oltre il giardino
maggio-dicembre 2006
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dicembre 2006 Second Life il
mondo parallelo La virtualità è, molto semplicemente, la questione
capitale dei nostri tempi. La dimensione umana che, meglio di altre,
definisce la contemporaneità. Filosofi come Jean Baudrillard hanno teorizzato
la morte del reale proprio per definire in modo paradossale (ma fino a un certo
punto) quei fenomeni in cui l’immaginario (l’immaginazione si sarebbe detto
nel 1968) prende veramente il potere. Quella che quarant’anni fa appariva
come unutopia democratica oggi ha aspetti più inquietanti, contorni più ambigui
che impongono attente riflessioni e un mai domo senso critico. Gli agenti di
questa globale spettacolarizzazione della nostra vita quotidiana sono naturalmente
i media, in primo luogo la televisione, ma soprattutto internet.La rete
infatti è dotata di una caratteristica totalmente innovativa che è quella di
trasformare lo spettatore in attore. E un luogo comune sostenere che ciascuno
di noi ha sognato, almeno una volta, di essere qualcun altro, di vivere una
seconda, o una terza vita. Sognare ad occhi aperti è sempre stato possibile; basta
un cantastorie, un romanzo, un film. Tutti possono diventare madame Bovary
(con i gravi rischi che ciò comporta) o identificarsi in D’Artagnan o John
Wayne. Oggi internet fornisce un’opportunità in più, un’opportunità talmente
seducente da aver già coinvolto un milione e settecentomila persone. Questa grande
occasione di vivere il proprio film, il proprio romanzo, la propria
telenovela e di farlo con un nuova identità si chiama Second life, un
fenomeno che sta rivoluzionando lo stesso modo di consumare internet. Second
life è il risultato di un sincretismo tra videogame, gioco di ruolo, chat e community.
In poche parole chi vuole giocare (ma i militanti di Second life non vogliono
sentir parlare di gioco) crea un suo personaggio virtuale, un alter ego detto
avatar che può essere più o meno simile al suo padre reale, e lo inserisce
nel mondo parallelo di Second life dove può vivere una seconda vita, più avventurosa ed emozionante e
(forse) meno pericolosa della prima. Una vita dove le regole sono labili,
dove si può essere più belli, più cattivi, dove si può mentire senza una vita
immaginaria. Naturalmente il mondo parallelo ha molti contatti con quello vero
(mai virgolette furono più appropriate) con il quale interagisce. Gli avatar
possono socializzare fra di loro (volete dire che c’è qualcuno che non ci
prova?) e convincere gli originali a conoscersi e si possono acquistare con soldi
reali gli oggetti esposti nei negozi virtuali. Il business, un po’ come il
sesso, mantiene sempre, chissà perché, una sua naturale concretezza. 23
novembre 2006 La censura del
bacetto
Che fortuna essere censurati per un
bacio! Non c’è nulla di più piacevole di un bacio e non c’è nulla di più
educativo dell’essere censurati. In un breve lasso di tempo si capisce come
va il mondo. I due studenti genovesi, sgridati dalla preside per un casto
bacetto fuori dalla scuola, dovrebbero quindi ringraziare la severissima
insegnante che ha offerto l’immagine di una scuola fuori dal mondo, dando ai
ragazzi l’opportunità di organizzare una simpatica manifestazione di protesta
a base di baci e di conquistarsi nientemeno che la solidarietà di un
ministro. Ma non è tutto. Gli studenti hanno anche avuto, gratuitamente, una lezione
di burocrazia, infatti, se il bacio fosse avvenuto a più di dieci metri dal perimetro
della scuola, non sarebbe stato più di competenza della preside, ma sarebbe
rientrato nelle normale sfera delle libertà civili. Così non è stato.
