oltre il giardino

maggio-dicembre 2006

 

 

 

7 dicembre 2006

Second Life il mondo parallelo

La virtualità è, molto semplicemente, la questione capitale dei nostri tempi. La dimensione umana che, meglio di altre, definisce la contemporaneità. Filosofi come Jean Baudrillard hanno teorizzato la morte del reale proprio per definire in modo paradossale (ma fino a un certo punto) quei fenomeni in cui l’immaginario (l’immaginazione si sarebbe detto nel 1968) prende veramente il potere. Quella che quarant’anni fa appariva come unutopia democratica oggi ha aspetti più inquietanti, contorni più ambigui che impongono attente riflessioni e un mai domo senso critico. Gli agenti di questa globale spettacolarizzazione della nostra vita quotidiana sono naturalmente i media, in primo luogo la televisione, ma soprattutto internet.La rete infatti è dotata di una caratteristica totalmente innovativa che è quella di trasformare lo spettatore in attore. E un luogo comune sostenere che ciascuno di noi ha sognato, almeno una volta, di essere qualcun altro, di vivere una seconda, o una terza vita. Sognare ad occhi aperti è sempre stato possibile; basta un cantastorie, un romanzo, un film. Tutti possono diventare madame Bovary (con i gravi rischi che ciò comporta) o identificarsi in D’Artagnan o John Wayne. Oggi internet fornisce un’opportunità in più, un’opportunità talmente seducente da aver già coinvolto un milione e settecentomila persone. Questa grande occasione di vivere il proprio film, il proprio romanzo, la propria telenovela e di farlo con un nuova identità si chiama Second life, un fenomeno che sta rivoluzionando lo stesso modo di consumare internet. Second life è il risultato di un sincretismo tra videogame, gioco di ruolo, chat e community. In poche parole chi vuole giocare (ma i militanti di Second life non vogliono sentir parlare di gioco) crea un suo personaggio virtuale, un alter ego detto avatar che può essere più o meno simile al suo padre reale, e lo inserisce nel mondo parallelo di Second life dove può vivere una seconda  vita, più avventurosa ed emozionante e (forse) meno pericolosa della prima. Una vita dove le regole sono labili, dove si può essere più belli, più cattivi, dove si può mentire senza una vita immaginaria. Naturalmente il mondo parallelo ha molti contatti con quello vero (mai virgolette furono più appropriate) con il quale interagisce. Gli avatar possono socializzare fra di loro (volete dire che c’è qualcuno che non ci prova?) e convincere gli originali a conoscersi e si possono acquistare con soldi reali gli oggetti esposti nei negozi virtuali. Il business, un po’ come il sesso, mantiene sempre, chissà perché, una sua naturale concretezza.         

 

23 novembre 2006

La censura del bacetto         

Che fortuna essere censurati per un bacio! Non c’è nulla di più piacevole di un bacio e non c’è nulla di più educativo dell’essere censurati. In un breve lasso di tempo si capisce come va il mondo. I due studenti genovesi, sgridati dalla preside per un casto bacetto fuori dalla scuola, dovrebbero quindi ringraziare la severissima insegnante che ha offerto l’immagine di una scuola fuori dal mondo, dando ai ragazzi l’opportunità di organizzare una simpatica manifestazione di protesta a base di baci e di conquistarsi nientemeno che la solidarietà di un ministro. Ma non è tutto. Gli studenti hanno anche avuto, gratuitamente, una lezione di burocrazia, infatti, se il bacio fosse avvenuto a più di dieci metri dal perimetro della scuola, non sarebbe stato più di competenza della preside, ma sarebbe rientrato nelle normale sfera delle libertà civili. Così non è stato. Galeotto fu quel mezzo metro. La preside, dal canto suo, ha perso una grande occasione - e non soltanto quella di tacere - ma anche una grande occasione didattica. Quale tema infatti più culturalmente stimolante del bacio? Il bacio, attività squisitamente umana (anche le scimmie si baciano, ma in modo più elementare), si presta ad essere studiato nei più diversi campi disciplinari, dall’antropologia alla storia dell’arte, dalla letteratura al cinema, dalla psicologia alla teologia. La bibliografia è abbastanza ricca e facilmente accessibile su internet. Il bacio in tutte le sue svariate forme (quello incriminato, oltretutto, era un bacio detto a stampo, una forma decisamente amicale e non certo erotica) ci dice qualcosa, non solo sull’evoluzione dei rapporti uomo-donna, ma anche sull’evoluzione della società (e nel caso specifico ci dice molto sull’involuzione della scuola italiana) e un buon professore (come certo ne esistono anche al’istituto commerciale Rosselli di Genova) potrebbe tirarne fuori una lezione memorabile. Ma il dovere della cronaca ci impone di segnalare anche una altro, non secondario, aspetto dell’affaire. La reprimenda della preside ai due giovani non sarebbe in realtà originata dal bacio, ma dalle critiche alla gestione della scuola che uno dei due studenti, attivo rappresentante di classe, ha espresso pubblicamente. Naturalmente questa interpretazione non ha per il momento riscontri, ma contiene un altro importante insegnamento: come spesso avviene negli ultimi tempi in Italia, dietro il sedicente rigore non c’è la morale ma la politica.         

