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da: Giuliano Galletta, la camera
melodrammatica, Martini & Ronchetti, Genova 2006 |
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Sandro Ricaldone NOTA SULLA CAMERA MELODRAMMATICA Dans la rue bruyante la catastrophe qui
passe. Giorgio De Chirico Della “camera melodrammatica” allestita
da Filippo De Pisis nel palazzone austero dove riceveva Giorgio e Alberto De
Chirico (e, più tardi, Carrà e Soffici) non si conoscono immagini
fotografiche. Oggetto di una prosa dell’artista, evocata altrove per accenni,
trova la sua raffigurazione più accessibile nei ricordi del fratello Pietro, che la descrive “caratterizzata da una
tappezzeria a righe bianche e celesti, alle quali evidentemente si affidava
il compito di suggerir l’idea della melodrammaticità”. Un ambiente, che si
direbbe quindi, sobrio, analogamente all’attiguo salotto ove “l’impronta
metafisica era invece suggerita da certe palle di vetro lucido, azzurre,
verdi e oro appese al soffitto”. L’accumulo
d’oggetti - tra il desueto, il mirabolante e l’arcano – contrassegna assai
più marcatamente, in una mimesi adolescenziale della wunderkammer secentesca, il primo rifugio ricavato nelle soffitte
dello stabile abitato con la famiglia, dove “un elastico sfondato, senza
lettiera ma guarnito con pezzi di seta vivaci, fungeva da divano; un tavolo
coperto di carta da parato era lo scrittoio. Dalle pareti e dal soffitto
pendeva un'infinità di oggetti strani, e poco distante c'era la possibilità
di attingerne altri non meno inconsueti”. Seguito, di lì a qualche tempo, da
un appartamento indipendente al mezzanino, nel quale “finalmente fu creato il
'museo'. Farfalle, cocci, graffiti, libri antichi e ogni altro 'pezzo' vi
trovarono degna collocazione”. Anche più tardi, nel soggiorno romano degli
anni ’20, De Pisis creerà nella pensione delle sorelle Cipolla, in via
Monserrato, la sua “camera incantata”.
E nella “stanza rossa”, descritta nel brano del romanzo autobiografico
“Il signor Luigi B.” ripreso in catalogo, s’intravede una sintesi degli
ambienti approntati dal “marchesino-pittore” come sfondo necessario della
propria esperienza immaginativa, in cui ai tratti portanti dell’arte e della
poesia, si univano quelli meno noti dell’erudizione classica, dell’araldica,
delle scienze naturali e delle religioni d’Oriente. L’eterogeneità e la casualità degl’insiemi trovano
risonanze nei collages cubo-dadaisti che segnano le prime prove dell’autore e
che in seguito, più convenzionalmente, animeranno le sue nature morte. Non pare
tuttavia legato a questo spunto, per quanto suggestivo, l’interesse che ha
indotto Giuliano Galletta a fare della “camera melodrammatica” la cifra della
sua mostra e del volume-catalogo che l’accompagna. Senza dubbio vi sono, a monte, anche
ragioni di ordine generale e di spessore simbolico da cui l’espressione
coniata da De Pisis almeno in parte prescinde e che nondimeno condensa in
modo straordinariamente efficace: la camera (tema già affrontato dall’artista
genovese nell’installazione “Appunti per la casa pericolosa” del 1990) è
l’universo ridotto a proporzioni umane, la scena dell’intimità, è metafora
della psiche e della memoria; il melodramma rappresenta l’enfatizzazione
della peripezia umana, una mascheratura che ne cela la vacuità. Ad attrarre
l’attenzione di Galletta sembrano però esser state, al di là della felicità e
delle stratificazioni di senso della formula, due altri aspetti. In primo
luogo l’affinità strutturale, se così si può dire, del modello proposto dagli
allestimenti privati dell’autore ferrarese (veri e propri ritratti interiori
del loro artefice, composti mediante assemblaggi di ephemera e mirabilia
costantemente in fieri) con il proprio modus
operandi, elaborato a partire dagli anni ’70, l’anti-biografia, basata
sulla disseminazione e l’intreccio di elementi frammentari, di citazioni
visive e verbali; di oggetti legati a memorie domestiche e d’immagini inquietanti,
spie dei turbamenti dell’epoca; di false ammissioni e di depistaggi
rivelatori. Sotto un secondo profilo, una (non
dichiarata ma avvertibile) sintonia di fondo con la temperie della “Pittura metafisica”.