Galeotto fu quel mezzo metro. La preside, dal canto suo, ha perso una grande
occasione - e non soltanto quella di tacere - ma anche una grande occasione
didattica. Quale tema infatti più culturalmente stimolante del bacio? Il
bacio, attività squisitamente umana (anche le scimmie si baciano, ma in modo più
elementare), si presta ad essere studiato nei più diversi campi disciplinari,
dall’antropologia alla storia dell’arte, dalla letteratura al cinema, dalla
psicologia alla teologia. La bibliografia è abbastanza ricca e facilmente accessibile
su internet. Il bacio in tutte le sue svariate forme (quello incriminato, oltretutto,
era un bacio detto a stampo, una forma decisamente amicale e non certo
erotica) ci dice qualcosa, non solo sull’evoluzione dei rapporti uomo-donna,
ma anche sull’evoluzione della società (e nel caso specifico ci dice molto
sull’involuzione della scuola italiana) e un buon professore (come certo ne
esistono anche al’istituto commerciale Rosselli di Genova) potrebbe tirarne
fuori una lezione memorabile. Ma il dovere della cronaca ci impone di segnalare
anche una altro, non secondario, aspetto dell’affaire. La reprimenda della
preside ai due giovani non sarebbe in realtà originata dal bacio, ma dalle
critiche alla gestione della scuola che uno dei due studenti, attivo
rappresentante di classe, ha espresso pubblicamente. Naturalmente questa
interpretazione non ha per il momento riscontri, ma contiene un altro importante
insegnamento: come spesso avviene negli ultimi tempi in Italia, dietro il
sedicente rigore non c’è la morale ma la politica. 18
novembre 2006 La folle corsa on line
Non ho nessun posto dove andare, ma
voglio andarci il più rapidamente possibile. Potrebbe essere questo l’imperativo categorico di un mondo che tende
al simultaneo, ma in cui i luoghi, le mete, i punti di partenza e quelli di
arrivo si assomigliano sempre di più. Ed è proprio quello che deve aver
pensato il centauro (i vecchi cronisti li chiamano così) che ha deciso di spostarsi
da Vignole Borbera a Bolzaneto (che in quanto a non luoghi non sono secondi a
nessuno) e ritorno a Serrvalle, nel tempo record (supponiamo, ma forse
qualcun altro ci ha messo anche di meno) di 28 minuti e quindi alla ragguardevole
media di 160 chilometri allora e rotti (con punte massime di 290). Il tutto
ovviamente in una normale autostrada, A7, in un orario normale. Questa volta
però non siamo di fronte a una semplice vanteria da bar sport, del genere da casello a casello in
tot minuti, in questo caso è tutto rigorosamente documentato (auto-documentato)
da una telecamera posizionata sulla maxi-moto, proprio come in un gran premio
che si rispetti. Ma l’impresa (perché di impresa si tratta, il protagonista,
infatti, risulta essere ancora in vita), non poteva rimanere chiusa nei
confini di un’esperienza personale (ancorché estrema) andava condivisa. E
condivisa con il mondo. Nulla meglio di internet, nulla meglio di Youtube, il
sito dove ciascuno può liberamente mettere in scena la propria vita,
trasformarla in spettacolo grazie a una videocamera, rendere memorabile anche
la banalità. Per quel quarto dora di celebrità a cui ciascuno avrebbe
diritto, secondo il famoso detto di Andy Warhol, nella società di massa ora non
c’è più bisogno neppure della tv. Difficile pretendere che la velocità,
mitizzata quotidianamente dallo sport al cinema, dalla pubblicità alla televisione,
non venga poi realmente praticata e a poco valgono le lagnanze degli
ipocriti, i quali ripetono, amaramente, che le strade non sono circuiti!,
quando è vero esattamente il contrario. I futuristi sostenevano che «la
magnificienza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza
della velocità». La velocità è inebriante, come è inebriante la sfida con la
morte, e può diventare una dipendenza, una fra le tante che conosciamo. Il
protagonista della nostra storia, a bordo della sua Honda Cbr 1000, ha messo
a rischio la sua vita e quella degli altri, ha violato tutto il codice della
strada e buona parte di quello penale. Nessuno lo ha visto, nessuno lo ha
fermato, nessuno lo ha segnalato, nessuno, con ogni probablità, lo perseguirà,
tutti, prevedibilmente, si scandalizzeranno della sua follia. Ma i controlli
sulla sicurezza stradale, in Italia, continueranno a essere i più bassi d’Europa.