 

18 novembre 2006

La folle corsa on line                  

Non ho nessun posto dove andare, ma voglio andarci il più rapidamente possibile. Potrebbe essere questo     l’imperativo categorico di un mondo che tende al simultaneo, ma in cui i luoghi, le mete, i punti di partenza e quelli di arrivo si assomigliano sempre di più. Ed è proprio quello che deve aver pensato il centauro (i vecchi cronisti li chiamano così) che ha deciso di spostarsi da Vignole Borbera a Bolzaneto (che in quanto a non luoghi non sono secondi a nessuno) e ritorno a Serrvalle, nel tempo record (supponiamo, ma forse qualcun altro ci ha messo anche di meno) di 28 minuti e quindi alla ragguardevole media di 160 chilometri allora e rotti (con punte massime di 290). Il tutto ovviamente in una normale autostrada, A7, in un orario normale. Questa volta però non siamo di fronte a una semplice vanteria da bar  sport, del genere da casello a casello in tot minuti, in questo caso è tutto rigorosamente documentato (auto-documentato) da una telecamera posizionata sulla maxi-moto, proprio come in un gran premio che si rispetti. Ma l’impresa (perché di impresa si tratta, il protagonista, infatti, risulta essere ancora in vita), non poteva rimanere chiusa nei confini di un’esperienza personale (ancorché estrema) andava condivisa. E condivisa con il mondo. Nulla meglio di internet, nulla meglio di Youtube, il sito dove ciascuno può liberamente mettere in scena la propria vita, trasformarla in spettacolo grazie a una videocamera, rendere memorabile anche la banalità. Per quel quarto dora di celebrità a cui ciascuno avrebbe diritto, secondo il famoso detto di Andy Warhol, nella società di massa ora non c’è più bisogno neppure della tv. Difficile pretendere che la velocità, mitizzata quotidianamente dallo sport al cinema, dalla pubblicità alla televisione, non venga poi realmente praticata e a poco valgono le lagnanze degli ipocriti, i quali ripetono, amaramente, che le strade non sono circuiti!, quando è vero esattamente il contrario. I futuristi sostenevano che «la magnificienza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità». La velocità è inebriante, come è inebriante la sfida con la morte, e può diventare una dipendenza, una fra le tante che conosciamo. Il protagonista della nostra storia, a bordo della sua Honda Cbr 1000, ha messo a rischio la sua vita e quella degli altri, ha violato tutto il codice della strada e buona parte di quello penale. Nessuno lo ha visto, nessuno lo ha fermato, nessuno lo ha segnalato, nessuno, con ogni probablità, lo perseguirà, tutti, prevedibilmente, si scandalizzeranno della sua follia. Ma i controlli sulla sicurezza stradale, in Italia, continueranno a essere i più bassi d’Europa. Buon viaggio .

