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John Perry, gli errori di Bush John Perry è un simpatico signore di sessant'anni.
Capelli e pizzetto canuti, somiglia a Buffalo Bill; ma è uno dei maggiori
filosofi americani viventi. Docente all'università di Stanford in California nelle
scorse settimane era in Italia, invitato dalle università di Bologna e
Genova, per una serie di "lezioni magistrali", seminari, incontri
con studenti, docenti, ricercatori. Un fitto programma di lavoro che non gli
ha però impedito di fare un po' anche il turista. Lo abbiamo incontrato a
Genova mentre passeggiava per il centro storico nel bel mezzo di una
manifestazione pacifista. Mi ha fatto piacere vedere tante bandiere della pace
appese alla finestre insieme ai panni stesi - commenta - mia moglie ed io ne
abbiamo comperate diverse da portare a casa. Sono allo stesso tempo fiero dei
soldati americani - giovani uomini e donne della stessa età dei miei studenti
di Stanford - che in Iraq faranno il loro meglio per assumere il ruolo di
liberatori e non di invasori. Contemporaneamente però, come molti italiani,
sono angosciato e deluso dalla politica dell'amministrazione Bush, che ha
deciso questa guerra unilaterale e preventiva. Dall'11 settembre gli Usa si percepiscono come una
società sotto assedio. Che relazione pensa che ci sia tra l'attentato alle
torri gemelle e la guerra in Iraq? Non penso che Bush sia un buon politico e rimpiango
Clinton. Non credo che i consiglieri di Bush abbiano una visione equilibrata
della politica mondiale. Tuttavia non sono troppo cinico sui loro motivi,
tranne che per Cheney. Bush e Condoleezza Rice sono stati effettivamente
traumatizzati dall'attentato. Fino all'11 settembre non c'era stata una
grande enfasi sul terrorismo. Quando è accaduto il disastro delle torri
gemelle immagino che non potessero credere che un tale evento fosse accaduto
proprio durante il loro mandato. Sono rimasti come ipnotizzati dalla
possibilità che Saddam potesse usare armi di distruzione di massa contro
l'America, anche se non hanno mai dimostrao che ciò potesse realmente
avvenire. Può essere che qualche motivazione di George W. Bush sia connessa
con l'attentato alla vita di suo padre da parte di Saddam o con l'idea di
finire ciò che il padre aveva iniziato. L'invasione era comunque nell'agenda
di alcuni consiglieri di secondo livello, come Perle e Wolfsam, da molto
prima dell'11 settembre. Ma penso che i motivi principali siano il sincero
sconvolgimento e la paura nata dalle torri gemelle, insieme a un certo
livello di confusione. In tali situazioni, ascoltare i leader della Vecchia
Europa, come la chiama Rumsfeld, sarebbe stato opportuno. Persone sconvolte
non prendono mai buone decisioni. Dai media e dai sondaggi americani risulta l'immagine di
un popolo che supporta Bush senza incertezze, almeno per quanto concerne la
guerra. Prima dell'inizio della guerra non penso ci fosse una
maggioranza a favore dell'invasione. Circa un terzo degli americani era
d'accordo con Bush, un altro terzo a favore di una invasione in accordo con
l'Onu e un terzo contro l'intervento anche con l'accordo dell'Onu. Ma dopo il
coinvolgimento delle truppe americane, la questione è diventata: appoggi o no
i nostri soldati? Come giudica la posizione del partito Democratico? Il partito Democratico, di cui sono stato sempre un membro
leale, mi ha deluso. E' stato fermo quando Bush ha cambiato la nostra
politica estera, ha rovinato le relazioni con i nostri amici europei (E'
stata la Francia dopotutto che ha reso possibile il successo della
Rivoluzione Americana). Bush ha poi annullato i progressi fatti da Clinton e
Gore per rimuovere il deficit, non ha fermato la recessione e ora mette in
grave pericolo la vita di tanti giovani americani, lanciando bombe sulla
culla della civiltà e, per quanto intelligenti siano le nostre bombe, iracheni
innocenti vengono uccisi. Tutto questo dopo aver vinto le elezioni su un
dettaglio tecnico, con la maggioranza degli americani che ha votato per Gore.
In questa situazione l'azione dei democratici è stata del tutto inefficace. Lei è uno dei principali rappresentanti della filosofia
analitica, che tradizionalmente mantiene un netta separazione tra politica e
filosofia. Molti fondatori della filosofia analitica, penso ad
esempio a Carnap, erano politicamente molto orientati. Ma dopo la Seconda
Guerra, la riflessione su temi culturali e politici si sviluppò più in Europa
che in America. Si potrebbe dire che nell'Europa continentale vi erano da
prendere decisioni politiche sulle quali i filosofi avevano qualcosa da dire.
In America il maccartismo pose limiti piuttosto rigidi al discorso pubblico.
Penso che in teoria i filosofi analitici potrebbero essere politicamente
attivi quanto gli altri. Anche in America gli intellettuali possono
influenzare la politica, come dimostra il movimento neoconservatore. Al contrario i "liberal" sembrano in un
momento difficile. Sulle questioni sociali il partito Repubblicano di Nixon
era liberal, almeno altrettanto liberal del partito Democratico di Clinton.
Goldwater, il conservatore che venne battuto nel 1968, era meno conservatore
di Cheney e Bush. In quel periodo "conservatore" era una parola
negativa, usata dai politici come un'accusa. Ora lo stesso avviene per il
termine "liberal". Penso i tempi siano maturi per un movimento
neoliberale, che spero possa avere successo nei prossimi vent'anni, come il
movimento neoconservatore lo ha avuto negli ultimi venti. Giuliano Galletta, 2004 |