oltre il giardino
2005
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3/12/05 La vedova
Cenerentola So bene che in questo periodo dell'anno bisognerebbe
parlare di Babbo Natale, ma voglio fare l'eccentrico e vi parlerò di
Cenerentola. Fiaba fra le più famose di tutti i tempi ha
anche dato il nome (come è accaduto a Peter Pan) a
una sindrome psicologica femminile che colpisce soprattutto le donne
emancipate che non riescono però a liberarsi del mito del Principe Azzurro,
il maschio che con un bel bacetto riesce a
risolvere ogni problema, dalla fame alla carriera. Secondo la storica inglese
Pearl Saddington, Charles Perrault, il fondatore
della fiaba moderna, per scrivere Cenerentola , si
sarebbe ispirato a una donna realmente esistita, e per giunta santa: Santa Batilde. Batilde era una
giovane anglosassone che, catturata dai pirati quando
era ancora bambina e venduta al mercato degli schiavi, finì a lavorare come
serva in Francia alla corte di Neustria, dove attirò l'attenzione di re
Clodoveo II che nel 649 d.c. la sposò. Nel 657 Batilde divenne vedova e quindi reggente del regno in
nome del figlio Clotario. Con la guida dell'abate
Genesio si diede alle opere di carità, aiutando i poveri e i monasteri, riscuotendo così un'enorme popolarità fra i sudditi. Lottò
con ardore contro la simonia e contro la schiavitù, che fu abolita per i
cristiani, mentre con proprio denaro restituì la libertà a moltissimi
schiavi. Secondo Saddington, studiosa del Bedès World - museo nel Northumbria ispirato a Beda il
Venerabile, il monaco benedettino che fu uno dei più grandi eruditi dell'Alto
Medioevo - ci sono numerosi parallelismi fra le vicende della protagonista
della fiaba di Perrault e quelle della regina Batilde. «La storia di Santa Batilde
ha 1.400 anni - ha dichiarato 20/12/05 Ricchi e famosi Diventare ricchi e famosi, è il sogno dei bambini
britannici sotto i 10 anni, che considerano il calciatore del Manchester United Wayne Rooney, per popolarità, secondo solo a Dio. La ricerca -
pubblicata ieri dal Guardian - è stata condotta tra
2.500 allievi delle scuole elementari, che hanno inoltre espresso il
desiderio di sposarsi in futuro (71%) e di avere dei figli (81 per cento).
Alla domanda sulla "migliore cosa al mondo", la maggioranza ha
risposto i soldi, davanti alla fama, quindi a seguire il calcio, la musica pop e gli animali. Lo scorso anno, alla stessa domanda, la
ricchezza non aveva raggiunto le prime dieci posizioni della graduatoria,
mentre la popolarità era risultata al primo posto.
Tra le cose più sgradite, i bambini hanno indicato
al primo posto gli ubriachi, quindi il fumo, la spazzatura, i graffiti e la
guerra. Dio è risultato il personaggio più famoso
tra i giovanissimi davanti a Rooney, Gesù Cristo e il capitano della nazionale inglese di
calcio David Beckham. «Non solo la ricchezza è diventata la cosa più ambita,
ma ora è percepita anche come facilmente raggiungibile agli occhi dei bambini
più piccoli», ha dichiarato un portavoce dell'associazione Luton First, che si occupa di
problemi dell'infanzia. Come sempre i bambini si dimostrano estremamente ragionevoli, o, almeno ragionevoli quanto gli
adulti che naturalmente vorrebbero, a loro volta, diventare ricchi e famosi.