Buon viaggio . 6
novembre 2006 La crociata delle calorie
Probabilmente non si arriverà mai alla paradossale (ma non del
tutto illogica) dicitura il cibo nuoce alla salute, ma la lotta intrapresa
negli Stati Uniti contro l’obesità comincia ad avere i toni altrettanto
radicali della crociata anti-fumo. Se l’assessorato alla Sanità della città
di New York avrà partita vinta, d’ora in poi i prezzi delle portate non
saranno i soli numeri sui menù dei ristoranti: accanto a ogni piatto sarà
infatti in bella mostra il relativo contenuto calorico. L’operazione avviata
dal Board of Health della metropoli d’America con il più alto tasso di
malattie cardiovascolari si basa su una semplice considerazione: ogni volta
che vede nero su bianco l’impatto in calorie di una bistecca, di un contorno
di patatine fritte o di un dessert al cioccolato il cliente di un ristorante
non potrà fare a meno di chiedersi se il suo punto vita o la sua salute se lo
possono permettere. Nel mirino ci saranno non tanto i normali ristoranti ma
soprattutto le catene di fast food dalle ricette industrialmente standard e
pertanto altamente prevedibili come McDonalds, Burger King, Taco Bell o il
gigante del caffè Starbucks. Negli Usa il conto delle calorie sulle confezioni
di prodotti alimentari ha cominciato a diffondersi negli anni Ottanta ed è diventato
obbligatorio per legge, nonostante le proteste dell’industria alimentare, nel
1990. L’idea di stamparlo sui menu dei ristoranti è di dare agli avventori
una piccola doccia fredda, ha spiegato il New York Times che ha scoperto l’iniziativa
spulciando altre proposte più eclatanti come quella, di un mese fa, di
vietare ai locali della Grande Mela di portare intavola pietanze a base di
grassi idrogenati. Le calorie sul menù, già presenti sul sito web e nelle
brochures di McDonalds, potrebbero entrare in vigore il prossimo luglio. Gli
addetti ai lavori delle campagne anti-obesità hanno applaudito al progetto.
Molto spesso la gente non ha la più pallida idea dell’apporto calorico di alcuni
piatti best-seller: una visita da BurgerKing, con consumo di hamburger al
formaggio, patate fritte e dose King di Coca Cola, è una bomba per la salute
da 2.120 calorie. L’industria del fast food si è ovviamente ribellata:catene
come Starbucks e le pizzerie Domino hanno obiettato che i loro menu presentano
troppe varianti per venir semplificate con un calcolo aritmetico delle
calorie. 27 ottobre 2006 India, a seno nudo contro la siccità
Negli anni Settanta le femministe sostenevano che il corpo della
donna era terreno privilegiato di scontro politico; parlavano di
aborto,contraccezione, libertà sessuale e sottintendevano che quello scontro
avveniva senza tenere in grande conto l’opinione delle diretta interessate,
anzi aloro spese. Oggi le cose non sono cambiate poi molto anche se le donne
hanno aumentato la loro capacità di rappresentanza, ma il corpo femminile non
è più solo terreno di scontro politico ma anche e soprattutto di scontro
religioso. Basti pensare alla vicenda della fecondazione artificiale in
Italia e a quella del velo islamico in tutto il mondo. Un esempio
emblematico,nella sua drammaticità, (e solo apparentemente distante dagli
esempi che ho citato sopra) di come le donne siano obbliga the (delegate?) ammettere
il proprio corpo in trincea, arriva dall’India dove un gruppo di donne del
distretto di Dindori, nello stato centrale del Madhya Pradesh, hanno deciso
di arare i campi a seno nudo per invocare la pioggia. Così mentre nello stato