 

6 novembre 2006

La crociata delle calorie

Probabilmente non si arriverà mai alla paradossale (ma non del tutto illogica) dicitura il cibo nuoce alla salute, ma la lotta intrapresa negli Stati Uniti contro l’obesità comincia ad avere i toni altrettanto radicali della crociata anti-fumo. Se l’assessorato alla Sanità della città di New York avrà partita vinta, d’ora in poi i prezzi delle portate non saranno i soli numeri sui menù dei ristoranti: accanto a ogni piatto sarà infatti in bella mostra il relativo contenuto calorico. L’operazione avviata dal Board of Health della metropoli d’America con il più alto tasso di malattie cardiovascolari si basa su una semplice considerazione: ogni volta che vede nero su bianco l’impatto in calorie di una bistecca, di un contorno di patatine fritte o di un dessert al cioccolato il cliente di un ristorante non potrà fare a meno di chiedersi se il suo punto vita o la sua salute se lo possono permettere. Nel mirino ci saranno non tanto i normali ristoranti ma soprattutto le catene di fast food dalle ricette industrialmente standard e pertanto altamente prevedibili come McDonalds, Burger King, Taco Bell o il gigante del caffè Starbucks. Negli Usa il conto delle calorie sulle confezioni di prodotti alimentari ha cominciato a diffondersi negli anni Ottanta ed è diventato obbligatorio per legge, nonostante le proteste dell’industria alimentare, nel 1990. L’idea di stamparlo sui menu dei ristoranti è di dare agli avventori una piccola doccia fredda, ha spiegato il New York Times che ha scoperto l’iniziativa spulciando altre proposte più eclatanti come quella, di un mese fa, di vietare ai locali della Grande Mela di portare intavola pietanze a base di grassi idrogenati. Le calorie sul menù, già presenti sul sito web e nelle brochures di McDonalds, potrebbero entrare in vigore il prossimo luglio. Gli addetti ai lavori delle campagne anti-obesità hanno applaudito al progetto. Molto spesso la gente non ha la più pallida idea dell’apporto calorico di alcuni piatti best-seller: una visita da BurgerKing, con consumo di hamburger al formaggio, patate fritte e dose King di Coca Cola, è una bomba per la salute da 2.120 calorie. L’industria del fast food si è ovviamente ribellata:catene come Starbucks e le pizzerie Domino hanno obiettato che i loro menu presentano troppe varianti per venir semplificate con un calcolo aritmetico delle calorie.  

 

27 ottobre 2006

India, a seno nudo contro la siccità

Negli anni Settanta le femministe sostenevano che il corpo della donna era terreno privilegiato di scontro politico; parlavano di aborto,contraccezione, libertà sessuale e sottintendevano che quello scontro avveniva senza tenere in grande conto l’opinione delle diretta interessate, anzi aloro spese. Oggi le cose non sono cambiate poi molto anche se le donne hanno aumentato la loro capacità di rappresentanza, ma il corpo femminile non è più solo terreno di scontro politico ma anche e soprattutto di scontro religioso. Basti pensare alla vicenda della fecondazione artificiale in Italia e a quella del velo islamico in tutto il mondo. Un esempio emblematico,nella sua drammaticità, (e solo apparentemente distante dagli esempi che ho citato sopra) di come le donne siano obbliga the (delegate?) ammettere il proprio corpo in trincea, arriva dall’India dove un gruppo di donne del distretto di Dindori, nello stato centrale del Madhya Pradesh, hanno deciso di arare i campi a seno nudo per invocare la pioggia. Così mentre nello stato settentrionale dell’Uttar Pradesh non si ferma l’ondata di suicidi dei coltivatori della zona, stremati dalle difficoltà e spesso dalla impossibilità di sfamare le loro famiglie, le donne del Madhya Pradesh stanno cercando di risolvere il problema della siccità offrendo agli dei la loro nudità. «Non abbiamo nessuno che ci aiuti - racconta TiahuLal Bahelia, una delle donne del distretto – quest’anno le piogge non sono arrivate e i campi ne stanno risentendo. Non sappiamo cos’altro fare.Il Governo non ci ha aiutato in nessun modo ed è per questo che noi ora stiamo cercando di fare qualcosa da sole invocando la pioggia e l’aiuto degli dei. I nostri figli stanno morendo di fame». Intanto mentre le donne arano e si prendono cura dei campi a seno nudo, gli uomini, per motivi di pudore, sono tenuti lontani fino al tramonto, quando le donne, finito il rituale di invocazione della pioggia, si coprono e tornano a casa.

