oltre il giardino

gennaio-maggio 2006

 

 

 

19/05/06

Le ripetizioni? Meglio in India

La globalizzazione non risparmia ormai nessun settore della vita quotidiana, neppure le ripetizioni. Tanto che i professori di matematica statunitensi devono subire la concorrenza dei colleghi indiani. Nel subcontinente le tariffe sono infatti molto concorrenziali e i docenti sono disponibili in qualsiasi momento. Una lezione privata on line, attraverso il sito Studyloft.com, costa solo 18 dollari l'ora. Se l'insegnante è americano, una ripetizione via internet può arrivare a 110 dollari e una sessione "faccia a faccia" minimo 125 dollari. E' la strada dell'outsourcing messa già in atto dalle multinazionali in molti settori. La maggior parte dei grandi call-center, ad esempio, si trova ormai in India, in città dallo sviluppo vertiginoso come Bangalore.

Come per altre categorie colpite dalla delocalizzazione, anche in questo caso gli insegnanti Usa hanno alzato gli scudi: «L'istruzione non può essere appaltata a distanza. E' sbagliato affidare a gente che sta all'altro capo del mondo l'istruzione dei nostri ragazzi», ha protestato Rob Weil, vice direttore della American Federation of Teachers. Chi insegna dall'altro capo del mondo è di solito un giovane laureato indiano che tramite internet (e una webcam) impartisce lezioni di algebra, geometria o di insiemistica, lavorando per società specializzate come la Studyloft, la Growing Stars, la Career Launcher India o la Educomp Datamatics. Per questi giovani laureati, non di rado disoccupati o mal remunerati, dare ripetizioni virtuali garantisce introiti da capogiro in un Paese come l'India, dove gli stipendi rimangono molto bassi rispetto agli standard occidentali.

I tutor indiani fanno del loro meglio per sembrare più americani possibile: Lekha Kamalasan, che lavora per Growing Stars con una laurea avanzata in matematica, ha fatto due settimane di addestramento culturale imparando per la prima volta in vita sua tutto o quasi sul baseball e le feste nazionali americane. La richiesta americana di tutor in outsourcing ha dato vita a un'industria in pieno boom in Asia: l'80 per cento delle lezioni private originate in India sono dirette a studenti americani, secondo Educomp, una società di ripetizioni di New Delhi. Ma la battaglia sembra persa in partenza.

 

14/04/06

Bush e la teoria del vero uomo

Mi pare che Theodor Adorno abbia detto una volta (ma se non l'ha detto avrebbe potuto), che il problema attuale non è più la lotta della democrazia contro il fascismo ma quello del fascismo nella democrazia. E parlava dell'America del dopoguerra. Così su due piedi mi verrebbe in mente qualche esempio più recente e geograficamente (molto) più prossimo, ma restando agli States leggo sulle agenzie della recente uscita di un libro scritto da un "autorevole" esponente dei Neocon dove si tesse l'elogio del "vero uomo", intramontabile cavallo di battaglia di ogni possibile destra. Nel volume Manliness (mascolinità) Harvey Mansfield, attacca il femminismo lamentando la scomparsa dell'uomo virile in un mondo dove domina la parità tra i sessi. Settantenne, professore di scienza del governo ad Harvard da oltre 40 anni, Mansfield ha cominciato sostenendo, nella bufera sulle intercettazioni ordinate dalla Casa Bianca dopo l'11 settembre, che il presidente degli Stati Uniti è al di sopra della legge. Traduttore del "Principe" di Machiavelli e di "Democrazia in America" di Tocqueville, nel suo libro ha attinto a Omero, Aristotele, Kipling e Hemingway per definire i tratti del "vero uomo", una specie che, a suo dire, è praticamente in via di estinzione, fatte salve rare eccezioni: il presidente George W. Bush, e il suo vice Dick Cheney. A definire un "vero uomo" è ovviamente l'amore per la guerra, ma anche il bisogno di agire con onore, la cavalleria e l'onestà anche a costo di offendere qualcuno, la fiducia in se stessi di fronte ai rischi, l'amore per le situazioni drammatiche. Con la sola eccezione della Thatcher e in una certa misura di Lynne, la moglie di Cheney, il professore di Harvard sostiene che tentare di insegnare a una donna la virilita è come «cercare di insegnare a un gatto ad abbaiare». Senza spiegare però perché mai una donna dovrebbe essere virile. Insomma un coacervo di luoghi comuni per dare una rinfrescata ideologico-culturale al rambismo maschilista di Bush a cui si addice invece alla perfezione una frase di Isaac Singer: «L'uomo è una cosa schifosa. Se lo picchi si mette a urlare, ma se è l'altro che viene picchiato allora costruisce una teoria».

 

07/04/06

Tutta colpa del frigorifero

Una macchina fotografica digitale dotata di un pulsante "snellente" che permette di perdere, per lo spazio di uno scatto e a futura memoria, cinque chili di peso. È la soluzione virtuale ideata dalla Hewlett Packard contro pancette e cellulite e che ricorda il trucco di molti produttori di abbigliamento americani di chiamare 42 la taglia 44 e 44 la 46 per fare felici le signore sovrappeso. Frammenti di un problema come quello dell'obesità che negli Usa ha una dimensione globale che coinvolge politica, cultura ed economia.