Chi pretenderebbe dai bambini atteggiamenti più evangelici (cammelli, aghi e
via discorrendo) si fa delle illusioni e quasi mai è in buona fede. Più
realistica, anche se altamente pessimista, la pedagogia dostoevskiana:
«Papà dunque i ricchi sono più forti di tutti a questo mondo? Sì. Iliuscia, al mondo non c'è nessuno più forte di chi è
ricco». 06/12/05 Agnostici e top model Dal punto di vista strettamente logico sostenere (come
ha fatto Benedetto XVI) che l'agnosticismo (o il relativismo) limita la
libertà di religione equivale a dire che se Claudia Schiffer non vuole venire a letto con il sottoscritto
limita la sua libertà di amare. Il che, in un certo senso, è vero, ma
purtroppo (per me), la sessualità della Schiffer (e
di tutte le altre donne del pianeta) è questione che riguarda lei (loro) e
non chi scrive, né il Papa e neppure l'arcivescovo di Genova Tarcisio Bertone, il quale - fortunatamente per tutti - dichiara
di essere rimasto casto, ma (come tanti suoi colleghi porporati) non parla
d'altro che di parti, ovuli e spermatozoi. È davvero arduo pensare che l'agnostico metta a rischio
la libertà di credere. Semmai mette, legittimamente, in discussione la
credenza il che è, ovviamente, ben altra cosa. In
realtà la storia dell'umanità è un lungo e difficile
percorso di liberazione proprio dalle credenze, dalla religione e sono, al
contrario i valori laici (grosso modo, Ragione, Liberté,
Egalité, Fraternité,
buona parte del pensiero del Novecento e roba del genere) ad essere oggi
minacciati dal fondamentalismo religioso, ovvero da
una verità che non trova le sue radici nell'Uomo, o meglio, nei rapporti fra
gli uomini, nel dialogo con l'Altro da sé, ma in un'entità superiore, in Dio,
appunto, e in quegli uomini (a qualsiasi credo essi appartengano) che della
divinità si sono auto-nominati portavoce. Riportando la questione a una dimensione più terrena e (più politica) stupiscono
ancora di più le esternazioni di Ratzinger in un
Paese come l'Italia dove la classe dirigente (e non certo per ragioni
spirituali) è totalmente prona alle direttive vaticane al punto da ordinare
una (propagandistica) indagine parlamentare sulla legge 194. Nel frattempo,
le gerarchie ecclesiastiche hanno anche il coraggio di affermare che le
opinioni cattoliche non trovano spazio sui media italiani! Quando basta dare una rapida occhiata ai giornali per
scoprirli pieni di interviste a ogni forma di
prelato vivente e una recente statistica ha dimostrato che in Rai i preti
sono più presenti di chiunque altro, a cominciare dai membri del governo, il
che è tutto dire. Quanto all'opposizione di centro-sinistra che, almeno
teoricamente, dovrebbe essere il baluardo della laicità dello Stato (sancita,
peraltro, dallo stesso Concordato) è cauta, molto cauta,
tanto cauta da non fare capire bene come la pensa neppure ai suoi elettori.
Leader politici e opinionisti continuano a mettere in guardia gli italiani
dal rischio di anacronistici rigurgiti
anti-clericali. Che sarebbe una preoccupazione anche fondata, se non fosse
che tutti assistiamo quotidianamente a rigurgiti
(per dir poco) squisitamente clericali. 02/12/05 Alberi di Natale Dal "successo" del Natale si può misurare lo stato
dell'economia dei Paesi industrializzati ma anche gli umori di una nazione,
soprattutto se quelle nazione si chiama Stati Uniti
d'America, la terra dove Nella diatriba si è inserito anche il Congresso che ha a
sua volta una tradizione da rispettare: il Capitol Tree è eretto in un prato davanti al Campidoglio
esattamente equidistante dalla Camera e dal Senato. Ai tempi del presidente
repubblicano Ronald Reagan,
il leader della Camera era il democratico Thomas Tip O'Neill
che amava battere sul tempo 29/11/05 L'auto in salotto Guido Ceronetti, commentando
sulla Stampa i roghi di auto nelle banlieue,
osservava tra l'altro come «L'uomo odierno non abita
soltanto nell'auto, la indossa. Il box nel cortile è in realtà un
armadio, il parcheggio un guardaroba di fabbrica». Che è poi lo stesso concetto
espresso qualche anno fa da McLuhan: «L'automobile
è diventata un capo di vestiario senza il quale ci si sente nudi, incerti,
incompleti». D'altra parte già Marinetti non aveva dubbi nel dichiarare il
suo amore per il simbolo, oltre che lo strumento stesso della Modernità:
«Un'automobile ruggente è più bella della Vittoria di Samotracia». Traffico, inquinamento, crisi energetica e incidenti
stradali non hanno, nella sostanza, spezzato - a
quasi un secolo di distanza dagli entusiasmi futuristi - questo amore, questa
simbiosi uomo-macchina. Come dimostra, se non fosse già
