Simenon/Ansaldi
«LA
VERITÀ non sembra mai vera», sosteneva Maigret. Il commissario evidentemente si
riferiva, data la sua professione, ad una verità investigativa e, in un certo
senso, anche ad un metodo di indagine che presupponeva il superamento delle
apparenze e l’accantonamento delle spiegazioni più immediate. Ma come è noto il
vero detective è un po’ scienziato e un po’ filosofo e l’asserzione potrebbe
quindi assumere un valore più generale e coinvolgere lo stesso “padre” e alter
ego di Maigret, Georges Simenon. La verità dell’opera e della vita di Simenon
non sembra perciò mai vera e per capirla bisogna cercare di scavalcare la
superficie dell’opera, e della vita, di Simenon.
Egli
è stato il più chirurgico narratore di una borghesia, piccola o grande,
annichilita da una routine capace di celare ogni possibile delitto e si è
costruito una biografia all’insegna di un iper-vitalismo - “ha scritto 400
libri e amato diecimila donne” narrano di lui le cronache - segnato dalle
profonde crepe del disagio esistenziale e del dolore. Non c’è forse autore del
Novecento che abbia incarnato in modo così radicale - se non altro nelle
dimensioni - l’inesauribile dicotomia arte-vita. A vent’anni dalla morte, la
popolarità di Simenon, dall’alto dei settecento milioni di copie vendute, non
accenna ad incrinarsi, anzi.
L’autore
che André Gide volle incontrare negli anni Trenta (e fu l’inizio di una grande
amicizia) perché lo considerava un “fenomeno popolare” è rimasto tale con
l’aggiunta della qualifica di classico di cui la critica ormai lo accredita
senza incertezze. Allo scrittore John Banville, che si è di domandato - in
riferimento alla mostruosa capacità creativa di Simenon recente che riusciva a scrivere 80 pagine al giorno
- se lo scrittore fosse «umano», si potrebbe rispondere, con Nietzsche, che
forse era «troppo umano». In occasione della ricorrenza della morte, lo
scrittore e la sua opera saranno al centro di una serie di eventi che si
svolgeranno a Santa Margherita e Rapallo e che prevedono un convegno, due
mostre, una rassegna cinematografica e una monografia.
L’iniziativa,
curata da Ferruccio Giromini e Stefano Tettamanti, è organizzata sulla spinta
propulsiva di Romolo Ansaldi, professionista genovese, uno dei più importanti
collezionisti di prime edizioni e memorabilia simenoniani del mondo. «Comprai
il mio primo libro di Simenon, “Pietr il lettone” nel 1942, su una bancarella»
racconta Ansaldi «avevo quattordici anni, ma mia zia lo bruciò perché il
parroco le aveva detto che Simenon era all’indice. Fu allora che decisi che
avrei letto tutto Simenon. Oggi possiedo 414 prime edizioni, sui 418 libri
pubblicati da Simenon, e sto intensamente cercando le ultime quattro». È stato
proprio Ansaldi a invitare in questa occasione in Italia il figlio di Simenon,
John, che arriverà da Losanna il 14 febbraio: «Siamo amici ma anche concorrenti
come collezionisti e spesso ci sfidiamo nelle aste su e-bay».
John
Simenon è il secondogenito dello scrittore, che era nato a Liegi il 13 febbraio
1903 da padre bretone e madre tedesca (con cui Georges ebbe rapporti molto
difficili anche perché la donna gli preferiva il fratello minore Charles) e si
sposò due volte, la prima con Régine Renchon - da cui ebbe il figlio Marc,
scomparso nel 2001 - la seconda con la canadese Denys Ouimet, che vive gli diede tre figli: John, Marie-Jo, morta suicida
nel 1978, e Pierre, che negli Stati Uniti. Nell’occasione John ha scritto un
ricordo del padre che leggerà al convegno di Santa Margherita e in cui parla
anche del suicidio della sorella.
«Nel
maggio 1978, in una limpida mattinata di sole» racconta John Simenon «mia
sorella Marie-Jo si tolse la vita sparandosi al cuore con una pistola calibro
22. Furono necessari due anni perché mio padre trovasse la forza di uscire
dall’isolamento in cui si era rinchiuso e scrivere l’ultimo bestseller,
“Memorie intime”, sancendo in via definitiva il legame tra lavoro e tragedia
nella sua esistenza». Un legame che Simenon ha sezionato in tutta la sua
straordinaria promozione autobiografica.
«L’etica
di mio padre ruotava intorno al concetto di lavoro» scrive ancora il figlio
John «in effetti, lavorava sodo, non solo come romanziere ma anche come
promotore di se stesso e della propria attività. Mi ricorda il vecchio slogan
della Sony: “Tu l’hai sognato, noi lo abbiamo fatto” e mi sono convinto che lui
abbia contemporaneamente sognato e creato se stesso, e che la sua vita e il suo
lavoro siano il risultato di una carriera costruita con estrema cura. Ciò che
intendo dire è che Maigret non apparve per caso: è il risultato inconscio della
determinazione estremamente consapevole di raggiungere il successo».
«Se
è vero che mio padre ha contribuito attivamente alla John «è altrettanto vero
che costruzione del proprio
personaggio» conclude spesso se ne sia sentito imprigionato. In una raccolta di
riflessioni dei primi anni Sessanta, pubblicata con il titolo “Quand j’étais
vieux”, scrisse: “Si è creata la leggenda, definitiva: e qualunque cosa io
faccia, qualunque cosa io dica a chi mi intervista, è questa leggenda a essere
pubblicata. Poco importano le dichiarazioni fatte ai giornalisti nel corso di
quei due, quattro o otto giorni. Poco importano i documenti esibiti. Poco
importa che mi abbiano giurato di dire la verità, che abbiano preso le distanze
dai loro colleghi. L’articolo sarà sempre lo stesso, con la stessa fotografia e
gli stessi errori. I miei figli, i miei nipoti, saranno tentati di credere
anche loro alla stessa leggenda?”. No, papà, non proverò a smontare la
leggenda, per il semplice fatto che la maggior parte delle storie che la
compongono sono vere». Ma soprattutto perché la verità è ancora tutta racchiusa nelle sue pagine, che continueranno a
riservare sorprese oltre che un inimitabile plaisir
du texte.
“Il Secolo XIX”, 6 febbraio 2009