 

23 ottobre 2006

Una forca da museo

Verrà venduto all’asta on line, come una qualsiasi curiosità, uno strumento che per decenni ha rappresentato l’incubo per centinaia di condannati dell’Illinois. Una forca storica, manufatto unico nel suo genere e vero e proprio monumento, verrà messa all’incanto con una base d’asta di 5.000 dollari da un collezionista di memorabilia di Chicago. Lo strumento di morte fu costruito nel 1887 per eseguire le condanne di sette protagonisti della famosa rivolta di Heymarket, a Chicago, uno degli episodi fondamentali nella storia dei diritti dei lavoratori che ha posto le basi per il raggiungimento delle otto ore lavorative. </p><p>In seguito, ben86 persone avevano seguito il destino degli sciagurati fino al 1927, data dell’ultima condanna. Tra le vittime mancate della forca c’è invece Tommy O Connor, detto il Terribile Tommy, protagonista di una fuga spettacolare che ha ispirato diversi film. Poi la forca fu accantonata e perpiù di mezzo secolo. Nel 1977 fu poi acquistata per pochi soldi da Mike Donley, un giovane collezionista proprietario di un piccolo museo dedicato ai simboli di Chicago. Alla soglia dei sessanta, Donley ha deciso di trasformare il museo in un parco a tema per bambini, in stile Far West. «Mi dispiace venderla, ma con l’ambientazione del parco centra davvero poco» dichiara ora il proprietario, che aggiunge «è un monumento da preservare,spero diventi parte di qualche altro museo, e non venga venduto a qualche cacciatore di cose bizzarre». </p><p>In effetti in una forca non c’è assolutamente nulla di bizzarro, anzi si tratta di un oggetto del tutto normale, coerente e organico alla storia dell’umanità. Come scriveva Beccaria: «Che alcune poche società, e per poco solamente, si siano astenute dal dare la morte è conforme alla fortuna delle grandi verità, la durata delle quali non è che un lampo a paragone della lunga e tenebrosa notte che avvolge gli uomini».

 