abbastanza chiaro, il progetto CarLoft, realizzato
dell'architetto berlinese Manfred Dick. L'idea è semplice: costruire un posto-auto (un
posto per l'auto) all'interno di ogni appartamento
con la possibilità di mettere la camera da letto accanto al garage, e
addormentarsi guardando la luccicante creatura, separata solo da una grande
lastra di vetro. Le licenze di costruzione sono state già rilasciate e il
primo palazzo con parcheggi per l'auto a tutti i piani sarà
costruito dall'estate prossima nel quartiere di Kreuzberg,
a Berlino. La faccenda dovrebbe funzionare così: l'automobilista attraverso
un robusto ascensore, viene sollevato con l'auto
fino al suo giardino pensile con area di parcheggio e da lì entra
direttamente in casa. I progettisti berlinesi offrono anche la possibilità
agli acquirenti di progettarsi a propria misura i 200 mq circa di abitazione per ognuno degli 11 appartamenti previsti
nel CarLoft. Chi vuole, per esempio, può mettere la camera da letto
direttamente davanti al finestrone che dà sul
giardino e sul parcheggio. Oppure metterci la sala da
pranzo, per esibire l'auto quando invita a cena i colleghi di lavoro, oppure
o durante una romantica cena al lume di candela. L'idea, che gli inventori stanno
già presentando ad Amburgo, Monaco di Baviera e Londra, potrebbe permettere
di creare nuove possibilità di parcheggio. Secondo i progettisti, CarLoft mette insieme i vantaggi di una villetta
unifamiliare in campagna dotata di giardino e garage privato, con i vantaggi
di vivere in centro. 25/11/05 Le Monde e il rap Sarebbe "assurdo", un attentato «a una libertà di espressione sempre più maltrattata»
perseguire i sette gruppi rap nel mirino di
politici e inquirenti francesi per il ruolo che avrebbero avuto nella rivolta
che ha infiammato la banlieue parigina. In un editoriale il quotidiano francese Le Monde sottolinea che il «rap
esprime la violenza delle banlieue. Permette ai giovani delle città di
urlare, con le loro parole, la rabbia contro una società che li tiene ai
margini». Ci sono - scrive il quotidiano - «parole non solo eccessive ma
anche inaccettabili»; i «canti di odio sono
inammissibili e ci sono, nell'abbondante produzione dei rapper, frasi che
traducono la deriva dei gruppi o dei cantanti che cercano la provocazione. E ci sono anche, in alcuni testi, sentori di razzismo o
sessismo». Tuttavia «se i loro testi hanno accompagnato la violenza
nelle banlieue, non hanno, solo loro, acceso la scintilla che ha provocato
tre settimane di esplosione». Per il giornale «le
autorità e gli eletti della nazione» pronti a denunciare «a giusto titolo le
disposizioni liberticide del Patriot Act promulgato
dall'amministrazione Bush dopo gli attentati
dell'11 settembre 2001 farebbero bene a stare attenti a che
che non si ricorra a pratiche simili nella
nostra vecchia Europa». Le Monde rileva infine che
«tra il rafforzamento - necessario - dell'arsenale di lotta contro il
terrorismo e, ora, questo stato di urgenza che sembra guadagnare consensi, ci
si prende decisamente troppa libertà con le libertà». 22/11/05 Novità sulla
tortura La tortura è sempre un argomento di grande
attualità. Voglio dire che non passa mai di
moda anche se, comprensibilmente, se ne parla abbastanza poco, sia perché il
tema è disturbante, sia perché le vere informazioni scarseggiano. Può essere
utile quindi segnalare l'intervista rilasciata al quotidiano Usa Today dal capo della Cia, Porter Goss, per negare che l'intelligence Usa ne faccia uso nella lotta contro i
terroristi. Per strappare "informazioni vitali" ai prigionieri
si usano metodi "unici e innovativi", ma allo stesso tempo
"perfettamente legali". «Questa agenzia
non pratica la tortura, le torture non funzionano», ha spiegato Goss. Il capo della Cia ha detto che la sua agenzia resta neutrale sulla proposta del
senatore John McCain
dell'Arizona di mettere al bando il trattamento "crudele, inumano, o
degradante" dei prigionieri catturati in Afghanistan e in Iraq. Lo
stesso Goss ha però fatto presente che alcune
tecniche che McCain vorrebbe
veder abolite hanno garantito all'America informazioni preziose. In realtà
sono in molti negli Usa a ritenere che la pratica delle torture sia ancora in
atto nelle prigioni sotto controllo degli Stati Uniti: uno di questi è Larry Wilkerson, colonnello e
braccio destro dell'ex segretario di Stato Colin Powell. «Non ho dubbi che continuiamo a farlo», ha detto Wilkerson alla Cnn. Intanto però anche nella sede della Cia
serpeggiano i dubbi e alcune gole profonde hanno cominciato a parlare,
illustrando le tecniche "dure" utilizzate dagli 007 Usa contro i
prigionieri di Al Qaida.