Il Washington Post ha lanciato ieri l'ipotesi che il problema dell'eccesso di grasso nelle vite degli americani sia provocato dalle maxi-cucine. L'ipotesi si basa su due parametri statistici: mezzo secolo fa la cucina media americana misurava sette metri quadrati, oggi è grande oltre venti. Negli anni cinquanta l'americano medio pesava 75 chili, oggi ne pesa 86. Naturalmente l'idea del focolare come "cuore" della casa è vecchia quanto il mondo ma ha osservato Aric Chen, architetto d'interni: «In quel tipo di casa non c'erano buste enormi di patatine fritte o confezioni giganti di pasti pronti che si riscaldano in pochi minuti al microonde».

Il fatto è che non sono cambiate solo le dimensioni delle cucine, o che le maxi-cucine sono ormai alla portata di quasi tutte le tasche grazie ai modelli low cost di Ikea. E' il concetto stesso di cucina che è cambiato: un tempo era uno spazio chiuso riservato alla preparazione del cibo prima che venisse portato in sala da pranzo. Finita la cena e lavati i piatti, veniva spenta la luce e la famiglia si trasferiva altrove per leggere, studiare, far salotto, guardare la televisione. Le cucine di oggi, invece, sono pensate per essere un polo unico di attrazione per tutta la lunghezza della serata: un mix di salotto, sala da pranzo e centro di intrattenimento polivalente equipaggiato però con fornelli, frigo e talora divani. Inevitabile, dunque, secondo questa interpretazione, che la gente ingrassi.

Secondo i sociologi le vittime designate di questa evoluzione degli spazi sono i bambini: è del resto un dato di fatto che dagli anni Ottanta la percentuale dei minori sovrappeso sia triplicata. Ma è chiaro anche che non è soltanto la cucina a dover esser messa sul banco degli imputati in un'America dove 110 mila persone ogni anno muoiono per malattie collegate all'obesità. Una statistica pubblicata ieri ha rivelato che un bambino su quattro sotto i due anni a New York è obeso, mentre il 40 per cento è da considerarsi sovrappeso. L'epidemia di grasso uccide, è vero, ma genera anche business, grazie a una nuova gamma di prodotti pensati per i super-grassi. Dalla poltrona che regge stazze di due quintali alla macchina fotografica "snellente".

 

04/04/06

Statue egizie e vacche sacre

Il Gran Mufti d'Egitto, ha emesso una fatwa contro l'utilizzo di statue come elementi decorativi nelle abitazioni. Ali Gomaa, che prima di laurearsi in Legge all'università islamica di al Azhar aveva già preso una laurea in Economia, è considerato uno dei più rispettati studiosi dei quattro canoni di diritto dell'Islam e ha scritto decine di libri. Lo scorso anno si era lamentato delle troppe fatwa che vengono emesse, un numero maggiore negli ultimi dieci anni che in tutti i 1.400 di islamismo. Una fatwa, che decide cosa è halal o haram, giusto o sbagliato, può essere richiesta da chiunque, oggi anche via Internet o con un semplice sms. Alcuni imam le emettono su compenso.

Dopo le polemiche sulla stampa laica, il Gran Mufti, durante una delle sue numerose trasmissioni tv, ha accusato i giornalisti di aver travisato la realtà. La fatwa contro le statue non sarebbe stata emessa direttamente da lui. Anche se, ha ricordato, un hadith (detto di Maometto) afferma che "gli angeli non visitano mai le case dove c'è un cane oppure una statua". Le statue infatti possono dare adito a forme di idolatria. In ogni caso, ha detto il Gran Mufti, la proibizione è solo per le statue intere, non è per i busti. Nessuno è riuscito però a capire la sottile differenza giuridica. «L'unico scopo dell'arte è esaltare la bellezza - ha commentato la scultrice Rawia Sadek - e se all'inizio dell'era musulmana vennero proibite le statue è perché Maometto non era ancora certo della fede della gente».

«Chi si mette una statua in casa, lo fa solo per arricchire la sua abitazione non certo per adorarla», aggiunge lo scultore Ahmed Madi. «In ogni caso, i musulmani che colonizzarono l'Egitto non distrussero le statue faraoniche», conclude un altro artista, Ahmed el Askalani, che non nasconde di essere preoccupato da «un possibile rifiuto di questa arte dopo la fatwa».

Ma se gli egiziani piangono i nepalesi non ridono. Una donna è stata infatti condannata nei giorni scorsi a 12 anni di prigione per aver ucciso una mucca, animale considerato sacro in Nepal, dove il 90% della popolazione è induista. Nel regno himalayano, uccidere una mucca è reato, mentre non lo è mangiarne la carne. Secondo un giornale locale, la donna non è credente... e neppure vegetariana.