11 settembre 2006

L’offensiva dei manny

Sono un po’ come dei fratelli maggiori che non si fanno mettere i piedi in testa, giocano ma non viziano e, soprattutto, non fanno ingelosire la mamma: sono i manny, ovvero gli uomini babysitter, sono solo il4% delle persone che in Gran Bretagna si occupano per lavoro di accudire i bambini, ma stanno diventando richiestissimi. Secondo un nuovo sondaggio infatti, il 94% delle famiglie del Regno ne assumerebbe uno. L’agenzia di babysitter Tinies che ha condotto lo studio, sostiene che una delle chiavi del successo dei manny è l’insicurezza delle madri. «Dalla nostra ricerca emerge che le madri si sentono minacciate dalla presenza di una donna più giovane e attraente». Un gioco di parole tra man, ovvero uomo, e nanny, bambinaia - viene invece visto molto più di buon occhio dai mariti, che tendono a non percepire un uomo che lavora con i bambini come una minaccia.</p><p>Ma cè di più: laddove i genitori sono separati o i padri lavorano troppo e non riescono a trascorrere tempo sufficiente con i figli, i manny possono fornire quella figura paterna che viene a mancare. O almeno quella di un fratello maggiore, a sentire Wendy Harrison, un’avvocatessa separata dal marito che due anni fa ha assunto un manny slovacco. «I miei due figli interagiscono meglio con un babysitter uomo. Riescono ad andare d’accordo, mentre le donne le tolleravano e basta. Prima tornavo a casa e nessuno parlava. Oggi li trovo a parlare di band che nonho mai sentito o a lottare per terra. Vedevano le babysitter donne come delle madri, non delle ragazze. Jaro è diverso, è come un fratello maggiore»,racconta la Harrison. </p><p>Sono circa 12.500 gli uomini registrati come bambinai in Gran Bretagna, molti di più rispetto al 2003,quando erano 8.500. Secondo Janos, un ungherese che ha studiato psicologia infantile e che si occupa di un bimbo di 4 anni, Max, i manny sono anche più bravi a mantenere l’ordine e la disciplina, perché riescono a non farsi coinvolgere troppo dal punto di vista emozionale. «Ci sono cose che Max deve imparare: ringraziare, lavarsi le mani, essere educato. Laviamo insieme i piatti:sono anche cose sue, quindi deve imparare. La mia ragazza pensa che sia troppo presto, ma non voglio che diventi pigro. Le au pair donne sono più fragili e inclini a viziare i bambini. Se Max sta male, lo posso coccolare tutto il giorno, ma normalmente non mi piacciono le moine», dice, Janos il cui fisico atletico fa sospettare che abbia reso geloso più di un papà. «Può capitare -spiega il giovane - ma se l’uomo è preoccupato che la moglie scappi con il manny è perché il matrimonio ha già problemi. Il fatto che una mamma ci provi è uno dei rischi del mestiere, mi è capitato due volte e non è stato piacevole». Il fenomeno dei manny sembra inevitabile e rientra nella redistribuzione dei ruoli fra maschi e femmina in corso nei paesi avanzati. L’interessante sarebbe capire se un buon manny potrà mai diventare un buon daddy, categoria di cui si sente la mancanza. 

 

7 agosto 2006

La domanda di Hawking

Dopo aver trascorso la sua esistenza gettando luce sui misteri più impenetrabili dell’universo, dai buchi neri all’essenzadel rapporto tra spazio e tempo, Stephen Hawking, uno degli scienziati più eminenti del mondo, si è trovato in un vicolo cieco, di fronte ad una domanda a cui non sa dare una risposta. E come molti comuni mortali fanno ogni giorno, ha chiesto aiuto alla comunità della rete, invitandola a suggerire una risposta alla sua semplice, ma allo stesso tempo cruciale domanda: «In un mondo che si trova in uno stato di caos politico, sociale ed ambientale, come può la razza umana sopravvivere per altri 100 anni?». Il quesito di Hawking ha suscitato interesse su scala globale ed oltre 25.000 persone hanno tentato di fornire una risposta. E così, mentre alcuni invocavano il potere di Dio, della pace e dell’amore, altri affermavano senza mezzi termini: «Forse la razza umana non si merita di sopravvivere. Lasciamo che altre forme di vita prosperino al posto nostro. Facciamo schifo». Secondo gli ottimisti invece,nonostante la guerra, i cambiamenti climatici e il frenetico progresso tecnologico, la razza umana ce la farà. «Andrà tutto bene, ci saranno problemi e disastri, ma nulla di dimensioni tali da giustificare il vostro pessimismo.Rallegratevi», ha scritto tale Rabbit, mentre da altri arrivavano soluzioni più basilari, come continuare a respirare, a mangiare e ad accoppiarsi. Ma dopo aver ascoltato chi invocava maggiore armonia tra i popoli e chi invece poneva assoluta fiducia nella tecnologia e nella medicina, tutti aspettavano con trepidazione la risposta dell’eminente scienziato, prevedendo che sarebbe stata la più illuminante. </p><p>E ieri, finalmente, la risposta di Hawking è arrivata, sotto forma di un video in cui il professore, nella sua famigliare voce elettronica, ha confessato con semplicità disarmante: «Non conosco la risposta, è per questo che ho fatto la domanda». In un discorso di quattro minuti lo studioso ha quindi elencato tutte le minacce che la Terra rischia di dover affrontare, da una possibile collisione con un asteroide fino alla guerra nucleare, dai cambiamenti climatici ai virus geneticamente modificati. Forse,ha ipotizzato alla fine, l’uomo sarà in grado di sopravvivere solo se riuscirà ad abbandonare la Terra e a colonizzare e trasformare altri pianeti. O forse la soluzione è utilizzare l’ingegneria genetica per modificare la razza umana e renderla meno incline alla guerra. L’unica cosa certa, al termine dell’intervento di Hawking, è che nemmeno lui sa dare una risposta definitiva. Il popolo della rete, sempre pronto a rispondere e chattare, ieri per una volta è rimasto ammutolito. «È umiliante sapere che questo quesito sia stato posto da uno degli esseri umani più intelligenti del pianeta senza che ne conoscesse la risposta» ha dichiarato un navigatore. Gli altri, forse, si erano già precipitati a discutere su un altro blog, a dividersi tra ottimisti e pessimisti, tra chi trova rassicurante e chi inquietante che nemmeno uno dei migliori cervelli al mondo sappia dare una risposta riguardo all’incerto futuro del popolo della Terra. Che avesse ragione il futile Oscar Wilde? «La vita è un cosa troppo importante perché si possa parlarne sul serio».