Il "water boarding", la tavola bagnata,
ad esempio. Il prigioniero viene legato ad una
tavola inclinata, con la testa leggermente più in basso rispetto ai piedi. Il
capo viene ricoperto da una pellicola di plastica
trasparente, e quindi gli si versa acqua sul viso. Inevitabilmente, temendo
di soffocare, in uno spaventoso riflesso simile a quello di una persona che
sta per annegare, il detenuto non resiste più di qualche secondo. Queste tecniche sono state battezzate Enhanced Interrogatio Techniques e comprendono anche l'obbligo per i
prigionieri di rimanere in piedi ammanettati e incatenati alle caviglie a un palo per oltre 40 ore o la cosiddetta "cellula
fredda" in cui il prigioniero viene lasciato, completamente nudo, in una
stanza frigorifera, mentre ad intervalli regolari gli viene versata addosso
acqua fredda. 15/11/05 Una casa per tutti Il problema della casa può essere affrontato da diversi
punti di vista. Uno può essere quello di chi abita in periferia (in Francia o
altrove) e si dichiara scontento, un'ottica del tutto opposta è invece quella
di chi abita in centro, magari in un centro che più
centro non si può, il centro di Londra, e che è così contento che
preferirebbe selezionarsi i vicini di casa per "diritto
ereditario". Accade così che i municipi di Kensington
e Chelsea, i quartieri più ricercati e costosi
capitale britannica, abbiano proposto un clausola
che praticamente impedisce l'acquisto a chi non ha già una casa nelle zona.
L'obiettivo è frenare l'invasione di investment bankers e stranieri facoltosi che soffiano le case a
colpi di milioni di sterline ai figli delle famiglie storicamente residenti
nel quartiere. Presto le abitazioni di nuova costruzione in vendita nelle
strade dove alloggiano fra gli altri vip come il magnate della Virgin, Richard Branson, l'autrice di Harry Potter, JK Rowling, la star del pop, Robbie Williams e il premio Nobel per la
letteratura, Harold Pinter,
potranno essere vendute solo agli autoctoni. «Nei prossimi dieci anni, la
popolazione londinese salirà di centinaia di migliaia di
persone - ha dichiarato al Times il
consigliere comunale conservatore Daniel Moylan -.
Dobbiamo costruire case per questa gente e Kensington
& Chelsea vuole avere un ruolo in questo. Di
certo non è d'aiuto se gli appartamenti vanno ad investitori stranieri che
comprano pied-à-terre per quando
le mogli vanno a fare shopping a Knightsbridge». Insomma il motto è: «Leviamo le case ai ricchissimi per
darle ai ricchi». In Italia non abbiamo questi problemi. Infatti
Berlusconi ha detto chiaro tondo che le case le
vuole dare ai poveri. Magari non a Kensington ma in
qualche bella periferia costruita ad hoc (d'altra
parte non si può avere tutto). Anche il suo, in
fondo, è un punto di vista sul problema della casa. In fondo. 11/11/05 I baby senza bonus Per il concepimento siamo fuori tempo massimo, l'unica
speranza è un parto settimino ma il rischio non vale
la candela, anche se la candela è la dote berlusconiana
di mille euro che, di questi tempi, possono rivelarsi molto utili a chi ha il
coraggio di mettere al mondo dei figli. Anche l'ultima foglia di fico familistica del governo più anti-sociale che la storia repubblicana ricordi è quindi caduta. Il maxi-emendamento alla Finanziaria ha limitato il
bonus di mille euro per il secondo figlio (e quello di 160 per il primo) al
31 dicembre 2005. Nessuna pietà per i ritardatari. I giornali italiani
tradizionalmente festeggiano i primi nati di ogni
nuovo anno, mamme più o meno sorridenti e marmocchi più o meno urlanti
vengono fotografati nei diversi reparti di ostetricia e immortalati in
cronaca. Quest'anno però saranno più fortunati i
nati alle 23,55 dei colleghi che vagiranno alle
00,02. La decisione ha già fatto fibrillare l'Udc e
in particolare il ministro Buttiglione che
evidentemente sente venire meno la sua "autorità" (mai virgolette
furono più obbligate) a sproloquiare di famiglia e di figli altrui se il suo
governo decide di fare, per le famose famiglie ma solo quelle
"regolari" , anche meno di quello che
