
oltre il giardino
gennaio-maggio 2006
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19/05/06 Le ripetizioni? Meglio in India La
globalizzazione non risparmia ormai nessun settore
della vita quotidiana, neppure le ripetizioni. Tanto che i
professori di matematica statunitensi devono subire la concorrenza dei
colleghi indiani. Nel subcontinente le tariffe sono
infatti molto concorrenziali e i docenti sono disponibili in qualsiasi
momento. Una lezione privata on line, attraverso il
sito Studyloft.com, costa solo 18 dollari l'ora. Se
l'insegnante è americano, una ripetizione via internet può arrivare a 110
dollari e una sessione "faccia a faccia" minimo 125 dollari. E' la
strada dell'outsourcing messa già in atto dalle
multinazionali in molti settori. La maggior parte dei grandi call-center, ad esempio, si trova ormai in India, in
città dallo sviluppo vertiginoso come Bangalore. Come
per altre categorie colpite dalla delocalizzazione,
anche in questo caso gli insegnanti Usa hanno alzato
gli scudi: «L'istruzione non può essere appaltata a distanza. E' sbagliato
affidare a gente che sta all'altro capo del mondo l'istruzione dei nostri
ragazzi», ha protestato Rob Weil,
vice direttore della American Federation
of Teachers. Chi insegna dall'altro capo del mondo è di solito un giovane laureato indiano che tramite
internet (e una webcam) impartisce lezioni di
algebra, geometria o di insiemistica, lavorando per società specializzate
come la Studyloft, I
tutor indiani fanno del loro meglio per sembrare
più americani possibile: Lekha
Kamalasan, che lavora per Growing
Stars con una laurea avanzata in matematica, ha
fatto due settimane di addestramento culturale imparando per la prima volta
in vita sua tutto o quasi sul baseball e le feste nazionali americane. La
richiesta americana di tutor in outsourcing
ha dato vita a un'industria in pieno boom in Asia:
l'80 per cento delle lezioni private originate in India sono dirette a
studenti americani, secondo Educomp, una società di
ripetizioni di New Delhi. Ma la battaglia sembra
persa in partenza. 14/04/06 Bush e la teoria del vero uomo Mi
pare che Theodor Adorno abbia detto una volta (ma
se non l'ha detto avrebbe potuto), che il problema attuale non è più la lotta
della democrazia contro il fascismo ma quello del fascismo
nella democrazia. E parlava dell'America del
dopoguerra. Così su due piedi mi verrebbe in mente qualche esempio più
recente e geograficamente (molto) più prossimo, ma restando agli States leggo sulle agenzie della recente uscita di un
libro scritto da un "autorevole" esponente dei Neocon
dove si tesse l'elogio del "vero uomo", intramontabile cavallo di
battaglia di ogni possibile destra. Nel volume Manliness (mascolinità) Harvey Mansfield, attacca il femminismo lamentando la scomparsa
dell'uomo virile in un mondo dove domina la parità tra i sessi. Settantenne,
professore di scienza del governo ad Harvard da oltre 40 anni, Mansfield
ha cominciato sostenendo, nella bufera sulle intercettazioni ordinate dalla
Casa Bianca dopo l'11 settembre, che il presidente degli Stati Uniti è al di
sopra della legge. Traduttore del "Principe" di Machiavelli
e di "Democrazia in America" di Tocqueville,
nel suo libro ha attinto a Omero, Aristotele, Kipling e Hemingway per
definire i tratti del "vero uomo", una specie che, a suo dire, è
praticamente in via di estinzione, fatte salve rare eccezioni: il presidente George W. Bush,
e il suo vice Dick Cheney.
A definire un "vero uomo" è ovviamente l'amore per la guerra, ma
anche il bisogno di agire con onore, la cavalleria e l'onestà anche a costo
di offendere qualcuno, la fiducia in se stessi di fronte ai rischi, l'amore
per le situazioni drammatiche. Con la sola eccezione della Thatcher e in una certa misura di Lynne,
la moglie di Cheney, il professore di Harvard sostiene che tentare di insegnare a una donna la virilita è come
«cercare di insegnare a un gatto ad abbaiare». Senza
spiegare però perché mai una donna dovrebbe essere virile. Insomma un
coacervo di luoghi comuni per dare una rinfrescata ideologico-culturale
al rambismo maschilista di Bush
a cui si addice invece alla perfezione una frase di Isaac
Singer: «L'uomo è una cosa schifosa. Se lo picchi si mette a
urlare, ma se è l'altro che viene picchiato allora costruisce una teoria». 07/04/06 Tutta colpa del frigorifero Una macchina fotografica digitale dotata di un pulsante
"snellente" che permette di perdere, per lo spazio di uno scatto e
a futura memoria, cinque chili di peso. È la
soluzione virtuale ideata dalla Hewlett
Packard contro pancette e cellulite e che ricorda
il trucco di molti produttori di abbigliamento americani di chiamare 42 la
taglia 44 e 44 la 46 per fare felici le signore sovrappeso.