 

4 luglio 2006

Gates, beneficenza planetaria

Non so spiegare bene il perché, ma la notizia che sia nata la più grande multinazionale della filantropia del mondo non mi fa sentire meglio. Eppure l’idea che ci sia qualcuno (nel caso specifico Bill Gatesil suo amico finanziere Warren Buffett) che abbia messo a disposizione della lotta contro le ingiustizie nel mondo la bella cifra di 60milardi di dollari dovrebbe essere considerata positiva, senza se e senza ma(ammesso e non concesso che ci sia qualcosa che possa essere considerato senzase e senza ma). Le agenzie di stampa parlano di un evento eccezionale, per molti versi storico. La Gates Foundation, guidata dal fondatore della Microsoft e dalla moglie Melinda, ha ricevuto in dono 31 miliardi di dollari proprio da un leggendario protagonista del capitalismo finanziario come Buffett. «Bill e Melinda sono i migliori del mondo, i Tiger Woods della beneficenza - ha detto il miliardario - per questo li ho scelti per distribuire il mio denaro».Annunciando quella che si configura come la più grande fusione mai avvenuto sul fronte filantropico. Un gigantismo che fa crescere il potere di Gates & C. a un tale livello che, dicono gli osservatori, governi e Nazioni Unite dovranno dora in poi fare i conti con loro per definire le politiche di aiuto ai paesi del Terzo Mondo. Non si tratta qui di ricordare la massima tolstoiana che si può fare una grande malvagità ma una buona azione non si può farla altro che piccola o addirittura la frase celebre attribuita a un altro miliardario, «la paura dei poveri può indurre i ricchipersino alla filantropia», ma semplicemente segnalare che la beneficenza è sempre più politicamente complicata di quello che sembra. Il primo assegno da un miliardo e mezzo di dollari arriverà in luglio. Buffett ha posto a Gates unas ola condizione per il lascito: l’assegno annuale dovrà essere speso fino all’ultimo dollaro, il che significa che i Gates dovranno lavorare duramente per sborsare almeno tre miliardi di dollari all’anno, un quarto del bilancio annuale dell’Onu e delle sue agenzie collegate. Quanto agli eredi Buffet ha dichiarato: «Lasciare titoli e azioni ai figli è diseducativo:è come condannarli al welfare». Ai figli di Buffet resta perciò in eredità un arduo quesito: fa più male la ricchezza o la beneficenza? 