settentrionale dell’Uttar Pradesh non si ferma l’ondata di suicidi dei
coltivatori della zona, stremati dalle difficoltà e spesso dalla impossibilità
di sfamare le loro famiglie, le donne del Madhya Pradesh stanno cercando di
risolvere il problema della siccità offrendo agli dei la loro nudità. «Non
abbiamo nessuno che ci aiuti - racconta TiahuLal Bahelia, una delle donne del
distretto – quest’anno le piogge non sono arrivate e i campi ne stanno
risentendo. Non sappiamo cos’altro fare.Il Governo non ci ha aiutato in
nessun modo ed è per questo che noi ora stiamo cercando di fare qualcosa da
sole invocando la pioggia e l’aiuto degli dei. I nostri figli stanno morendo
di fame». Intanto mentre le donne arano e si prendono cura dei campi a seno
nudo, gli uomini, per motivi di pudore, sono tenuti lontani fino al tramonto,
quando le donne, finito il rituale di invocazione della pioggia, si coprono e
tornano a casa. 23
ottobre 2006 Una forca da museo
Verrà venduto all’asta on line, come una qualsiasi curiosità,
uno strumento che per decenni ha rappresentato l’incubo per centinaia di
condannati dell’Illinois. Una forca storica, manufatto unico nel suo genere e
vero e proprio monumento, verrà messa all’incanto con una base d’asta di
5.000 dollari da un collezionista di memorabilia di Chicago. Lo strumento di
morte fu costruito nel 1887 per eseguire le condanne di sette protagonisti
della famosa rivolta di Heymarket, a Chicago, uno degli episodi fondamentali
nella storia dei diritti dei lavoratori che ha posto le basi per il raggiungimento
delle otto ore lavorative. </p><p>In seguito, ben86 persone
avevano seguito il destino degli sciagurati fino al 1927, data dell’ultima
condanna. Tra le vittime mancate della forca c’è invece Tommy O Connor, detto
il Terribile Tommy, protagonista di una fuga spettacolare che ha ispirato
diversi film. Poi la forca fu accantonata e perpiù di mezzo secolo. Nel 1977
fu poi acquistata per pochi soldi da Mike Donley, un giovane collezionista
proprietario di un piccolo museo dedicato ai simboli di Chicago. Alla soglia
dei sessanta, Donley ha deciso di trasformare il museo in un parco a tema per
bambini, in stile Far West. «Mi dispiace venderla, ma con l’ambientazione del
parco centra davvero poco» dichiara ora il proprietario, che aggiunge «è un
monumento da preservare,spero diventi parte di qualche altro museo, e non
venga venduto a qualche cacciatore di cose bizzarre». </p><p>In
effetti in una forca non c’è assolutamente nulla di bizzarro, anzi si tratta
di un oggetto del tutto normale, coerente e organico alla storia dell’umanità.
Come scriveva Beccaria: «Che alcune poche società, e per poco solamente, si
siano astenute dal dare la morte è conforme alla fortuna delle grandi verità,
la durata delle quali non è che un lampo a paragone della lunga e tenebrosa
notte che avvolge gli uomini». 11
settembre 2006 L’offensiva dei manny
Sono un po’ come dei fratelli maggiori che non si fanno mettere
i piedi in testa, giocano ma non viziano e, soprattutto, non fanno ingelosire
la mamma: sono i manny, ovvero gli uomini babysitter, sono solo il4% delle
persone che in Gran Bretagna si occupano per lavoro di accudire i bambini, ma
stanno diventando richiestissimi. Secondo un nuovo sondaggio infatti, il 94%
delle famiglie del Regno ne assumerebbe uno. L’agenzia di babysitter Tinies
che ha condotto lo studio, sostiene che una delle chiavi del successo dei
manny è l’insicurezza delle madri. «Dalla nostra ricerca emerge che le madri
si sentono minacciate dalla presenza di una donna più giovane e attraente».