Frammenti di un problema come quello dell'obesità che negli Usa ha una
dimensione globale che coinvolge politica, cultura
ed economia. Il Washington Post ha lanciato
ieri l'ipotesi che il problema dell'eccesso di grasso nelle vite degli
americani sia provocato dalle maxi-cucine. L'ipotesi si basa su due parametri
statistici: mezzo secolo fa la cucina media americana misurava sette metri
quadrati, oggi è grande oltre venti. Negli anni cinquanta l'americano medio pesava 75 chili, oggi ne pesa 86. Naturalmente l'idea del
focolare come "cuore" della casa è vecchia quanto il mondo ma ha osservato Aric Chen, architetto d'interni: «In quel tipo di casa non
c'erano buste enormi di patatine fritte o confezioni giganti di pasti pronti
che si riscaldano in pochi minuti al microonde». Il
fatto è che non sono cambiate solo le dimensioni delle cucine, o che le
maxi-cucine sono ormai alla portata di quasi tutte le tasche grazie ai
modelli low cost di Ikea. E' il concetto stesso
di cucina che è cambiato: un tempo era uno spazio chiuso riservato alla
preparazione del cibo prima che venisse portato in
sala da pranzo. Finita la cena e lavati i piatti, veniva
spenta la luce e la famiglia si trasferiva altrove per leggere, studiare, far
salotto, guardare Secondo
i sociologi le vittime designate di questa
evoluzione degli spazi sono i bambini: è del resto un dato di fatto che dagli
anni Ottanta la percentuale dei minori sovrappeso
sia triplicata. Ma è chiaro anche che non è soltanto
la cucina a dover esser messa sul banco degli imputati in un'America dove 110
mila persone ogni anno muoiono per malattie collegate all'obesità. Una
statistica pubblicata ieri ha rivelato che un bambino su quattro sotto i due
anni a New York è obeso, mentre il 40 per cento è da
considerarsi sovrappeso. L'epidemia di grasso
uccide, è vero, ma genera anche business, grazie a
una nuova gamma di prodotti pensati per i super-grassi. Dalla
poltrona che regge stazze di due quintali alla macchina fotografica
"snellente". 04/04/06 Statue egizie e vacche sacre Il
Gran Mufti d'Egitto, ha emesso una fatwa contro l'utilizzo di statue come elementi
decorativi nelle abitazioni. Ali Gomaa, che prima
di laurearsi in Legge all'università islamica di al Azhar aveva già preso una laurea in Economia, è
considerato uno dei più rispettati studiosi dei quattro canoni di diritto
dell'Islam e ha scritto decine di libri. Lo scorso anno si era lamentato
delle troppe fatwa che vengono
emesse, un numero maggiore negli ultimi dieci anni che in tutti i 1.400 di
islamismo. Una fatwa, che decide cosa è halal o haram, giusto o sbagliato,
può essere richiesta da chiunque, oggi anche via
Internet o con un semplice sms. Alcuni imam le emettono su compenso. Dopo
le polemiche sulla stampa laica, il Gran Mufti,
durante una delle sue numerose trasmissioni tv, ha accusato i giornalisti di
aver travisato «Chi
si mette una statua in casa, lo fa solo per arricchire la
sua abitazione non certo per adorarla», aggiunge lo scultore Ahmed Madi. «In ogni caso, i
musulmani che colonizzarono l'Egitto non distrussero le statue faraoniche», conclude un altro artista, Ahmed
el Askalani, che non
nasconde di essere preoccupato da «un possibile rifiuto di questa arte dopo
la fatwa». Ma
se gli egiziani piangono i nepalesi non ridono. Una
donna è stata infatti condannata nei giorni scorsi a
12 anni di prigione per aver ucciso una mucca, animale considerato sacro in
Nepal, dove il 90% della popolazione è induista. Nel regno himalayano, uccidere una mucca è reato, mentre non lo è
mangiarne 28/03/06 Terri Schiavo un anno dopo La
morte di Terri Schiavo divide ancora profondamente
i protagonisti di un caso di eutanasia dalla
risonanza mondiale. Mentre i genitori e il marito della protagonista della
vicenda tornano a scontrarsi, con verità contrapposte affidate a due libri,
l'America ribadisce il proprio giudizio: per il 64%
degli americani fu giusto staccare i tubi che tenevano in vita da anni la
donna, per lasciarla lentamente morire. Il 31 marzo 2005, dopo 13 giorni
trascorsi senza l'alimentazione artificiale, Terri
Schiavo moriva a 41 anni in un centro medico in Florida assediato da
attivisti pro e contro l'eutanasia. Per impedire quella morte, erano scesi in
campo un po' tutti: il presidente George W. Bush, suo fratello Jeb, governatore della Florida, il Congresso, il