 

28/03/06

Terri Schiavo un anno dopo

La morte di Terri Schiavo divide ancora profondamente i protagonisti di un caso di eutanasia dalla risonanza mondiale. Mentre i genitori e il marito della protagonista della vicenda tornano a scontrarsi, con verità contrapposte affidate a due libri, l'America ribadisce il proprio giudizio: per il 64% degli americani fu giusto staccare i tubi che tenevano in vita da anni la donna, per lasciarla lentamente morire. Il 31 marzo 2005, dopo 13 giorni trascorsi senza l'alimentazione artificiale, Terri Schiavo moriva a 41 anni in un centro medico in Florida assediato da attivisti pro e contro l'eutanasia. Per impedire quella morte, erano scesi in campo un po' tutti: il presidente George W. Bush, suo fratello Jeb, governatore della Florida, il Congresso, il Vaticano, la destra religiosa. Alla fine ad averla vinta fu Michael Schiavo, il marito di Terri, che da anni si batteva per l'eutanasiia. I giudici, con una sentenza dopo l'altra, riconobbero il suo diritto a scegliere per la moglie incosciente, avvalorato dagli studi medici che dimostrarono come la donna fosse in uno stato vegetativo senza alcuna speranza di recupero. La ricostruzione delle posizioni dei due schieramenti - come era inevitabile negli Usa - si è tradotta in libri di memorie usciti in concomitanza con l'anniversario. Michael Schiavo è da ieri in libreria con il suo 'Terri: The Truth', un libro nel quale ribadisce la propria convinzione che la moglie non avrebbe mai voluto vivere in quello stato. «Ho fatto quello che voleva e non avrei lasciato che nessuno mi fermasse», sostiene Schiavo nelle interviste che concede in questi giorni per il lancio del libro. Micheal Schiavo nell'ultimo anno si è rifatto una vita. Schiavo ha anche fondato un comitato politico, 'Terripac', che appoggia candidati che si impegnano a tenere il governo fuori dalle scelte delle famiglie in tema di vita o di morte. Dall'altra parte della barricata, gli Schindler raccontano la loro odissea nel libro "A life that matters" (Una vita che conta), in vendita da oggi. «La nostra famiglia non crederà mai che Terri volesse morire in questo modo», ha detto Bobby Schindler, il fratello della donna. I proventi del libro serviranno per finanziare la fondazione che porta il nome di Terri e che cerca di aiutare famiglie che si trovino a fare i conti con malattie terminali o pazienti in stato vegetativo.

Il tubo che alimentava la donna era stato rimosso una prima volta nel 2001, per ordine dei giudici, ma reinserito dopo due giorni sempre per decisione giudiziaria. Nel 2003, in un'altra fase della battaglia legale, l'alimentazione era stata interrotta di nuovo, ma Jeb Bush ottenne dal parlamento della Florida una legge che ordinava di riattivare le macchine.Michael Schiavo proseguì però i propri appelli, fino a far dichiarare incostituzionale la legge della Florida. Il 18 marzo 2005 i giudici fecero interrompere definitivamente l'alimentazione artificiale. Due giorni dopo, il Congresso passò una legge straordinaria voluta dai repubblicani, in una rara riunione domenicale. Bush tornò dal Texas appositamente per firmare la legge, che ordinava ai giudici federali di intervenire e riesaminare il caso.Centinaia di manifestanti cinsero d'assedio il luogo dell'agonia della donna. Decine di loro si fecero arrestare, nel gesto simbolico di portarle da bere. Dal Vaticano, dove anche papa Giovanni Paolo II stava morendo, arrivarono parole di dura censura dell'eutanasia. Ma un giudice di Tampa confermò che Terri doveva morire e il 31 marzo il cuore della donna cessò di battere.

 

21/03/06

Fotoromanzi sul telefonino

Nella storia della comunicazione ogni volta che un nuovo media ha fatto la sua apparizione sulla scena della cultura umana si è detto che avrebbe "ucciso" i suoi concorrenti, fotografia contro pittura, televisione contro cinema e radio, internet contro televisione. In realtà ogni media, almeno fino ad oggi, è sopravvissuto ai suoi eredi a condizione di trasformarsi e di contaminarsi in modo a volte anche radicale. Si tratta di un fenomeno vecchio almeno quanto la società di massa e che oggi viene chiamata "convergenza" parola magica che guida le politiche delle multinazionali della comunicazione e anche buona parte della ricerca tecnologica. Si tratta, in parole povere, di mettere in relazione media diversi per aumentarne l'impatto sul mercato. L'impressione è però che più che convergere fra loro tutti i media tendano a convergere su un unico punto fermo: il telefonino. Due esempi, in un certo senso marginali, ma proprio per questo interessanti: nasce il fotoromanzo (genere ormai quasi estinto ma che potrebbe riprendere vigore) per telefonini ed esce il primo documentario interamente girato con il telefonino. La handy-photo-soap, è già partita a Berlino con la serie iniziale di nove fotogrammi e relative didascalie. Tra i protagonisti di una storia che più classica non si potrebbe, di amore e tradimenti figurano la presentatrice di un canale giovanile, Gulcan di Viva, una attrice vera, Dorkas Kiefer e Ben Bluemel, musicista famoso tra gli adolescenti tedeschi. L'idea è venuta alla società berlinese "Icon Impact Deutschland", che spera di ripetere il successo di quei giovani berlinesi che anni fa per primi hanno offerto in abbonamento le suonerie per i telefoniniì aprendo la strada a un business globale. Il finanziamento della prima handy-photo-soap dovrebbe avvenire attraverso gli abbonamenti, che costano 1,99 euro a settimana. Le prime due settimane sono gratis. Il fotoromanzo è naturalmente visibile anche in internet all'indirizzo www.mittendrin.tv. Anche il documentario (questa volta italiano) parla d'amore, è girato con il cellulare da Marcello Mencarini e Barbara Seghezzi, ed è addirittura ispirato alla famosa trasmissione televisiva "Comizi d'amore" realizzata da Pasolini nel 1963 in cui l'intellettuale intervistava gli italiani sulle questioni sessuali. «E' stato interessante fare un film senza il rigore, la disciplina, le ansie e le tensioni che animano le produzioni cinematografiche tradizionali», racconta Mencarini, che è il coordinatore di Emage e ilm direttore di Makadam, la prima comunità italiana di video e foto fatte con il telefonino.