faceva fino ad oggi che era già molto vicino allo zero. Sono certo, d'altra parte, che la stragrande maggioranza
delle mamme (e delle donne) italiane sarebbero disposte a rinunciare
spontaneamente a qualsiasi contributo in cambio della certezza che Buttiglione smettesse definitivamente di occuparsi di
loro. Oserei addirittura aggiungere che anche il mondo della
cultura e dello spettacolo sarebbe disponibile ad accettare qualche taglio in
cambio di un ministro come Dio comanda. Purtroppo
non c'è molto da aspettarsi da questa Finanziaria la cui filosofia è sempre
la stessa, semmai peggiorata dal Tremonti bis: la
famiglia è sacra, il suo portafoglio no. 04/11/05 I nomi proibiti Nel supermarket della spiritualità, dove fedi,
confessioni, sette e santoni si contendono il sempre più folto pubblico di
consumatori di sacro le quotazioni delle grandi
religioni monoteistiche sono variabili. Ultimamente l'Ebraismo, nella sua
versione più mistica e, in un certo senso, più oscura, della Cabbala ha raccolto nuovi adepti negli
Usa, in particolare nel mondo dello spettacolo. Una delle protagoniste
di questo rinnovato interesse è la popstar Madonna
che ha annunciato ieri di voler tornare presto in Israele per cercare di
incontrare il celebre rabbino Yitzhak Kaduri, ritenuto uno dei più autorevoli studiosi della Cabbala. L'anno scorso, durante una precedente visita in Israele,
aveva già chiesto di incontrare l'anziano rabbino Yossi
Kaduri, ma questi si era rifiutato. Ora gli amici
israeliani di Madonna hanno avvicinato il nipote di Kaduri,
chiedendogli di favorire un incontro. Madonna è talmente coinvolta nel nuovo afflato da aver
scelto un nuovo nome, Esther (il suo in effetti
poteva risultare imbarazzante, almeno dal punto di vista di un ebreo). Esther
invece va benissimo anche perché non figura nella lista nera dei nomi
proibiti dai fondamentalisti che hanno pubblicato
su internet l'elenco dei nomi sconsigliati. Fra quelli "proibiti",
c'è anche quello del premier israeliano Sharon. Ariel è sconsigliato dai rabbini, spiega il
quotidiano Haaretz, perché potrebbe suscitare la
collera dell'omonimo angelo, che rischierebbe di sentirsi chiamato al posto
del titolare del nome. Anche il nome di uno dei figli
di Sharon, Omri, è
sconsigliato, in quanto a forte connotazione negativa: così si chiamava infatti, ricordano i rabbini puristi, un malvagio re
biblico. La lista dei rabbini non è la sola in Israele a
sconsigliare o proibire alcuni nomi. Anche il ministero degli Interni ne ha
una, che vieta di dare ai neonati i nomi, fra gli altri, di "Dio","Hitler", e "Bin Laden". I rabbini
sconsigliano però anche l'uso di nomi collegati alle colonie di Gaza, ora
smantellate, per evitare di richiamare le tensioni che l'evacuazione ha
suscitato nel Paese, o importati, non ebraici, o ancora di nomi che usino il suffisso o il prefisso in "el", che in ebraico vuole dire Dio. Nella tradizione
ebraica i nomi sono estremamente importanti e
seguono il loro portatore anche nell'aldilà. 01/11/05 Fascismo e
matematica La matematica. Dannazione di
generazioni di studenti da una parte e scienza sublime dall'altra. Per Whitehead «la creazione più
originale dello spirito umano», per Russell dotata
di una «suprema bellezza, una bellezza fredda e austera come quella
della scultura». Sulle cause per cui la matematica
(e in generale la scienza) abbiano sofferto in Italia una sorta di
"boicottaggio" culturale è da anni in corso un intenso e polemico
dibattito. Il recente libro di Angelo Guerraggio e Pietro Nastasi,
"Matematica in camicia nera" (Bruno Mondadori,
pp. 280, 26 euro) fa risalire questo "vizio" anti-scientifico agli
anni del fascismo in particolare alla riforma Gentile, cui si aggiungono i
guasti provocati dalle leggi razziali e dal "Manifesto degli scienziati
razzisti" del 14 luglio Anche in questa diatriba è evidente il
retaggio dell'opposizione fra le "due culture", la scientifica e l'umanistica,
sancita nel 1923 con la riforma scolastica che creò il liceo classico per la
classe dirigente e i corsi di studio scientifici e tecnici per dipendenti e