Vaticano, la destra religiosa. Alla fine ad averla vinta fu Michael Schiavo, il marito di Terri,
che da anni si batteva per l'eutanasiia. I giudici,
con una sentenza dopo l'altra, riconobbero il suo diritto a scegliere per la
moglie incosciente, avvalorato dagli studi medici che dimostrarono come la
donna fosse in uno stato vegetativo senza alcuna
speranza di recupero. La ricostruzione delle posizioni dei due schieramenti -
come era inevitabile negli Usa - si è tradotta in
libri di memorie usciti in concomitanza con l'anniversario. Michael Schiavo è da ieri in libreria con il suo 'Terri: The Truth', un libro nel
quale ribadisce la propria convinzione che la moglie
non avrebbe mai voluto vivere in quello stato. «Ho fatto quello che voleva e
non avrei lasciato che nessuno mi fermasse», sostiene Schiavo nelle interviste
che concede in questi giorni per il lancio del libro. Micheal
Schiavo nell'ultimo anno si è rifatto una vita. Schiavo ha anche fondato un
comitato politico, 'Terripac',
che appoggia candidati che si impegnano a tenere il governo fuori dalle
scelte delle famiglie in tema di vita o di morte. Dall'altra parte della
barricata, gli Schindler raccontano la loro odissea
nel libro "A life that
matters" (Una vita che conta), in vendita da
oggi. «La nostra famiglia non crederà mai che Terri
volesse morire in questo modo», ha detto Bobby Schindler, il fratello
della donna. I proventi del libro serviranno per finanziare la fondazione che
porta il nome di Terri e che cerca di aiutare
famiglie che si trovino a fare i conti con malattie terminali o pazienti in
stato vegetativo. Il
tubo che alimentava la donna era stato rimosso una
prima volta nel 2001, per ordine dei giudici, ma reinserito dopo due giorni
sempre per decisione giudiziaria. Nel 21/03/06 Fotoromanzi sul telefonino Nella
storia della comunicazione ogni volta che un nuovo media
ha fatto la sua apparizione sulla scena della cultura umana si è detto che
avrebbe "ucciso" i suoi concorrenti, fotografia contro pittura,
televisione contro cinema e radio, internet contro televisione. In realtà
ogni media, almeno fino ad oggi, è sopravvissuto ai
suoi eredi a condizione di trasformarsi e di contaminarsi in modo a volte
anche radicale. Si tratta di un fenomeno vecchio almeno quanto la società di
massa e che oggi viene chiamata
"convergenza" parola magica che guida le politiche delle
multinazionali della comunicazione e anche buona parte della ricerca
tecnologica. Si tratta, in parole povere, di mettere in
relazione media diversi per aumentarne l'impatto sul mercato.
L'impressione è però che più che convergere fra loro tutti
i media tendano a convergere su un unico punto fermo: il telefonino.
Due esempi, in un certo senso marginali, ma proprio per questo interessanti:
nasce il fotoromanzo (genere ormai quasi estinto ma che potrebbe riprendere
vigore) per telefonini ed esce il primo documentario interamente girato con
il telefonino. La handy-photo-soap,
è già partita a Berlino con la serie iniziale di nove fotogrammi e relative
didascalie. Tra i protagonisti di una storia che più classica non si
potrebbe, di amore e tradimenti figurano la
presentatrice di un canale giovanile, Gulcan di
Viva, una attrice vera, Dorkas Kiefer
e Ben Bluemel, musicista famoso tra gli adolescenti
tedeschi. L'idea è venuta alla società berlinese "Icon Impact Deutschland", che spera di ripetere il successo di
quei giovani berlinesi che anni fa per primi hanno offerto in abbonamento le
suonerie per i telefoniniì aprendo la strada a un business globale. Il finanziamento della prima handy-photo-soap dovrebbe
avvenire attraverso gli abbonamenti, che costano 1,99 euro a settimana. Le
prime due settimane sono gratis. Il fotoromanzo è naturalmente visibile anche
in internet all'indirizzo www.mittendrin.tv. Anche il
documentario (questa volta italiano) parla d'amore, è girato con il
cellulare da Marcello Mencarini e Barbara Seghezzi, ed è addirittura ispirato alla famosa
trasmissione televisiva "Comizi d'amore" realizzata da Pasolini nel 10/03/06 Un’anima all’asta Premesso
che, come ci ha insegnato Achille Campanile, non c'è alcun rapporto fra gli
asparagi e l'immortalità dell'anima (gli asparagi si mangiano, l'immortalità
dell'anima no) è meglio cedere "l'angelica farfalla", (come Per
Hermant Metha, dottorando
alla DePaul University (una delle più grandi