 

10/03/06

Un’anima all’asta

Premesso che, come ci ha insegnato Achille Campanile, non c'è alcun rapporto fra gli asparagi e l'immortalità dell'anima (gli asparagi si mangiano, l'immortalità dell'anima no) è meglio cedere "l'angelica farfalla", (come la chiamava Dante) al Diavolo o a Dio?

Per Hermant Metha, dottorando alla DePaul University (una delle più grandi università cattoliche degli Stati Uniti) non fa evidentemente una grande differenza se ha deciso di mettere la sua anima all'asta su e-Bay. Satana non si è fatto vivo, almeno apparentemente - racconta il Wall Street Journal di ieri - in compenso è apparso un ex predicatore evangelico, che se l'è aggiudicata per 504 dollari. Metha, che ha 23 anni, è un miscredente e un matematico, proprio come il mitico Faust che ha appassionato Christopher Marlowe e Wolfgang Goethe, Thomas Mann e Mikhail Bulgakov. Nella sua offerta sul sito delle aste on-line ha rivelato di sentire che qualcosa gli mancava nella vita: «Forse essere assieme a persone che mi indichino la Via. È la migliore opportunità, forse, di cambiare me stesso» e ha promesso che per ogni dieci dollari del prezzo finale avrebbe pregato per un'ora.

L'asta si è conclusa qualche giorno fa dopo 41 offerte: si sono contesi l'anima di Metha a colpi di dollari un gruppo di evangelici, ma anche atei, determinati a tenere il giovane Faust di Chicago nella loro squadra. Quando il martello elettronico del battitore ha chiuso la vendita è risultato vincitore Jim Henderson, un ex predicatore di Seattle che oggi fa l'imbianchino e che ha scritto un libro, Lost, sulla crescente distanza tra cristiani e non-credenti pubblicato dalla casa editrice Random House. A differenza di molti colleghi predicatori, Henderson non era alla ricerca di un'anima da salvare.

Qualche giorno dopo l'asta il Mefistofele di Seattle ha incontrato il suo Faust in un bar di Chicago e lì è stato consumato l'accordo. Anziché imporre a Metha le 50 ore di preghiere che gli sarebbero spettate toccate, ha chiesto allo studente di partecipare a una decina di servizi religiosi di sua scelta e poi di contribuire con la sua esperienza, anche critica, al suo sito web. "Off-the-map.org", questo l'indirizzo della pagina on-line, si prefigge di «aiutare i cristiani a essere normali». Henderson è infatti parte di un piccolo ma agguerrito nucleo dell'universo evangelico che dissente con la maggioranza conservatrice del movimento e che vuole che la religione abbracci la società, non la metta alle porte.

Metha ha accettato di raccontare le sue esperienze nelle varie chiese in un blog e di rispondere alle domande del pubblico. «Non sto cercando di convertirti. Devi andare in chiesa con occhio critico e dire quel che non va. Se poi lungo la strada trovi la fede, tanto meglio», ha detto il predicatore all'anima acquistata di fresco. Le vie del Signore sono infinite, quasi quanto quelle del Diavolo.

 

07/03/06

Il Forum delle periferie

Dal punto di vista urbanistico (e perciò anche sociale) le periferie sono la falsa coscienza delle città. Negli affollati deserti delle periferie si è da tempo infranto il mito moderno della metropoli e gli esempi non si contano. Ma oggi lo sviluppo di un nuovo modello di comunicazione dal basso, reso possibile dalla Rete, sta lentamente ma radicalmente modificando il rapporto centro/periferia.

Dal punto di vista culturale e politico le periferie potrebbero immaginare di costruirsi una loro centralità almeno nella città virtuale di Internet. Delle periferie - che restano comunque tuttora sinonimo di violenza, degrado, discriminazioni e paura - si è parlato in questi giorni a Parigi dove si è riunito il movimento "la rabbia dei popoli", che ha come obiettivo la creazione di un Forum sociale delle banlieue di tutto il mondo. Al primo summit delle periferie erano presenti, oltre a studiosi e associazioni, i rappresentanti delle banlieue di dodici Paesi: fra gli altri, quelli di Sao Leopoldo, l'immensa periferia di Porto Alegre, dei sobborghi di Berlino, dell' hinterland milanese e, naturalmente, della banlieue parigina. «Vogliamo che tutti prendano atto della situazione di questi territori e ci si convinca che bisogna fare qualcosa. È il momento di cambiare punto di vista sulle periferie», ha detto, per introdurre il forum, il sindaco di Nanterre, Patrick Jarry. Per Alain Bertho, dell'Istituto di ricerche europee, le sommosse delle banlieue sono fatti difficili da metabolizzare da parte dei politici delle diverse nazioni che si nascondono dietro "la marginalizzazione" di questi quartieri.