Non sul versante più evidente dell’enigma ma nella scoperta della
spersonalizzazione e dell’assurdo. Una contiguità più accentuata di quanto
l’impaginazione e il trattamento delle immagini in mostra lascino d’intuire.
“Vedere ogni cosa, anche l’uomo, nella sua natura di cosa”, scriveva De
Chirico. E ancora: “Il terribile vuoto scoperto non è che la stessa insensata
e tranquilla bellezza della materia”. Mentre Galletta annota: “In linea di
massima, l’essenziale è mostruoso”, a chiosa di un panorama in cui accosta
excerpta beckettiani sulla morte del soggetto ai mistici dolori di Santa
Teresa d’Avila; la descrizione di Julia Kristeva dell’orrore ispirato dalla
pellicola che si forma sul latte all’inquadratura di un gruppo d’immigrati
clandestini soccorsi su una banchina. Ma non solo: come nel manichino
dechirichiano si può leggere una trasposizione novecentesca della figura dal
volto oscurato della “Melencolia” di Dürer, nella foto inespressiva della
modella ritratta davanti allo specchio sembra di poter cogliere una reincarnazione
del personaggio senza volto che abita le tele del Pictor optimus, mentre il corredo simbolico dell’incisione
dureriana (il compasso, la clessidra, la cometa) e le “cose ordinarie” (i
biscotti, i pesci, le cornici) dei Metafisici vengono sostituiti da emblemi
più espliciti del perturbante: l’ampolla della fleboclisi e la sedia a
rotelle (quest’ultima abbinata, nel catalogo, ad una scena di tip-tap). Infine – ma qui entriamo in un terreno
decisamente più ampio e articolato – l’immagine della modella allo specchio
accenna al tema del doppio, ripreso e sviluppato nell’inquadratura in cui
ancora la modella e l’artista siedono l’una a fianco dell’altro su un divano,
con la medesima flebo innestata al braccio, a comporre un’ipotetica icona
dell’androginia (anche qui, comunque, soccorre una rimembranza della
Metafisica, nell’accostamento fra “la Pitonessa” e “L’idolo ermafrodito” di
Carrà). Dal fotobildungsroman
montato in “Tour jours” (1978) a “La camera melodrammatica”, il lavoro di
Giuliano Galletta disegna una spirale in cui alla cadenza autoparodistica
insita nello “sbalorditivo bric-a-brac di cascami paraculturali” rilevato da
Giuseppe Zuccarino (nel quale rebus, schemi di parole incrociate e altri
materiali consimili sembrano protendersi verso una sottile banalizzazione dell’enigma)
si sostituisce gradualmente – pur mantenendo, rielaborata, la forma del
“libro-almanacco” al di là dei generi preconizzato da Dominique Noguez – un
registro più grave, che l’appellativo “melodrammatico”, ad un tempo, denuncia
e sconfessa. La catastrofe che segnala non è, forse, l’inammissibilità
dell’autobiografia ma la resa all’abitudine (“il ceppo che incatena il cane
al suo vomito”, scrive Beckett), l’opacizzarsi della memoria. Perché, come
afferma ancora Noguez in “Amour noir”, il romanzo in cui descrive la sua
passione carnale impossibile per una strip-teaseuse,
Laetitia (che potrebbe essere un alter
ego di Thèrèse, l’ignota sceneggiatrice, o della suora giovane di cui,
nel brano in catalogo, rifulge la nudità della caviglia), “les disparitions
sont plus affreuses d’être sans traces”. |