università cattoliche degli Stati Uniti) non fa evidentemente una grande differenza se ha deciso di mettere la sua anima
all'asta su e-Bay. Satana non si è fatto vivo, almeno apparentemente -
racconta il Wall Street Journal di ieri - in
compenso è apparso un ex predicatore evangelico, che se l'è
aggiudicata per 504 dollari. Metha, che ha
23 anni, è un miscredente e un matematico, proprio come il mitico Faust che ha appassionato Christopher
Marlowe e Wolfgang Goethe, Thomas Mann e Mikhail Bulgakov. Nella sua offerta sul sito delle aste on-line
ha rivelato di sentire che qualcosa gli mancava nella vita: «Forse essere
assieme a persone che mi indichino la Via. È la migliore
opportunità, forse, di cambiare me stesso» e ha promesso che per ogni dieci
dollari del prezzo finale avrebbe pregato per un'ora. L'asta
si è conclusa qualche giorno fa dopo 41 offerte: si
sono contesi l'anima di Metha a colpi di dollari un
gruppo di evangelici, ma anche atei, determinati a tenere il giovane Faust di Chicago nella loro squadra. Quando il martello
elettronico del battitore ha chiuso la vendita è risultato
vincitore Jim Henderson,
un ex predicatore di Seattle che oggi fa l'imbianchino e che ha scritto un
libro, Lost, sulla crescente distanza tra cristiani
e non-credenti pubblicato dalla casa editrice Random
House. A differenza di molti colleghi predicatori, Henderson
non era alla ricerca di un'anima da salvare. Qualche
giorno dopo l'asta il Mefistofele
di Seattle ha incontrato il suo Faust in un bar di
Chicago e lì è stato consumato l'accordo. Anziché imporre a Metha le 50 ore di preghiere che gli sarebbero spettate
toccate, ha chiesto allo studente di partecipare a
una decina di servizi religiosi di sua scelta e poi di contribuire con la sua
esperienza, anche critica, al suo sito web. "Off-the-map.org",
questo l'indirizzo della pagina on-line, si prefigge di «aiutare i cristiani a essere normali». Henderson è infatti parte di un piccolo ma agguerrito nucleo
dell'universo evangelico che dissente con la maggioranza conservatrice del
movimento e che vuole che la religione abbracci la società, non la metta alle
porte. Metha ha accettato di raccontare le
sue esperienze nelle varie chiese in un blog e di
rispondere alle domande del pubblico. «Non sto cercando di convertirti. Devi
andare in chiesa con occhio critico e dire quel che non va.
Se poi lungo la strada trovi la fede, tanto meglio», ha detto il predicatore
all'anima acquistata di fresco. Le vie del Signore sono infinite, quasi
quanto quelle del Diavolo. 07/03/06 Il Forum delle periferie Dal
punto di vista urbanistico (e perciò anche sociale) le periferie sono la falsa
coscienza delle città. Negli affollati deserti delle periferie si è da tempo
infranto il mito moderno della metropoli e gli esempi non si contano. Ma oggi lo sviluppo di un nuovo modello di comunicazione
dal basso, reso possibile dalla Rete, sta lentamente ma radicalmente
modificando il rapporto centro/periferia. Dal
punto di vista culturale e politico le periferie
potrebbero immaginare di costruirsi una loro centralità almeno nella città
virtuale di Internet. Delle periferie - che restano comunque
tuttora sinonimo di violenza, degrado, discriminazioni e paura - si è parlato
in questi giorni a Parigi dove si è riunito il movimento "la rabbia dei
popoli", che ha come obiettivo la creazione di un Forum sociale delle
banlieue di tutto il mondo. Al primo summit delle periferie erano presenti,
oltre a studiosi e associazioni, i rappresentanti delle banlieue di dodici
Paesi: fra gli altri, quelli di Sao Leopoldo,
l'immensa periferia di Porto Alegre, dei sobborghi
di Berlino, dell' hinterland milanese e, naturalmente,
della banlieue parigina. «Vogliamo che tutti prendano atto della situazione
di questi territori e ci si convinca che bisogna fare qualcosa. È il momento
di cambiare punto di vista sulle periferie», ha detto, per introdurre il
forum, il sindaco di Nanterre, Patrick
Jarry. Per Alain Bertho, dell'Istituto di ricerche europee, le sommosse
delle banlieue sono fatti difficili da metabolizzare
da parte dei politici delle diverse nazioni che si nascondono dietro "la
marginalizzazione" di questi quartieri. «Le
violenze delle banlieue sono state un campanello d' allarme»
ha spiegato Magnolia Agudelo della periferia di Bogotá, in Colombia, che ha sottolineato come le cause