Un gioco di parole tra man, ovvero uomo, e nanny, bambinaia - viene invece
visto molto più di buon occhio dai mariti, che tendono a non percepire un
uomo che lavora con i bambini come una minaccia.</p><p>Ma cè di
più: laddove i genitori sono separati o i padri lavorano troppo e non
riescono a trascorrere tempo sufficiente con i figli, i manny possono fornire
quella figura paterna che viene a mancare. O almeno quella di un fratello
maggiore, a sentire Wendy Harrison, un’avvocatessa separata dal marito che
due anni fa ha assunto un manny slovacco. «I miei due figli interagiscono
meglio con un babysitter uomo. Riescono ad andare d’accordo, mentre le donne
le tolleravano e basta. Prima tornavo a casa e nessuno parlava. Oggi li trovo
a parlare di band che nonho mai sentito o a lottare per terra. Vedevano le babysitter
donne come delle madri, non delle ragazze. Jaro è diverso, è come un fratello
maggiore»,racconta la Harrison. </p><p>Sono circa 12.500 gli
uomini registrati come bambinai in Gran Bretagna, molti di più rispetto al
2003,quando erano 8.500. Secondo Janos, un ungherese che ha studiato
psicologia infantile e che si occupa di un bimbo di 4 anni, Max, i manny sono
anche più bravi a mantenere l’ordine e la disciplina, perché riescono a non
farsi coinvolgere troppo dal punto di vista emozionale. «Ci sono cose che Max
deve imparare: ringraziare, lavarsi le mani, essere educato. Laviamo insieme
i piatti:sono anche cose sue, quindi deve imparare. La mia ragazza pensa che
sia troppo presto, ma non voglio che diventi pigro. Le au pair donne sono più
fragili e inclini a viziare i bambini. Se Max sta male, lo posso coccolare
tutto il giorno, ma normalmente non mi piacciono le moine», dice, Janos il
cui fisico atletico fa sospettare che abbia reso geloso più di un papà. «Può
capitare -spiega il giovane - ma se l’uomo è preoccupato che la moglie scappi
con il manny è perché il matrimonio ha già problemi. Il fatto che una mamma
ci provi è uno dei rischi del mestiere, mi è capitato due volte e non è stato
piacevole». Il fenomeno dei manny sembra inevitabile e rientra nella redistribuzione
dei ruoli fra maschi e femmina in corso nei paesi avanzati. L’interessante sarebbe
capire se un buon manny potrà mai diventare un buon daddy, categoria di cui
si sente la mancanza. 7
agosto 2006 La domanda di Hawking
Dopo aver trascorso la sua esistenza gettando luce sui misteri
più impenetrabili dell’universo, dai buchi neri all’essenzadel rapporto tra
spazio e tempo, Stephen Hawking, uno degli scienziati più eminenti del mondo,
si è trovato in un vicolo cieco, di fronte ad una domanda a cui non sa dare una
risposta. E come molti comuni mortali fanno ogni giorno, ha chiesto aiuto
alla comunità della rete, invitandola a suggerire una risposta alla sua
semplice, ma allo stesso tempo cruciale domanda: «In un mondo che si trova in
uno stato di caos politico, sociale ed ambientale, come può la razza umana sopravvivere
per altri 100 anni?». Il quesito di Hawking ha suscitato interesse su scala
globale ed oltre 25.000 persone hanno tentato di fornire una risposta. E così,
mentre alcuni invocavano il potere di Dio, della pace e dell’amore, altri
affermavano senza mezzi termini: «Forse la razza umana non si merita di
sopravvivere. Lasciamo che altre forme di vita prosperino al posto nostro.
Facciamo schifo». Secondo gli ottimisti invece,nonostante la guerra, i
cambiamenti climatici e il frenetico progresso tecnologico, la razza umana ce
la farà. «Andrà tutto bene, ci saranno problemi e disastri, ma nulla di
dimensioni tali da giustificare il vostro pessimismo.Rallegratevi», ha
scritto tale Rabbit, mentre da altri arrivavano soluzioni più basilari, come
continuare a respirare, a mangiare e ad accoppiarsi. Ma dopo aver ascoltato
chi invocava maggiore armonia tra i popoli e chi invece poneva assoluta
fiducia nella tecnologia e nella medicina, tutti aspettavano con trepidazione