«Le violenze delle banlieue sono state un campanello d' allarme» ha spiegato Magnolia Agudelo della periferia di Bogotá, in Colombia, che ha sottolineato come le cause vengano da «quei cittadini che sono di fatto esclusi dalle decisioni politiche». Sentirsi "prigionieri" dentro la propria città è un altro dei problemi che sono emersi durante il dibattito: certi quartieri, non solo sono privi dei servizi essenziali, inclusi i trasporti pubblici ma sono considerati "off limits" dal resto della comunità. Soprattutto per i giovani queste difficoltà di comunicazione (fisica e psicologica) vengono vissute come una vera e propria forma di esclusione sociale. Italia e Francia, nonostante politiche molto differenti, vivono situazioni simili, mentre in altri Paesi lo scarto è tale da rendere il confronto improponibile. È il caso del Brasile, dove la banlieue è la «periferia di uno Stato già periferico» secondo il governatore di Rio del Sul dove il governo Lula ha «ridotto dell'8 per cento il numero di famiglie che vivono in miseria assoluta». «A sentire le rivendicazioni della Francia immaginate quale può essere l'esclusione e la difficoltà di abitare in un Paese come il nostro - ha aggiunto il governatore - quello che in Francia viene demolito da noi sarebbe di altissima qualità».

 

10/02/06

Quel giudice in diretta

I giornali francesi tessono l'elogio della tv. Ad entusiasmare i commentatori le sei ore di diretta televisiva sulla testimonianza del giudice Fabrice Burgaud, davanti alla commissione parlamentare d'inchiesta sullo scandalo giudiziario di Outreau. Le Figaro parla di una "vera telerealtà" e di una tv "che ha segnato un punto". Le Monde dice "grazie" alla tv che "ha giocato un ruolo insostituibile". Più di cinque milioni di telespettatori hanno potuto vedere mercoledì su Tf1, France 2 ed altri canali all news la faccia di quel giudice che ha mandato in carcere preventivo 14 persone, accusandole di stupri, violenze, corruzione di minori e che poi sono state assolte. Tutte tranne un suicida.

È la tragica storia di un presunto giro di pedofilia ad Outreau, nel Pas de Calais, nord della Francia, inventato da una donna che aveva trascinato nell'inganno anche i suoi due figli e che alla fine ha confessato. Le tv avevano sconvolto la loro abituale programmazione per consentire di ascoltare e vedere il giudice Burgaud, uno dei responsabili principali di quello che lo stesso capo dello Stato, Jacques Chirac, aveva definito un «disastro giudiziario senza precedenti». Secondo Mediametrie, Tf1, che ha diffuso la testimonianza del giudice dalle 15,45 alle 19,00, ha raccolto circa 2,7 milioni di telespettatori con uno share pari al 23,8%. France 2, che ha trasmesso dalle 15,25 alle 19,00 circa, è stata guardata da 2,36 milioni di telespettatori con uno share del 21,9%.

I francesi hanno potuto vedere, scrive Le Monde, un giudice che ammetteva i propri errori «pallido, gracile, con la voce tremolante, lo sguardo fisso». Per Le Figaro, un uomo «dai tratti stanchi, con le mani tremolanti». Le Monde cita l'ex ministro della giustizia Robert Badinter - il giudice «non era adatto ad esercitare a quell'epoca tali responsabilità» - e aggiunge che «c'è l' urgenza di una riforma profonda di un'istituzione ossessionata dalla ricerca della confessione».

Da sempre i massmediologi ci hanno insegnato che lo specifico della tv, ciò che la caratterizza è proprio la diretta, la capacità cioè di documentare un evento nel momento in cui accade. Negli ultimi anni la vera diretta sembra però essere quasi scomparsa, sostituita dalla mitologia dell'evento (forma di diretta molto più "controllata") e dal trionfo del reality che della diretta è soltanto il simulacro. Il caso francese dimostrerebbe che la "buona" tv è ancora quella della diretta, anche se ogni fenomeno televisivo mantiene sempre un'alta percentuale di ambiguità comunicativa.

 

07/02/06

La rivincita del bastardo

L' ho sempre detto che i veri bastardi sono i migliori e che il meticciato è una grande risorsa, anche estetica. Parlo di cani, naturalmente. Questa convinzione mi viene ora confermata dalla Gran Bretagna, terra dove di cani se ne intendono, e dove non a caso è scoppiata la moda del bastardo d'autore. Fino ad ieri quando un cane di razza si incrociava con un cane di razza diversa, al padrone non restava che regalare i cuccioli a chi non importava di avere un esemplare di nobile pedigree. Oggi invece i bastardi d'autore - particolari incroci di razze pure - sono diventati l'ultimo must delle celebrità. La mania è tale, spiega il mensile britannico Dogs Today, che per mettere le mani su un puggle - incrocio tra un carlino e un beagle, fotografato al guinzaglio di Sylvester Stallone, Jake Gyllenhall e Julianne Moore - si arriva a sborsare fino a 4.500 euro.