vengano da «quei cittadini che sono di fatto esclusi dalle decisioni
politiche». Sentirsi "prigionieri" dentro la propria città è un
altro dei problemi che sono emersi durante il dibattito: certi quartieri, non
solo sono privi dei servizi essenziali, inclusi i trasporti pubblici ma sono considerati "off limits" dal
resto della comunità. Soprattutto per i giovani queste
difficoltà di comunicazione (fisica e psicologica) vengono vissute
come una vera e propria forma di esclusione sociale. Italia e Francia,
nonostante politiche molto differenti, vivono situazioni simili, mentre in
altri Paesi lo scarto è tale da rendere il confronto improponibile. È il caso
del Brasile, dove la banlieue è la «periferia di uno Stato già periferico»
secondo il governatore di Rio del Sul dove il
governo Lula ha «ridotto dell'8 per cento il numero
di famiglie che vivono in miseria assoluta». «A sentire le rivendicazioni della Francia immaginate quale può essere l'esclusione e
la difficoltà di abitare in un Paese come il nostro - ha aggiunto il
governatore - quello che in Francia viene demolito da noi sarebbe di altissima
qualità». 10/02/06 Quel giudice in diretta I
giornali francesi tessono l'elogio della tv. Ad entusiasmare i commentatori
le sei ore di diretta televisiva sulla testimonianza del giudice Fabrice Burgaud, davanti alla
commissione parlamentare d'inchiesta sullo scandalo giudiziario di Outreau. Le
Figaro parla di una "vera telerealtà"
e di una tv "che ha segnato un punto". Le Monde dice
"grazie" alla tv che "ha giocato un ruolo
insostituibile". Più di cinque milioni di telespettatori hanno potuto
vedere mercoledì su Tf1, France 2 ed altri canali all news la faccia di quel
giudice che ha mandato in carcere preventivo 14 persone, accusandole di
stupri, violenze, corruzione di minori e che poi sono state assolte. Tutte
tranne un suicida. È
la tragica storia di un presunto giro di pedofilia ad Outreau,
nel Pas de Calais, nord della
Francia, inventato da una donna che aveva trascinato nell'inganno
anche i suoi due figli e che alla fine ha confessato. Le tv avevano sconvolto
la loro abituale programmazione per consentire di ascoltare e vedere il
giudice Burgaud, uno dei responsabili principali di
quello che lo stesso capo dello Stato, Jacques Chirac, aveva definito un «disastro giudiziario senza
precedenti». Secondo Mediametrie, Tf1, che ha
diffuso la testimonianza del giudice dalle 15,45 alle 19,00,
ha raccolto circa 2,7 milioni di telespettatori con uno share pari al 23,8%. France 2, che ha trasmesso dalle 15,25 alle 19,00 circa, è stata guardata da 2,36 milioni di
telespettatori con uno share del 21,9%. I
francesi hanno potuto vedere, scrive Le Monde, un giudice che ammetteva i
propri errori «pallido, gracile, con la voce tremolante, lo sguardo fisso».
Per Le Figaro, un uomo «dai tratti stanchi, con le
mani tremolanti». Le Monde cita l'ex ministro della
giustizia Robert Badinter
- il giudice «non era adatto ad esercitare a quell'epoca
tali responsabilità» - e aggiunge che «c'è l' urgenza di una riforma profonda
di un'istituzione ossessionata dalla ricerca della confessione». Da
sempre i massmediologi ci hanno insegnato che lo
specifico della tv, ciò che la caratterizza è proprio la diretta, la capacità
cioè di documentare un evento nel momento in cui
accade. Negli ultimi anni la vera diretta sembra però essere quasi scomparsa,
sostituita dalla mitologia dell'evento (forma di diretta molto
più "controllata") e dal trionfo del reality
che della diretta è soltanto il simulacro. Il caso francese dimostrerebbe che
la "buona" tv è ancora quella della diretta, anche se ogni fenomeno
televisivo mantiene sempre un'alta percentuale di ambiguità
comunicativa. 07/02/06 La rivincita del bastardo L'
ho sempre detto che i veri bastardi sono i migliori
e che il meticciato è una grande risorsa, anche
estetica. Parlo di cani, naturalmente. Questa convinzione mi viene ora confermata dalla Gran Bretagna, terra dove di
cani se ne intendono, e dove non a caso è scoppiata la moda del bastardo
d'autore. Fino ad ieri quando un cane di razza si incrociava
con un cane di razza diversa, al padrone non restava che regalare i cuccioli
a chi non importava di avere un esemplare di nobile pedigree. Oggi invece i bastardi d'autore - particolari incroci di razze
pure - sono diventati l'ultimo must delle celebrità.