lavoratori. Da qui, e in seguito dalla scuola di massa, la crescita di un
divario e una diffidenza ora snobistica (persino Benedetto Croce quasi si
vantava - come documentato nel libro - della sua abissale ignoranza
matematica) ora spacciata per "naturale" (c'è chi la capisce e chi
non la capisce!) che ancora ci portiamo dietro. Guerraggio e Nastasi
(il primo docente alla Bocconi e l'altro a Palermo)
documentano questa storia che è culturale, ma anche sociale e politica, con
ricchezza di particolari, ricostruendo il periodo aureo della ricerca
scientifica del primo Novecento e la fatica della ripresa postbellica, pur
esaltante, che deve farci riflettere mentre si continuano a tagliare i fondi
alla ricerca. In questi giorni a Genova è in corso il Festival della scienza
che sta ottenendo clamorosi risultati di pubblico. Le conferenze più ardue
registrano il pienone di giovani, mentre i bambini possono entrare in
contatto con le discipline scientifiche in modo nuovo e divertente. Purtroppo
è ancora difficile parlare di un'inversione di tendenza, soprattutto fino a quando la scuola continuerà a fare di tutto per farci
"odiare la matematica", e non solo la matematica. 28/10/05 Elogio della matita Che cosa c'è di più bello che avere
schierata sulla scrivania una bella batteria di matite ben temperate? E' come
trovarsi di fronte un'infinita potenzialità creativa, la stessa sensazione
offerta da una risma di carta, una pila di bloc
notes intonsi, una scatola di pennarelli. Chi, davanti ai quaderni scolastici
appena comprati, non ha fatto buoni propositi di studio e disciplina che poi
magari non avrebbe rispettato? E' il fascino quasi irresistibile della
cartoleria, luogo dello spirito, regno della scrittura a mano, dell'appunto,
del promemoria, dello schizzo, dell'album. Un mondo di cui
la matita è forse il simbolo più semplice e immediato. La matita nasce
nella sua forma attuale nel La prima matita "industriale" è invece
tedesca. Creata dall'ebanista Kaspar Faber. Siamo nel 1761, e la moglie di Kaspar
se ne andava in giro per mercatini, cercando di
vendere le sue matite. Poi nell'Ottocento Lothar Faber lancerà la tipica
matita esagonale e darà respiro internazionale all'azienda. La matita si globalizza, e comincia l'ascesa sociale dei Faber. Diventati nobili per
decisione dei sovrani di Baviera, la baronessina
Ottilia sposa un membro della famiglia aristocratica dei Castell,
e dal matrimonio nasce il brand Faber-Castell.
Esattamente cento anni dopo vede la luce La nuova matita era dotata di una mina di alta qualità con gradazione di durezza non inferiore a
16 e prodotta con un nuovo processo segreto. Per colorare il legno non vengono utilizzati solventi tossici ma vernici a base di
acqua, più sicure anche per i bambini (o gli adulti) che mordicchiano le
matite. Per festeggiare l'anniversario si è aperta ieri nel castello della
famiglia Faber-Castell a Stein,
vicino a Norimberga una mostra di disegni (a matita)
del premio Nobel per la letteratura Gunter Grass. 25/10/05 Pera, il papista Il presidente del Senato Marcello Pera è un filosofo, o
meglio, un professore di filosofia. Non risulta che i suoi libri
abbiano lasciato qualche segno nel pensiero italiano contemporaneo ma devono
essergli comunque serviti, almeno per diventare presidente del Senato, visto
che lo è diventato. Egli appartiene alla schiera dei filosofi analitici che
si distinguono dai colleghi detti continentali per il rigore logico-matematico
su cui basano i loro ragionamenti e per lo stretto rapporto con il pensiero
scientifico. Nulla quindi di più laico, almeno sul piano
teorico. Da anni però Pera sembra aver subito il fascino
irresistibile del pensiero cattolico e di quello più radicale e fondamentalista. Non si tratta però
di una conversione che sarebbe normale e anche comprensibile, Pera continua a
dichiarare la sua laicità ma di un'adesione di tipo etico e politico. I
malpensanti sostengono che si tratti di una pura e semplice strumentalizzazione attraverso la quale Pera vuole
accreditarsi con le gerarchie cattoliche per garantirsi un futuro politico.