la risposta dell’eminente scienziato, prevedendo che sarebbe stata la più
illuminante. </p><p>E ieri, finalmente, la risposta di Hawking è
arrivata, sotto forma di un video in cui il professore, nella sua famigliare
voce elettronica, ha confessato con semplicità disarmante: «Non conosco la
risposta, è per questo che ho fatto la domanda». In un discorso di quattro minuti
lo studioso ha quindi elencato tutte le minacce che la Terra rischia di dover
affrontare, da una possibile collisione con un asteroide fino alla guerra nucleare,
dai cambiamenti climatici ai virus geneticamente modificati. Forse,ha
ipotizzato alla fine, l’uomo sarà in grado di sopravvivere solo se riuscirà
ad abbandonare la Terra e a colonizzare e trasformare altri pianeti. O forse
la soluzione è utilizzare l’ingegneria genetica per modificare la razza umana
e renderla meno incline alla guerra. L’unica cosa certa, al termine dell’intervento
di Hawking, è che nemmeno lui sa dare una risposta definitiva. Il popolo
della rete, sempre pronto a rispondere e chattare, ieri per una volta è
rimasto ammutolito. «È umiliante sapere che questo quesito sia stato posto da
uno degli esseri umani più intelligenti del pianeta senza che ne conoscesse
la risposta» ha dichiarato un navigatore. Gli altri, forse, si erano già
precipitati a discutere su un altro blog, a dividersi tra ottimisti e
pessimisti, tra chi trova rassicurante e chi inquietante che nemmeno uno dei
migliori cervelli al mondo sappia dare una risposta riguardo all’incerto
futuro del popolo della Terra. Che avesse ragione il futile Oscar Wilde? «La
vita è un cosa troppo importante perché si possa parlarne sul serio». 4
luglio 2006 Gates, beneficenza planetaria
Non so spiegare bene il perché, ma la notizia che sia nata la
più grande multinazionale della filantropia del mondo non mi fa sentire meglio.
Eppure l’idea che ci sia qualcuno (nel caso specifico Bill Gatesil suo amico
finanziere Warren Buffett) che abbia messo a disposizione della lotta contro
le ingiustizie nel mondo la bella cifra di 60milardi di dollari dovrebbe essere
considerata positiva, senza se e senza ma(ammesso e non concesso che ci sia
qualcosa che possa essere considerato senzase e senza ma). Le agenzie di
stampa parlano di un evento eccezionale, per molti versi storico. La Gates
Foundation, guidata dal fondatore della Microsoft e dalla moglie Melinda, ha
ricevuto in dono 31 miliardi di dollari proprio da un leggendario
protagonista del capitalismo finanziario come Buffett. «Bill e Melinda sono i
migliori del mondo, i Tiger Woods della beneficenza - ha detto il miliardario
- per questo li ho scelti per distribuire il mio denaro».Annunciando quella
che si configura come la più grande fusione mai avvenuto sul fronte
filantropico. Un gigantismo che fa crescere il potere di Gates & C. a un
tale livello che, dicono gli osservatori, governi e Nazioni Unite dovranno
dora in poi fare i conti con loro per definire le politiche di aiuto ai paesi
del Terzo Mondo. Non si tratta qui di ricordare la massima tolstoiana che si
può fare una grande malvagità ma una buona azione non si può farla altro che
piccola o addirittura la frase celebre attribuita a un altro miliardario, «la
paura dei poveri può indurre i ricchipersino alla filantropia», ma
semplicemente segnalare che la beneficenza è sempre più politicamente
complicata di quello che sembra. Il primo assegno da un miliardo e mezzo di
dollari arriverà in luglio. Buffett ha posto a Gates unas ola condizione per
il lascito: l’assegno annuale dovrà essere speso fino all’ultimo dollaro, il
che significa che i Gates dovranno lavorare duramente per sborsare almeno tre
miliardi di dollari all’anno, un quarto del bilancio annuale dell’Onu e delle
sue agenzie collegate. Quanto agli eredi Buffet ha dichiarato: «Lasciare
titoli e azioni ai figli è diseducativo:è come condannarli al welfare». Ai