La mania è tale, spiega il mensile britannico Dogs Today, che per mettere le mani su un puggle
- incrocio tra un carlino e un beagle, fotografato
al guinzaglio di Sylvester Stallone, Jake Gyllenhall e Julianne Moore - si arriva a
sborsare fino a 4.500 euro. Tra
gli altri bastardi di valore c'è anche il labradoodle,
un incrocio tra labrador e barboncino che pare combini la natura dolce del primo con l'intelligenza del
secondo: un cucciolo costa circa mille euro e per averlo c'è una lista
d'attesa di almeno un anno. Il labradoodle è stato
creato per la prima volta da un allevatore in Australia. Il barboncino viene
anche fatto incrociare con il Jack Russell, per dare vita al jackadoodle,
un'altra graziosa razza di bastardo. Dall'incrocio tra un dalmata e un border collie nasce invece il dollie,
che eredita dal primo il pelo corto e alcune delle caratteristiche macchie e
dal secondo le orecchie nere e la mascherina bianca del muso. Alcune di
queste combinazioni però possono risultare a dir
poco spiacevoli, nonché pericolose per il benessere del cane. Secondo quanto
riporta la rivista, dall'unione tra un carlino e un pechinese, era nato un
cucciolo dal muso così schiacciato che gli occhi gli schizzavano fuori,
mentre incrociare un terranova con un San Bernardo darebbe vita ad un cane enorme con grossi problemi di
displasia del bacino. È
stato proprio questo aspetto della creazione degli
incroci ad aver spinto veterinari e associazioni per la difesa del cane a
mettere in guardia contro allevatori interessati più al denaro che al
benessere degli animali. «Credo che questi incroci non siano un qualcosa di positivo. Si rischia di finire con un pool genetico
ridotto e quindi con esemplari più esposti a malattie ereditarie», ha
dichiarato Chris Laurence,
direttore veterinario della Dogs Trust,
la lega britannica per la difesa del cane, che ha aggiunto: «C'è sempre la
tentazione di allevare esemplari che un allevatore più responsabile non
alleverebbe. Si tratta di persone che selezionano cani per soldi, non per la
loro qualità». Un
altro avvertimento contro i nuovi bastardi è stato
lanciato dal Kennel Club, un'associazione che
promuove la cura e l'addestramento dei cani. «Un cane è un compagno per la
vita, non un accessorio di moda», ha affermato Phil
Buckley, portavoce dell'organizzazione. A questo
punto tutti penserete che i veri bastardi sono i
padroni, ma come sempre si tratta di intendersi sull'uso delle parole. E degli insulti. 31/01/06 Un uomo chiamato tv Berlusconi è un uomo coerente.
Almeno su una cosa: In
questi ultimi giorni molti osservatori, politici e mediatici, si sono
interrogati sul fatto che la sovraesposizione in corso possa ottenere
l'effetto opposto a quello desiderato. La domanda è legittima e una risposta
definitiva la potranno dare soltanto le urne. Una cosa comunque
è certa, Berlusconi è intensamente convinto del
contrario, spesso anche contro il parere dei suoi stessi consiglieri pensa
che essere in tv ad oltranza gli giovi. Non potendo - ed è uno dei suoi più
grandi rammarichi - utilizzare veri e propri spot ha
pensato di trasformare se stesso in un unico, immenso spot. Berlusconi ha deciso (finché la legge glielo consentirà e
forse anche dopo) di applicare a se stesso la logica del tormentone che da
sempre ha tanto successo ha avuto nel promuovere
prodotti di ogni tipo, ma anche personaggi e trasmissioni. Il
tormentone può essere un jingle, piccola canzoncina
ripetuta all'infinito, una parola, un frase o anche un volto, il volto che
diventa sinonimo della merce messa in vendita. Berlusconi
è diventato testimonial di se stesso, non
utilizzando, per ovvi motivi, un'orecchiabile sigletta
ogni volta che va in scena, deve affidarsi da una parte al suo sorriso
(naturalmente a condizione che non abbia interlocutori che glielo tolgano
dalla faccia a botte di fastidiosi e pessimistici richiami alla realtà) e
dall'altra a una serie di slogan ripetuti anch'essi
all'infinito. Berlusconi applica con
determinazione e senza tentennamenti la lezione della quantità imparata alla
scuola della pubblicità dei prodotti di massa, dai
prosciutti ai detersivi. Ripetere, ripetere, ripetere,
qualcosa resterà. È per questo che il Cavaliere ha sofferto così tanto da rischiare l'ennesimo scontro istituzionale
l'invito del tutto sensato del presidente Ciampi ad