Di sicuro c'è il fatto che Pera sembra ornai
diventato più papista del Papa. Ieri è di nuovo tornato a parlare di etica
e quindi, inevitabilmente, almeno dal suo punto di vista, di Ratzinger che ha chiesto ai non credenti di agire non
come se Dio non esistesse, ma come se Dio esistesse. «Anch' io mi dico laico
perché sono un non credente - ha detto Pera - anche se
talvolta mi sembra di essere più credente di tanti altri credenti». «Alla domanda del Papa il laico può rispondere sì, no,
ci penso ed io ho detto rispondiamo sì, perché se si pensa di agire come se
Dio esistesse ad esempio non ci dimenticheremmo delle nostre radici, non diremmo più che le nostre democrazie liberali non hanno
bisogno di fondamenti etici. Se agissimo come se Dio
esistesse non commetteremmo più l'errore che le nostre democrazie sono
autosufficienti, non commetteremmo più l'errore di considerare ogni progresso
scientifico un vero progresso e che qualunque desiderio tecnicamente soddisfacibile possa diventare un diritto». Pera
ha poi aggiunto: «Se si agisse o si cercasse di agire come se Dio esistesse
allora vuol dire che esiste un limite morale alle
nostre azioni e un giudice delle nostre coscienze». Il presidente del Senato
ha poi così concluso dicendo: «Non credo che la mia
sia l'unica risposta all'offerta del Papa, ma bisogna evitare di far finta
che la domanda non sia stata posta e l'offerta avanzata. C'è da stupirsi del
silenzio di intellettuali e forze politiche: sarebbe
un suicidio culturale non ascoltare il Papa». Parole accorate ma sostanzialmente rinunciatarie, Pera infatti seppelisce senza
appello ogni ipotesi di etica laica, fondata cioè proprio sul fatto che
"Dio non esiste". Come sosteneva Bertrand
Russell, nume tutelare dei filosofi analitici: «In
etica, come in qualsiasi altro campo del pensiero umano, ci sono due tipi di opinioni: da una parte quelle basate sulla tradizione,
dall'altra quelle che hanno qualche probabilità di essere giuste». 18/10/05 La dieta delle
e-mail Le e-mail hanno cambiato i modi della comunicazione,
creato un nuovo linguaggio, nuove forme di
scrittura. Non si tratta solo di risparmiare tempo e denaro, ma di pensare in
modo diverso e di riorganizzare gli stessi rapporti interpersonali sia a livello sentimentale che lavorativo. Nel primo caso,
ad esempio, il vecchio modello slow della lettera
d'amore stato sostituito da quello fast delle e-mail d'amore che credo si
stia già configurando come nuovo genere letterario. Nella vita d'ufficio le e-mail possono essere invece
divise in due grandi categorie: quelle funzionali e quelle cosiddette
superflue (che naturalmente così non sono) che riguardano i rapporti fra
colleghi. Proprio questo ultimo tipo di e-mail è al
centro, in Gran Bretagna, dell'interesse delle autorità sanitarie. Secondo le quali un uso smodato contribuirebbe a peggiorare la
salute dei lavoratori. Mentre prima -
spiegano gli esperti - per comunicare con il collega era necessario muoversi,
ora basta premere un pulsante. Il risultato, spiega un servizio della Bbc, è che molte persone perdono la buona
abitudine di muoversi e restano tutto il giorno sedute davanti ad un
computer al punto da far insorgere problemi fisici. Sport England,
l'organismo governativo competente della distribuzione dei finanziamenti allo
sport, ha così proposto per questo venerdì uno stop alle e-mail inutili in
ambito lavorativo. Dorian Dugmore,
medico specializzato in problemi cardiovascolari, ha spiegato che si stanno
perdendo milioni di ore di esercizio fisico a causa
della "schiavitù da schermo". Roger Draper, direttore esecutivo di Sport England,
aggiunge: «Abbiamo il compito importante di aumentare il numero di persone
che sono fisicamente in forma e il posto migliore
dove focalizzare le nostre attenzioni è il luogo di lavoro, vogliamo persone
in movimento negli uffici, nelle aziende, nei supermercati e negli ospedali».
Mi hanno convinto. Adesso mi alzo e vado a dire al collega che l'attende che
il mio pezzo è finito. 11/10/05 Il Viagra ecologico Il Viagra sembra avere effetti
positivi anche sull'ambiente. Non però sull'ambiente
familiare, come sarebbe abbastanza comprensibile, ma sull'ambiente naturale,
anzi sulla stessa sopravvivenza di alcune rare
specie animali. Cavallucci marini, foche, tartarughe verdi, gechi devono la vita ai nuovi farmaci contro l'impotenza
maschile. Dopo che i cinesi hanno scoperto e iniziato a utilizzare in massa Viagra e
prodotti simili si è sensibimente ridotto il ricorso
ai metodi naturali. Secondo uno studio condotto da due fratelli australiani, Bill e Frank von Hippel, il primo psicologo
dell'Università del Nuovo Galles del Sud, il secondo biologo all'Università
dell'Alaska, la domanda del mercato cinese, in fatto di stimolanti
della virilità, sta cambiando la sorte di specie animali finora cacciate
senza pietà proprio per le presunte doti stimolanti. Polvere di cavalluccio
marino, genitali maschili di foca rinsecchiti (il pene in particolare) e
tartarughe lessate in brodo non sono più il rimedio preferito dagli uomini
cinesi che accusano problemi di virilità. Né lo sono le corna delle antilopi, la cui superficie
muschiata andrebbe raschiata, o il geco, che va prima bollito, poi macinato
finemente e infine ingerito. «Il considerevole abbassamento di prezzo dei
genitali delle foche - hanno spiegato i ricercatori
- conferma che le nuove medicine hanno, sia pure indirettamente, un effetto
benefico sulla conservazione delle specie animali». Non tutti gli animali sono però ugualmente fortunati.
