Saskia Sassen
«NEL MIO ULTIMO libro mi pongo la
domanda, chi fa la Storia? Certamente la potenza militare Usa. In poche
settimane ha cambiato la storia dell’Iraq. Ma credo che la Storia venga fatta
anche dal basso, soltanto che i tempi di questa trasformazione sono molto più
lunghi. Nei giorni scorsi Bill Clinton ha detto che senza il presidente Johnson
gli afroamericani non avrebbero avuto i diritti civili. Mi sembra
un’osservazione sbagliata, Clinton dimentica che erano cento anni che gli
afroamericani lottavano per i loro diritti e quelle leggi sono il risultato
delle loro battaglie».
Saskia Sassen,
sociologa, docente alla Columbia University («Mi ha chiamato Joseph Stieglitz -
racconta - perché era interessato al mio tipo di ricerche»), è una delle massime
studiose degli effetti politici della globalizzazione. Nei suoi libri (il più
recente, “Una sociologia della globalizzazione, è in uscita in questi giorni in
Italia per Einaudi) ha affrontato il tema cruciale del rapporto tra il
capitalismo avanzato e la democrazia, i modi in cui lo Stato nazionale e
liberale tenta di affrontare il problema della governabilità di meccanismi che
lo travalicano e di come i cittadini possano sperare di influenzare le
decisioni che riguardano la loro vita. Ha creato il concetto di “città globale”
come nuova dimensione spaziale e culturale della vita contemporanea.
Nei giorni scorsi abbiamo letto la
notizia che Tony Blair è diventato consulente della J.P. Morgan, una delle più
grandi banche d’affari del mondo, pensa che conterà più adesso o quando era
premier?
«Questa è una buona battuta. Di sicuro
gli inglesi sono rimasti abbastanza choccati dalla notizia. In materia di
rapporto tra politica e finanza, voi in Italia avete Berlusconi che appartiene
più alla sfera del folklore, Blair non è folklorico, lui è veramente il
politico “professionista” che, insieme al “burocrate”, rappresenta il modello
oggi prevalente. Nulla a che vedere con quello che abbiamo inteso, fino a ieri,
con la parola statista. Non dimentichiamo poi che il sistema della finanza
mondiale vale 300 trilioni di dollari, supera cioè il prodotto interno lordo
dei 25 Paesi più ricchi. Il potere finanziario, che non va confuso con quello
delle banche, che a volte possono avere un ruolo regolatore, ha una capacità
assoluta di dominio dell’economia e quindi della società».
Ci troviamo perciò di fronte
all’incapacità dei governi nazionali di gestire i processi globali e ad un vero
e proprio deficit di democrazia?
«In questo periodo sto studiando come
lo Stato liberale si sta modificando di fronte alla pressione della
globalizzazione. Assistiamo ad un aumento del ruolo del potere esecutivo, che
può sperare di influenzare anche uno scenario internazionale, a fronte di un
indebolimento di quello legislativo che resta, in un certo senso, “relegato” ad
una dimensione locale. Per questo tutti i Paesi tendono a un rafforzamento
dell’esecutivo. È quello che sta accadendo anche in Italia con un governo di
centro-sinistra come quello di Prodi».
In questo quadro la capacità di
incidere dei cittadini sembra ridursi ancora. Non c’è di che essere ottimisti.
«Personalmente sono pessimista a
livello dell’analisi ma devo essere ottimista sul fronte della politica. È
evidente che i cittadini non vengono più trattati come tali, ma come semplici
consumatori. Mi pare però di vedere nel mondo una nuova voglia di “fare
politica”. Negli Stati Uniti, Obama, che non ha un programma politico
particolarmente ricco, sta però intercettando questa nuova esigenza.
Naturalmente si tratta di un modo nuovo di fare politica, rispetto alla
tradizione novecentesca dei partiti e dei sindacati che hanno svolto un ruolo
importante in un capitalismo di tipo keynesiano, ma che è entrato in crisi di
fronte al ritorno dei meccanismi dell’accumulazione primaria.
Nel 2003 ho partecipato a Londra alla
grande manifestazione contro la guerra in Iraq; c’erano un milione di persone
con idee politiche molto diverse, ma che si univano su un obiettivo comune.
Quella volta era la pace, ma il tema può essere l’ambiente o i problemi
dell’immigrazione. Ciò può avvenire soprattutto nel contesto delle città
globali che sono circa una quarantina nel mondo. È lì che il capitale
globalizzato, elettronico, elusivo, assolutamente privato, realizza se stesso
ma dove, contemporaneamente, nello stesso spazio urbano, le fasce della
popolazione povera, i migranti, i giovani e tutti coloro che sono esclusi dai
canali di riconoscimento ufficiale, trovano la possibilità di diventare forza
sociale».
In questo senso Internet gioca un ruolo
fondamentale, come grande occasione di auto-riconoscimento collettivo dei
movimenti.
«Certamente, ma non soltanto. I
migranti hanno ad esempio dei loro canali di comunicazione “fisici” molto
efficienti. Il cosmopolitismo non è l’unica caratteristica di questi movimenti:
c’è n’è una parte, che definisco “immobili”, che agiscono su problemi locali
molto specifici, ma che però hanno la percezione che qualcuno, nello stesso
momento e in altri Paesi, stia lavorando sugli stessi temi o su temi simili».
Lei negli ultimi anni ha viaggiato
molto anche in Cina: come vede il ruolo geo-politico di questo Paese?
«Credo che i dirigenti cinesi abbiano
saputo gestire la globalizzazione in modo molto intelligente, anche ammettendo
pubblicamente i propri errori. Naturalmente ci sono questioni gravissime da
affrontare, in primo luogo la povertà, che in alcune aree è enorme. Hanno
creato una sorta di Frankenstein che ora è difficile governare, ma nei cinesi
ho trovato un’intelligenza e un’efficienza straordinarie e anche, a dispetto
del regime, spazi di libertà».
Giuliano Galletta, 2008