un maggiore equilibrio da parte del servizio pubblico nell'uso degli spazi tv
riservati ai politici. Quanto al centro-sinistra sembra, nonostante tutto,
sottovalutare ancora una volta, a dispetto delle indignazioni di prammatica,
il problema, con atteggiamenti che a volte ricordano quello snobismo nei
confronti del mezzo televisivo che negli anni Ottanta, e anche Novanta, gli
ha impedito di capire in che direzione stava andando l'Italia. Nella
campagna elettorale che è di fatto già incominciata
sarà perciò interessante osservare se il ruolo e il peso della televisione
sarà quello che abbiamo conosciuto fino ad oggi oppure è destinato a
modificarsi in modo sensibile. La televisione come media sta certamente
attraversando un fase di grande trasformazione, ma
non è detto che questa mutazione influisca immediatamente sul fronte della
politica-spettacolo. 27/01/06 Reality per finta Centinaia di inglesi erano pronti
a concepire un bambino con uno sconosciuto davanti alle telecamere nella
speranza di aggiudicarsi un premio di 140.000 euro. Il reality
show era però uno scherzo organizzato allo scopo di
sondare i limiti del buon gusto, ma l'idea - che ha rischiato (e forse lo
rischia ancora) di diventare un vero programma - ha attirato l'attenzione di
decine di canali televisivi di tutto il mondo interessati ad acquistare il
format. Il finto reality Let's
Make a Baby, è stato inventato dagli autori della
serie Tv Mischie (Marachella) dell'emittente britannica Bbc
3, che hanno pensato alla cosa «più di cattivo gusto e moralmente
discutibile» possibile e hanno creato una società di produzione fittizia per
venderla. Quando il finto reality
è stato pubblicizzato alla televisione, alla ricerca di aspiranti
partecipanti, le linee telefoniche sono state intasate da chiamate di
centinaia di candidati. In oltre duecento hanno dato la
loro disponibilità ad avere rapporti davanti i all'occhio della telecamera
per concepire un bambino in una sorta di "casa della fertilità",
dalla quale ogni settimana il pubblico avrebbe dovuto eliminare l'inquilino
meno attraente. Le due coppie rimaste in finale, poi, avrebbero dovuto
gareggiare fra loro per mettere il prima possibile in cantiere un figlio, con
la prospettiva di vincere così 140.000 euro a testa. Agli aspiranti
partecipanti è stato detto che il reality era una burla solo dopo le audizioni. I
produttori di Mischief avevano anche trovato senza difficoltà
due presentatori per il programma: Makosi Musambasi e Craig Coates, entrambi ex inquilini della casa del Grande
Fratello 6 britannico. Per concludere l'esperimento,
gli autori del programma della Bbc 3 avevano anche
organizzato un party alla fiera di Cannes per la vendita di programmi
televisivi, per proporre il format a canali tv stranieri e sondare le loro
reazioni. L'iniziativa ha avuto un grande successo e
diverse offerte sono piovute da tutto il mondo. «Come produttrice televisiva,
ero molto interessata a vedere quanto in basso sarebbe andata l'industria in
cui lavoro per attirare spettatori e attenzione. La
risposta è stata: molto in basso davvero», ha commentato Hilary
Sage, producer e regista
di Mischief. Secondo
il professor David Williams, che ha smesso di lavorare come consulente per Il
Grande Fratello britannico per ragioni etiche: «I confini di questo tipo di
tv sono sconfinati. Lo scorso anno vi fu un enorme audience
sul web per un film online sulla decapitazione
degli ostaggi in Iraq. Questo mostra fino a quale punto di depravazione la
nostra immaginazione può spingersi». Pur rispettando le ragioni del professor
Williams, credo che la "depravazione" sia argomento troppo
complesso per confinarlo dentro uno schermo tv.
Quanto ai reality, che sono sempre e comunque finzione, non può stupire che un
"finto" reality si sia dimostrato più
vero del vero. 24/01/06 Un bacio è meglio Il
bacio ha una storia culturale lunga e complessa che ha impegnato autorevoli
saggisti in tomi completi di corredo iconografico. Naturalmente il bacio
erotico e passionale non è che una delle svariate forme sociali del bacio (si
va dal bacio materno al bacio di Giuda, dal bacio sulla bocca stile sovietico
al bacio di Dracula, solo per fare qualche esempio), ma è probabilmente quella che suscita il
maggiore interesse. Tanto da aver dato origine all'ennesimo sondaggio.
