
leggibile tra le immagini, ascoltabile nei vuoti di parola - “il Necessario del
Silenzio E-loquente” di cui parla Raffaele Perrotta -
allestirebbe uno scenario sceneggiato altrove per un pubblico di altri
spettacoli. Teorico accanito dell’understatement,
assertore di un’ispirazione casual-procedurale,
Giuliano Galletta, si forma sul terreno della letteratura, del pensiero, delle
avanguardie storiche; nel 1978 esce il suo poema visivo Tous jours, nel 1990 la raccolta di poesie
intitolata Un impossibile giorno.
Determinante per il suo lavoro è l’incontro con Edoardo Sanguineti, di cui ha curato per le edizioni de il
melangolo Sanguineti/Novecento - conversazioni sulla cultura del
ventesimo secolo.
(18 ottobre 2006)