figli di Buffet resta perciò in eredità un arduo quesito: fa più male la
ricchezza o la beneficenza? 6
giugno 2006 Una battuta di Bush
I texani, uomini proverbialmente rudi, non sono mai famosi nel
mondo per il loro humour. Non fa eccezione il presidente degli Stai
Uniti,George W. Bush. Per lui, come per tutti quelli come lui, fare battute è
perciò estremamente rischioso, gli manca quel sesto senso tipico del
battutista di talento, che sa misurare fulmineamente l’oggetto della sua
frecciata e il contesto (importantissimo) in cui viene scoccata. Non stupisce
quindi quasi per nulla che il presidente sia riuscito a scherzare sugli
occhiali neri di un giornalista cieco. L’episodio è avvenuto mercoledì
durante il tradizionale botta e risposta fra Bush e i giornalisti nei giardini
della Casa Bianca. Nel dare la parola a Peter Wallsten, reporter del Los
Angeles Time,Bush aveva detto: «Mi sta per fare una domanda con gli occhiali
addosso?»; epoi, ridacchiando - con quel suo bel sorriso intelligente - aveva
aggiunto,rivolto alla platea: «Per la cronaca, oggi non c’è sole». Già la
battuta non sarebbe stata granché anche se l’interlocutore non fosse stato
semi -cieco figuriamoci in questo caso. </p><p>Assolutamente
perfetta invece la risposta del giornalista, evidentemente di gran lunga più
spiritoso di Bush. «Dipende dalla prospettiva», aveva infatti replicato
Wallsten che era poi passato tranquillamente a fare la sua domanda sulla
mancata incriminazione dello stratega della Casa Bianca, Karl Rove. Wallsten
aveva poi spiegato alle agenzie di stampa di soffrire di degenerazione della
macula, una malattia progressiva il cui decorso viene rallentato, per l’appunto,
portando occhiali da sole e evitando l’esposizione alla luce particolarmente brillante.
Wallsten aveva pure aggiunto che la battuta di Bush non gli era parsa
particolarmente offensiva: «E d’altra parte non poteva sapere. Io non glielo
avevo detto». Ieri però Bush aveva telefonato al giornalista per scusarsi,
dicendo che non sapeva della sua malattia. Ma Wallsten l’ha interrotto,
assicurandogli che non cera bisogno di scuse. «L’unica cosa che mi dispiace -
ha poi detto il giornalista ai suoi colleghi - è che non abbia risposto alla
mia domanda sulla credibilità della Casa Bianca». Una volta che avrebbe avuto
la possibilità di farci fare davvero quattro risate. 9
giugno 2006 Schiavi e buffoni
Berlusconi è un buffone che ha schiavizzato l’Italia?O forse è
uno schiavizzatore circondato da buffoni? O un tale che pensava che un paese
di buffoni fosse facilmente schiavizzabile? Le inquietanti domande attraversano
in queste ore lItalia politica, ma ho l’impressione che il resto del paese
non sia granché interessato all’ennesima querelle nominalistica su traduzioni
e fraintendimenti. La Cassazione non è entrata,naturalmente, nel merito del
fatto se Berlusconi sia o meno un buffone, si è limitata a dire che definirlo
tale non è un reato, ma un legittima critica,senza dubbio estremamente
icastica, ma fondamentalmente una critica. Una critica che forse l’autore
avrebbe anche potuto argomentare, se ne avesse avuto l’occasione, ripensando
a barzellette, corna e bandane, per citare a memoria.
</p><p>Nessuno avrà mai la certezza giudiziaria che Berlusconi
sia o meno un buffone, forse ne avremo prima o poi altre, di certezze
(giudiziarie), ma non quella. Ciascuno dovrà decidere per se stesso, nel
segreto del proprio cuore, se accettare perlex presidente del consiglio
quella definizione, che senz’altro è offensiva, ma che potrebbe essere letta
anche in un senso più asettico,potremmo dire tecnico, oggettivo e in questo
senso diventare, non dico un complimento, ma il male minore. Per Berlusconi.
Altro discorso riguarda invece l’accusa di aver schiavizzato lItalia che
Prodi avrebbe lanciato in un intervista al settimanale tedesco Die Ziet.