 

6 giugno 2006

Una battuta di Bush 

I texani, uomini proverbialmente rudi, non sono mai famosi nel mondo per il loro humour. Non fa eccezione il presidente degli Stai Uniti,George W. Bush. Per lui, come per tutti quelli come lui, fare battute è perciò estremamente rischioso, gli manca quel sesto senso tipico del battutista di talento, che sa misurare fulmineamente l’oggetto della sua frecciata e il contesto (importantissimo) in cui viene scoccata. Non stupisce quindi quasi per nulla che il presidente sia riuscito a scherzare sugli occhiali neri di un giornalista cieco. L’episodio è avvenuto mercoledì durante il tradizionale botta e risposta fra Bush e i giornalisti nei giardini della Casa Bianca. Nel dare la parola a Peter Wallsten, reporter del Los Angeles Time,Bush aveva detto: «Mi sta per fare una domanda con gli occhiali addosso?»; epoi, ridacchiando - con quel suo bel sorriso intelligente - aveva aggiunto,rivolto alla platea: «Per la cronaca, oggi non c’è sole». Già la battuta non sarebbe stata granché anche se l’interlocutore non fosse stato semi -cieco figuriamoci in questo caso. </p><p>Assolutamente perfetta invece la risposta del giornalista, evidentemente di gran lunga più spiritoso di Bush. «Dipende dalla prospettiva», aveva infatti replicato Wallsten che era poi passato tranquillamente a fare la sua domanda sulla mancata incriminazione dello stratega della Casa Bianca, Karl Rove. Wallsten aveva poi spiegato alle agenzie di stampa di soffrire di degenerazione della macula, una malattia progressiva il cui decorso viene rallentato, per l’appunto, portando occhiali da sole e evitando l’esposizione alla luce particolarmente brillante. Wallsten aveva pure aggiunto che la battuta di Bush non gli era parsa particolarmente offensiva: «E d’altra parte non poteva sapere. Io non glielo avevo detto». Ieri però Bush aveva telefonato al giornalista per scusarsi, dicendo che non sapeva della sua malattia. Ma Wallsten l’ha interrotto, assicurandogli che non cera bisogno di scuse. «L’unica cosa che mi dispiace - ha poi detto il giornalista ai suoi colleghi - è che non abbia risposto alla mia domanda sulla credibilità della Casa Bianca». Una volta che avrebbe avuto la possibilità di farci fare davvero quattro risate.

 

9 giugno 2006

Schiavi e buffoni

Berlusconi è un buffone che ha schiavizzato l’Italia?O forse è uno schiavizzatore circondato da buffoni? O un tale che pensava che un paese di buffoni fosse facilmente schiavizzabile? Le inquietanti domande attraversano in queste ore lItalia politica, ma ho l’impressione che il resto del paese non sia granché interessato all’ennesima querelle nominalistica su traduzioni e fraintendimenti. La Cassazione non è entrata,naturalmente, nel merito del fatto se Berlusconi sia o meno un buffone, si è limitata a dire che definirlo tale non è un reato, ma un legittima critica,senza dubbio estremamente icastica, ma fondamentalmente una critica. Una critica che forse l’autore avrebbe anche potuto argomentare, se ne avesse avuto l’occasione, ripensando a barzellette, corna e bandane, per citare a memoria. </p><p>Nessuno avrà mai la certezza giudiziaria che Berlusconi sia o meno un buffone, forse ne avremo prima o poi altre, di certezze (giudiziarie), ma non quella. Ciascuno dovrà decidere per se stesso, nel segreto del proprio cuore, se accettare perlex presidente del consiglio quella definizione, che senz’altro è offensiva, ma che potrebbe essere letta anche in un senso più asettico,potremmo dire tecnico, oggettivo e in questo senso diventare, non dico un complimento, ma il male minore. Per Berlusconi. Altro discorso riguarda invece l’accusa di aver schiavizzato lItalia che Prodi avrebbe lanciato in un intervista al settimanale tedesco Die Ziet. </p><p>Senza entrare nel merito della smentita del premiere delle inevitabili polemiche in corso, il termine schiavista non si attaglia per nulla a Berlusconi e al berlusconismo. Berlusconi non ha mai avuto l’obiettivo di schiavizzare gli italiani, ma semmai quella di sedurli, di mettersi sì alla loro testa, ma sentendosi amato, meglio adorato; da cittadini che assomigliassero a tanti dipendenti eternamente grati per stipendio e benefit, maggiordomi preoccupati della riga dei pantaloni del leader più di lui stesso. Lo schiavo lavora, suda e soprattutto odia e ciò potrebbe renderlo troppo pericoloso. 