Tra gli altri bastardi di valore c'è anche il labradoodle, un incrocio tra labrador e barboncino che pare combini la natura dolce del primo con l'intelligenza del secondo: un cucciolo costa circa mille euro e per averlo c'è una lista d'attesa di almeno un anno. Il labradoodle è stato creato per la prima volta da un allevatore in Australia. Il barboncino viene anche fatto incrociare con il Jack Russell, per dare vita al jackadoodle, un'altra graziosa razza di bastardo. Dall'incrocio tra un dalmata e un border collie nasce invece il dollie, che eredita dal primo il pelo corto e alcune delle caratteristiche macchie e dal secondo le orecchie nere e la mascherina bianca del muso. Alcune di queste combinazioni però possono risultare a dir poco spiacevoli, nonché pericolose per il benessere del cane. Secondo quanto riporta la rivista, dall'unione tra un carlino e un pechinese, era nato un cucciolo dal muso così schiacciato che gli occhi gli schizzavano fuori, mentre incrociare un terranova con un San Bernardo darebbe vita ad un cane enorme con grossi problemi di displasia del bacino.

È stato proprio questo aspetto della creazione degli incroci ad aver spinto veterinari e associazioni per la difesa del cane a mettere in guardia contro allevatori interessati più al denaro che al benessere degli animali. «Credo che questi incroci non siano un qualcosa di positivo. Si rischia di finire con un pool genetico ridotto e quindi con esemplari più esposti a malattie ereditarie», ha dichiarato Chris Laurence, direttore veterinario della Dogs Trust, la lega britannica per la difesa del cane, che ha aggiunto: «C'è sempre la tentazione di allevare esemplari che un allevatore più responsabile non alleverebbe. Si tratta di persone che selezionano cani per soldi, non per la loro qualità».

Un altro avvertimento contro i nuovi bastardi è stato lanciato dal Kennel Club, un'associazione che promuove la cura e l'addestramento dei cani. «Un cane è un compagno per la vita, non un accessorio di moda», ha affermato Phil Buckley, portavoce dell'organizzazione. A questo punto tutti penserete che i veri bastardi sono i padroni, ma come sempre si tratta di intendersi sull'uso delle parole. E degli insulti.

 

31/01/06

Un uomo chiamato tv

Berlusconi è un uomo coerente. Almeno su una cosa: la tv. Per lui la tv è sempre stata tutto e sempre lo sarà. Lui e la televisione sono una cosa unica e se il leader perderà le elezioni non sarà solo una sua sconfitta ma anche una sconfitta della televisione, almeno come la intende, e la fa, Berlusconi.

In questi ultimi giorni molti osservatori, politici e mediatici, si sono interrogati sul fatto che la sovraesposizione in corso possa ottenere l'effetto opposto a quello desiderato. La domanda è legittima e una risposta definitiva la potranno dare soltanto le urne. Una cosa comunque è certa, Berlusconi è intensamente convinto del contrario, spesso anche contro il parere dei suoi stessi consiglieri pensa che essere in tv ad oltranza gli giovi. Non potendo - ed è uno dei suoi più grandi rammarichi - utilizzare veri e propri spot ha pensato di trasformare se stesso in un unico, immenso spot. Berlusconi ha deciso (finché la legge glielo consentirà e forse anche dopo) di applicare a se stesso la logica del tormentone che da sempre ha tanto successo ha avuto nel promuovere prodotti di ogni tipo, ma anche personaggi e trasmissioni.

Il tormentone può essere un jingle, piccola canzoncina ripetuta all'infinito, una parola, un frase o anche un volto, il volto che diventa sinonimo della merce messa in vendita. Berlusconi è diventato testimonial di se stesso, non utilizzando, per ovvi motivi, un'orecchiabile sigletta ogni volta che va in scena, deve affidarsi da una parte al suo sorriso (naturalmente a condizione che non abbia interlocutori che glielo tolgano dalla faccia a botte di fastidiosi e pessimistici richiami alla realtà) e dall'altra a una serie di slogan ripetuti anch'essi all'infinito.

Berlusconi applica con determinazione e senza tentennamenti la lezione della quantità imparata alla scuola della pubblicità dei prodotti di massa, dai prosciutti ai detersivi. Ripetere, ripetere, ripetere, qualcosa resterà. È per questo che il Cavaliere ha sofferto così tanto da rischiare l'ennesimo scontro istituzionale l'invito del tutto sensato del presidente Ciampi ad un maggiore equilibrio da parte del servizio pubblico nell'uso degli spazi tv riservati ai politici. Quanto al centro-sinistra sembra, nonostante tutto, sottovalutare ancora una volta, a dispetto delle indignazioni di prammatica, il problema, con atteggiamenti che a volte ricordano quello snobismo nei confronti del mezzo televisivo che negli anni Ottanta, e anche Novanta, gli ha impedito di capire in che direzione stava andando l'Italia.