</p><p>Senza entrare nel merito della smentita del premiere delle
inevitabili polemiche in corso, il termine schiavista non si attaglia per
nulla a Berlusconi e al berlusconismo. Berlusconi non ha mai avuto l’obiettivo
di schiavizzare gli italiani, ma semmai quella di sedurli, di mettersi sì
alla loro testa, ma sentendosi amato, meglio adorato; da cittadini che
assomigliassero a tanti dipendenti eternamente grati per stipendio e benefit,
maggiordomi preoccupati della riga dei pantaloni del leader più di lui
stesso. Lo schiavo lavora, suda e soprattutto odia e ciò potrebbe renderlo
troppo pericoloso. 7
giugno 2006 La banalità del male
Che la parte più orribile dell’orrore fosse la sua banalità se
ne era già accorta Hannah Arendt durante il processo al nazista Eichmann. Ora
lo ha capito anche il tenente Brian Humphreys, 32anni, californiano di stanza
in Iraq, che nel suo diario, infatti, scrive: «Èla banalità, più che la carneficina,
che sconvolge». I diari e le lettere dal fronte si assomigliano un po tutti,
esattamente come le guerre di cuidanno sempre la descrizione più convincente.
«La cosa peggiore» per il capitano Ryan Kelly, 36 anni di Denver in Colorado
da Camp Buehering in Kuwait, «non èil caldo soffocante o le notti gelide. È l’attesa».
Lisa Blackman,capitano di 32 anni di Chelmsford, Massachusetts descrive dalla
base El Ubeidin Qatar «l’incredibile senso di colpa sempre e comunque: se sei
al sicuro e i tuoi compagni no; se ti sparano e non resti ferito; se resti
ferito e non muori. E ancora peggio se ti rimandano a casa e loro restano al
fronte». Un’antologia dei testi dei militari Usa è stata pubblicata sull’ultimo
numero del mensile nell’ambito del Progetto, una iniziativa lanciata due anni
fa da National Endowment for the Arts per combattere lo stress del ritorno a
casa, la sindrome del Vietnam, mettendo nero su bianco le proprie esperienze
di guerra.Hanno partecipato all’iniziativa seimila militari di ogni ordine e
gradoassistiti da 25 scrittori famosi: falchi come Tom Clancy e MarcBowen ma
anche colombe come Richard Wilbur e Marilyn Nelson. Racconta il comandante
Edward W. Jewell, medico militare a bordo della nave ospedale Confort: «Il
numero dei pazienti che arriva a bordo è fuori controllo.Loro mandano tutti
qui, ma non sappiamo chi siano questi loro, e nessuno sembra sapere da dove
vengono questi feriti, o chi li manda. Dobbiamo accettarli e fare del nostro
meglio» 31
maggio 2006 Archeologia del pendolare
Franz Kafka riteneva che «credere nel progresso non significa
credere che un progresso ci sia già stato». Negli ultimi duemila anni molte
cose sono, probabilmente, migliorate ma fra queste pare non rientri lavita
del pendolare. Che si tratti della Londra targata XXI secolo, o della Roma di
Adriano, il tempo speso per gli spostamenti quotidiani non è infatti
cambiato:il 5% della giornata. A sostenerlo è il professor Andreas
Schafer,dell’università di Cambridge, che ha confrontato i dati sugli
spostamenti regionali della Roma antica e di Persepoli, notando che i nostri
antenati spendevano circa 80 minuti al giorno per spostarsi. Cambia,
naturalmente, la distanza percorsa. Spiega il professor Schafer: «In media i
romani percorrevano quasi cinque chilometri al giorno, il che permetteva loro
di andare in centro città dai sobborghi e rientrare a casa entro la giornata»,
e aggiunge, «le città erano disegnate in modo tale che il tragitto prendesse
un’ora e mezza di tempo, grosso modo come al giorno doggi». L’arrivo del tram
estese il tragitto giornaliero alla distanza di circa 10 chilometri e più tardi,
con la diffusione dell’automobile, a 20. «Con le condizioni di traffico
attuali, i pendolari impiegano in media 80 minuti per andare alavorare e
tornare a casa», conclude il professore. Le linee ad alta velocità hanno
esteso ancora di più la frontiera dei pendolari: «Solo 20 o 30 anni fa era
improbabile affrontare un viaggio di più oltre 100 chilometri», dice un portavoce
della Gner - una compagnia ferroviaria inglese - «mentre oggi si possono
facilmente trovare persone che vengono a lavorare a Londra ma che risiedono a
York, che dista 300 chilometri dalla capitale». Forse in futuro potremo anche
andare a lavorare sulla Luna, ma il problema resterà sempre il capufficio. |