Secondo lo studio, realizzato in Germania, gli uomini considerano per lo più
il bacio come una abitudine o una sorta di esercizio
obbligatorio, mentre le donne danno ad esso un valore assai più alto in
termini di intimità, arrivando in molti casi a considerare il bacio più
importante del sesso. «Le donne danno molta importanza ai baci, mentre gli
uomini potrebbero farne benissimo a meno», ha spiegato Ingelore
Ebberfeld, sessuologa di
Brema. Nell'inchiesta, condotta su un campione di 514 persone di età tra i 16 e i 91 anni, a dire di baciare volentieri
è stato il 56% delle donne rispetto al 44% degli uomini. Lo studio ha
rivelato al tempo stesso che le donne percepiscono spesso nei baci una
maggiore intimità che non nell'atto sessuale vero e proprio. Cosa questa
confermata anche dal sondaggio condotto tra le prostitute: solo una minima
parte di esse infatti si fa baciare durante il sesso
a pagamento. La spiegazione addotta è che il bacio, per il loro tipo di
lavoro, viene considerato troppo intimo. Quasi la
metà delle donne è pronta a sottoscrivere la frase per cui
"un buon bacio è migliore del coito". Un'idea che
non è condivisa dai due terzi degli uomini intervistati. Personalmente
mi pare ovvio che considerare il bacio un semplice preliminare sia da idioti;
d'altra parte gli etologi sostengono che l'unirsi delle labbra è proprio ciò
che differenzia l'uomo dalla bestia. Quasi sempre. 10/01/06 Compro dunque sono «Bisogna
affermare a chiare lettere fin dall'inizio che il consumo è una modalità
attiva di rapporto non soltanto con gli oggetti ma con la collettività e con
il mondo, una modalità di attività sistematica e di
risposta globale su cui l'intero sistema culturale si fonda». Così il
filosofo Jean Baudrillard
poneva negli anni Sessanta il "problema dei problemi"
delle società capitalistiche avanzate. Lo shopping è la forma più classica e
in un certo senso più elementare in cui la cultura del consumo si esprime e
di volta in volta assume forme diverse, da quelle spettacolari (la neo-tv ha
creato un sub-genere dei programmi dedicati ai "ricchi e famosi"
che si occupa esclusivamente di acquisti), a quelle
oppositive (nelle diverse varianti, religiose e laiche, di critica, anche
radicale, del consumismo) a quelle propriamente patologiche. Negli Stati
Uniti la "sindrome da shopping" è ormai
considerata una vera e propria malattia mentale che si va ad affiancare ad
altre inedite forme di disagio psichico, come la dipendenza da videogame o da
pornografia. Secondo
Il
processo non è indolore neanche per i commercianti. Negli Stati Uniti è infatti prassi accettare indietro un oggetto senza far
troppe domande entro due settimane dal giorno dell'acquisto e alcune stime
hanno calcolato in decine di miliardi di dollari le perdite per il terziario.
Come avviene per il cibo il bulimico si ingozza di oggetti che poi "vomita" nei
negozi dove li aveva comprati. 06/01/06 Reality fra hard
e soft Il
reality show assomiglia
alla pornografia, non soltanto per la sua invasività,
ma anche perché, proprio come accade per la pornografia, può essere suddiviso
nelle due grandi categorie di hard e soft. Possiamo considerare come hard reality il modello classico
e in qualche modo originario (anche se naturalmente erede di molti altri
generi televisivi, dal talk show allas tv-verità)
del Grande Fratello. Ovvero un gruppo di persone (più meno famose, questo elemento può definire un sotto-genere), vengono
riunite in una situazione in diversi modi "estrema" da cui devono
districarsi in base alle loro risorse individuali che sono fisiche, ma
soprattutto psicologiche e sociali. Il reality
mette quindi in scena sicuramente dei corpi (come la pornografia), ma
soprattutto (ed è questa la sua forza) esemplifica dei rapporti umani. Ciò
che contraddistingue l'hard reality (a cui
appartengono certamente l'Isola dei famosi, la Talpa, la Fattoria, ecc) è comunque un forte elemento "darwiniano"
di selezione del (televisivamente) più forte. La presenza di una forma di
"selezione naturale" (che di naturale non ha ovviamente nulla e
tutto ha, viceversa, di culturale) è ciò che distingue il modello hard da quello soft. Il reality
morbido (che per il momento va in onda principalmente sulle tv satellitari)
bandisce l'elemento della gara e sfrutta situazioni maggiormente,legate alla vita quotidiana. Anch'esso
mette in scena modelli di rapporti umani (e modelli estetici) ma preferisce
farlo in modo più "didattico" "esperienziale",
con la forza degli esempi, e anche in questo senso si potrebbe tentare un
parallelo con |
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