Nella campagna elettorale che è di fatto già incominciata sarà perciò interessante osservare se il ruolo e il peso della televisione sarà quello che abbiamo conosciuto fino ad oggi oppure è destinato a modificarsi in modo sensibile. La televisione come media sta certamente attraversando un fase di grande trasformazione, ma non è detto che questa mutazione influisca immediatamente sul fronte della politica-spettacolo.

 

27/01/06

Reality per finta

Centinaia di inglesi erano pronti a concepire un bambino con uno sconosciuto davanti alle telecamere nella speranza di aggiudicarsi un premio di 140.000 euro. Il reality show era però uno scherzo organizzato allo scopo di sondare i limiti del buon gusto, ma l'idea - che ha rischiato (e forse lo rischia ancora) di diventare un vero programma - ha attirato l'attenzione di decine di canali televisivi di tutto il mondo interessati ad acquistare il format.

Il finto reality Let's Make a Baby, è stato inventato dagli autori della serie Tv Mischie (Marachella) dell'emittente britannica Bbc 3, che hanno pensato alla cosa «più di cattivo gusto e moralmente discutibile» possibile e hanno creato una società di produzione fittizia per venderla. Quando il finto reality è stato pubblicizzato alla televisione, alla ricerca di aspiranti partecipanti, le linee telefoniche sono state intasate da chiamate di centinaia di candidati. In oltre duecento hanno dato la loro disponibilità ad avere rapporti davanti i all'occhio della telecamera per concepire un bambino in una sorta di "casa della fertilità", dalla quale ogni settimana il pubblico avrebbe dovuto eliminare l'inquilino meno attraente. Le due coppie rimaste in finale, poi, avrebbero dovuto gareggiare fra loro per mettere il prima possibile in cantiere un figlio, con la prospettiva di vincere così 140.000 euro a testa. Agli aspiranti partecipanti è stato detto che il reality era una burla solo dopo le audizioni.

I produttori di Mischief avevano anche trovato senza difficoltà due presentatori per il programma: Makosi Musambasi e Craig Coates, entrambi ex inquilini della casa del Grande Fratello 6 britannico. Per concludere l'esperimento, gli autori del programma della Bbc 3 avevano anche organizzato un party alla fiera di Cannes per la vendita di programmi televisivi, per proporre il format a canali tv stranieri e sondare le loro reazioni. L'iniziativa ha avuto un grande successo e diverse offerte sono piovute da tutto il mondo. «Come produttrice televisiva, ero molto interessata a vedere quanto in basso sarebbe andata l'industria in cui lavoro per attirare spettatori e attenzione. La risposta è stata: molto in basso davvero», ha commentato Hilary Sage, producer e regista di Mischief.

Secondo il professor David Williams, che ha smesso di lavorare come consulente per Il Grande Fratello britannico per ragioni etiche: «I confini di questo tipo di tv sono sconfinati. Lo scorso anno vi fu un enorme audience sul web per un film online sulla decapitazione degli ostaggi in Iraq. Questo mostra fino a quale punto di depravazione la nostra immaginazione può spingersi». Pur rispettando le ragioni del professor Williams, credo che la "depravazione" sia argomento troppo complesso per confinarlo dentro uno schermo tv. Quanto ai reality, che sono sempre e comunque finzione, non può stupire che un "finto" reality si sia dimostrato più vero del vero.

 

24/01/06

Un bacio è meglio

Il bacio ha una storia culturale lunga e complessa che ha impegnato autorevoli saggisti in tomi completi di corredo iconografico. Naturalmente il bacio erotico e passionale non è che una delle svariate forme sociali del bacio (si va dal bacio materno al bacio di Giuda, dal bacio sulla bocca stile sovietico al bacio di Dracula, solo per fare qualche esempio), ma è probabilmente quella che suscita il maggiore interesse. Tanto da aver dato origine all'ennesimo sondaggio. Secondo lo studio, realizzato in Germania, gli uomini considerano per lo più il bacio come una abitudine o una sorta di esercizio obbligatorio, mentre le donne danno ad esso un valore assai più alto in termini di intimità, arrivando in molti casi a considerare il bacio più importante del sesso. «Le donne danno molta importanza ai baci, mentre gli uomini potrebbero farne benissimo a meno», ha spiegato Ingelore Ebberfeld, sessuologa di Brema. Nell'inchiesta, condotta su un campione di 514 persone di età tra i 16 e i 91 anni, a dire di baciare volentieri è stato il 56% delle donne rispetto al 44% degli uomini. Lo studio ha rivelato al tempo stesso che le donne percepiscono spesso nei baci una maggiore intimità che non nell'atto sessuale vero e proprio. Cosa questa confermata anche dal sondaggio condotto tra le prostitute: solo una minima parte di esse infatti si fa baciare durante il sesso a pagamento. La spiegazione addotta è che il bacio, per il loro tipo di lavoro, viene considerato troppo intimo. Quasi la metà delle donne è pronta a sottoscrivere la frase per cui "un buon bacio è migliore del coito". Un'idea che non è condivisa dai due terzi degli uomini intervistati. Personalmente mi pare ovvio che considerare il bacio un semplice preliminare sia da idioti; d'altra parte gli etologi sostengono che l'unirsi delle labbra è proprio ciò che differenzia l'uomo dalla bestia. Quasi sempre.