 

7 giugno 2006

La banalità del male

Che la parte più orribile dell’orrore fosse la sua banalità se ne era già accorta Hannah Arendt durante il processo al nazista Eichmann. Ora lo ha capito anche il tenente Brian Humphreys, 32anni, californiano di stanza in Iraq, che nel suo diario, infatti, scrive: «Èla banalità, più che la carneficina, che sconvolge». I diari e le lettere dal fronte si assomigliano un po tutti, esattamente come le guerre di cuidanno sempre la descrizione più convincente. «La cosa peggiore» per il capitano Ryan Kelly, 36 anni di Denver in Colorado da Camp Buehering in Kuwait, «non èil caldo soffocante o le notti gelide. È l’attesa». Lisa Blackman,capitano di 32 anni di Chelmsford, Massachusetts descrive dalla base El Ubeidin Qatar «l’incredibile senso di colpa sempre e comunque: se sei al sicuro e i tuoi compagni no; se ti sparano e non resti ferito; se resti ferito e non muori. E ancora peggio se ti rimandano a casa e loro restano al fronte». Un’antologia dei testi dei militari Usa è stata pubblicata sull’ultimo numero del mensile nell’ambito del Progetto, una iniziativa lanciata due anni fa da National Endowment for the Arts per combattere lo stress del ritorno a casa, la sindrome del Vietnam, mettendo nero su bianco le proprie esperienze di guerra.Hanno partecipato all’iniziativa seimila militari di ogni ordine e gradoassistiti da 25 scrittori famosi: falchi come Tom Clancy e MarcBowen ma anche colombe come Richard Wilbur e Marilyn Nelson. Racconta il comandante Edward W. Jewell, medico militare a bordo della nave ospedale Confort: «Il numero dei pazienti che arriva a bordo è fuori controllo.Loro mandano tutti qui, ma non sappiamo chi siano questi loro, e nessuno sembra sapere da dove vengono questi feriti, o chi li manda. Dobbiamo accettarli e fare del nostro meglio» 

 

31 maggio 2006

Archeologia del pendolare

Franz Kafka riteneva che «credere nel progresso non significa credere che un progresso ci sia già stato». Negli ultimi duemila anni molte cose sono, probabilmente, migliorate ma fra queste pare non rientri lavita del pendolare. Che si tratti della Londra targata XXI secolo, o della Roma di Adriano, il tempo speso per gli spostamenti quotidiani non è infatti cambiato:il 5% della giornata. A sostenerlo è il professor Andreas Schafer,dell’università di Cambridge, che ha confrontato i dati sugli spostamenti regionali della Roma antica e di Persepoli, notando che i nostri antenati spendevano circa 80 minuti al giorno per spostarsi. Cambia, naturalmente, la distanza percorsa. Spiega il professor Schafer: «In media i romani percorrevano quasi cinque chilometri al giorno, il che permetteva loro di andare in centro città dai sobborghi e rientrare a casa entro la giornata», e aggiunge, «le città erano disegnate in modo tale che il tragitto prendesse un’ora e mezza di tempo, grosso modo come al giorno doggi». L’arrivo del tram estese il tragitto giornaliero alla distanza di circa 10 chilometri e più tardi, con la diffusione dell’automobile, a 20. «Con le condizioni di traffico attuali, i pendolari impiegano in media 80 minuti per andare alavorare e tornare a casa», conclude il professore. Le linee ad alta velocità hanno esteso ancora di più la frontiera dei pendolari: «Solo 20 o 30 anni fa era improbabile affrontare un viaggio di più oltre 100 chilometri», dice un portavoce della Gner - una compagnia ferroviaria inglese - «mentre oggi si possono facilmente trovare persone che vengono a lavorare a Londra ma che risiedono a York, che dista 300 chilometri dalla capitale». Forse in futuro potremo anche andare a lavorare sulla Luna, ma il problema resterà sempre il capufficio.