 

10/01/06

Compro dunque sono

«Bisogna affermare a chiare lettere fin dall'inizio che il consumo è una modalità attiva di rapporto non soltanto con gli oggetti ma con la collettività e con il mondo, una modalità di attività sistematica e di risposta globale su cui l'intero sistema culturale si fonda». Così il filosofo Jean Baudrillard poneva negli anni Sessanta il "problema dei problemi" delle società capitalistiche avanzate. Lo shopping è la forma più classica e in un certo senso più elementare in cui la cultura del consumo si esprime e di volta in volta assume forme diverse, da quelle spettacolari (la neo-tv ha creato un sub-genere dei programmi dedicati ai "ricchi e famosi" che si occupa esclusivamente di acquisti), a quelle oppositive (nelle diverse varianti, religiose e laiche, di critica, anche radicale, del consumismo) a quelle propriamente patologiche. Negli Stati Uniti la "sindrome da shopping" è ormai considerata una vera e propria malattia mentale che si va ad affiancare ad altre inedite forme di disagio psichico, come la dipendenza da videogame o da pornografia.

Secondo la psicologa April Lane Benson, autrice del best seller "Compro, dunque sono", sono 15 milioni gli americani che soffrono di questa febbre da supermarket. Molti di loro, però, soprattutto in questo periodo dell'anno, diventano "restitutori" altrettanto cronici: acquistano perché l'atto li fa sentir bene, rafforza la loro identità, poi però, sommersi dai sensi di colpa, riportano l'oggetto comprato al negozio. Lo shopping-dipendente (un americano su venti) - sostiene la psicologa - prova un senso di sollievo e di euforia dopo essere passato alla cassa, ma subito dopo l'uscita dal negozio subentrano rabbia, senso di colpa, tristezza. C'è chi non usa ciò che ha comprato e chi lo restituisce: quest'ultimo modello di comportamento è stato paragonato dalla Benson alla bulimia. Una donna ha confessato alla Abc News che usualmente passa venti ore alla settimana a riportare al negozio quanto ha acquistato.

Il processo non è indolore neanche per i commercianti. Negli Stati Uniti è infatti prassi accettare indietro un oggetto senza far troppe domande entro due settimane dal giorno dell'acquisto e alcune stime hanno calcolato in decine di miliardi di dollari le perdite per il terziario. Come avviene per il cibo il bulimico si ingozza di oggetti che poi "vomita" nei negozi dove li aveva comprati.

 

06/01/06

Reality fra hard e soft

Il reality show assomiglia alla pornografia, non soltanto per la sua invasività, ma anche perché, proprio come accade per la pornografia, può essere suddiviso nelle due grandi categorie di hard e soft. Possiamo considerare come hard reality il modello classico e in qualche modo originario (anche se naturalmente erede di molti altri generi televisivi, dal talk show allas tv-verità) del Grande Fratello. Ovvero un gruppo di persone (più meno famose, questo elemento può definire un sotto-genere), vengono riunite in una situazione in diversi modi "estrema" da cui devono districarsi in base alle loro risorse individuali che sono fisiche, ma soprattutto psicologiche e sociali. Il reality mette quindi in scena sicuramente dei corpi (come la pornografia), ma soprattutto (ed è questa la sua forza) esemplifica dei rapporti umani. Ciò che contraddistingue l'hard reality (a cui appartengono certamente l'Isola dei famosi, la Talpa, la Fattoria, ecc) è comunque un forte elemento "darwiniano" di selezione del (televisivamente) più forte. La presenza di una forma di "selezione naturale" (che di naturale non ha ovviamente nulla e tutto ha, viceversa, di culturale) è ciò che distingue il modello hard da quello soft. Il reality morbido (che per il momento va in onda principalmente sulle tv satellitari) bandisce l'elemento della gara e sfrutta situazioni maggiormente,legate alla vita quotidiana. Anch'esso mette in scena modelli di rapporti umani (e modelli estetici) ma preferisce farlo in modo più "didattico" "esperienziale", con la forza degli esempi, e anche in questo senso si potrebbe tentare un parallelo con la pornografia. In tutti e due i modelli la parola chiave resta "cambiame nto", nel primo è però un cambiamento di tipo "coercitivo" (i portagonistim sono "chiusi" da qualche parte) il secondo è più "collaborativo" (parlo di reality tipo "Cambio moglie", "Dieci anni più giovane in dieci giorni"). Il soft reality sembra queloche oggi,psnta le maggiori potenzialità di sviluppo come dimostra il boom di format in atto nelle televisioni di tutto il mondo e che ancora non sono sbarcati in Italia. Naturalmente questo abbozzo di osservazioni di tipo esclusivamente "fenomenologico" non posos fra dimenticare il punto-chiave di ogni considerazione sul reality e sulla televisione in generale e cioè gli elementi di narrazione e di fiction, presenti in ciascuno di questi programmi (siano essi hard e soft). Una caratteristica che attraverso quell'invasività del reality a cui abbiamo accenato all'inizio tende a dilagare in ogni settore del flusso comunicativo, inclusa l'informazione. Una realtà che dovrebbe obbligare osservatori e telespettatori ad affinare le armi della critica.