«Finora è stata soltanto l'impotenza ad attirare gli uomini cinesi verso la
medicina occidentale. Le stesse persone che ricorrono al Viagra
tornano ai rimedi orientali tradizionali per gli altri disturbi», ha detto von Hippel. Accade allora che
solo le bestie usate nelle pozioni afrodisiache avranno salva la vita. Le
tigri per esempio, considerate ottimo antidoto all'emicrania, rischiano
ancora l'estinzione. «Le ossa di tigre sono consigliate per tanti tipi di cefalee. Purtroppo il Viagra per
loro non potrà fare nulla», ha concluso Bill von Hippel. 7/10/05 Il robot Arturito "Solo lo scienziato è un vero poeta, ci dà la luna
/ ci promette le stelle, ci darà un nuovo universo, se sarà il caso".
Così recitava Allen Ginsberg
e aveva ragione: dalla scienza ci possiamo aspettare ogni meraviglia, a volte
persino la verità. E anche quando quest'ultima
scarseggia restano pur sempre delle belle storie da ascoltare, come quella
del robot Arturito. Arturito, è un georadar
a raggi gamma, almeno così lo definisce il suo inventore, l'ingegnere cileno
Manuel Salinas Encina, il
quale dichiara che, grazie a lui, avrebbe localizzato nell'isola Robinson Crusoe, al largo di Valparaiso, un fantastico tesoro sepolto dai pirati. Arturito è stato descritto da Salinas
in diversi modi, prima come un "reattore nucleare di Su questo concorda Leopoldo Soto,
presidente della Società cilena di fisica: «Dalle descrizioni che ci hanno
fornito, mi pare impossibile che questo apparecchio
funzioni, ma io ho esperienza solo nel campo della fisica finora nota e
questi signori potrebbero aver scoperto una fisica totalmente nuova. Se è così, mi piacerebbe molto che ce la svelassero». In
ogni caso Arturito è diventato una star quando il fondatore della Wagner, l'ex detective
Gabriel Vargas, ha annunciato di aver individuato
sull'isola cilena di Robinson Crusoe,
nell'arcipelago di Juan Fernandes,
il punto esatto in cui sarebbero sepolti 800 barili pieni d'oro e pietre
preziose, nascosti lì a metà del '700 dal pirata inglese George
Anson. Tanto è bastato a scatenare una vera e
propria febbre dell'oro nella piccola comunità isolana,
esaltata dalla prospettiva di ereditare dagli antenati pirati una somma
stimata in circa 10 miliardi di euro e anche, più concretamente, da una
possibile immediata impennata delle presenze turistiche. Secondo quanto raccontato da Salinas,
l'idea base per concepire Arturito sarebbe nata durante i suoi studi post-universitari condotti in
Germania. L'ingegnere civile si sarebbe imbattuto in alcune formule scritte
da Robert Oppenheimer. «Le formule - ha raccontato Salinas
- mi ossessionarono e dopo 10 anni di studio riuscii a costruire il robot».
L'inventore è molto timido e anche semicieco: vede con un solo occhio e con
l'aiuto di una lente di ingrandimento. Se avesse anche una gamba di legno potrebbe ben figurare
in una nuova versione del romanzo di Stevenson. 20/09/05 La televisione vuole tutto, vuole
fare tutto, vuole essere tutto. Vuole il premio Campiello e le sorelle Lecciso, vuole il calcio e la fame nel mondo, vuole
parlare del G8 e riconquistare il pubblico della Padania.
Nelle ultime 48 ore la tv ha dato l'ennesima prova
della sua onnivorità, della sua voracità, della sua
invasività. È stato proprio Bruno Vespa, uno dei simboli di questa
bulimia catodica - il giornalista del Papa, del festival di Sanremo, del
delitto di Cogne - al centro di questo corto circuito mediatico
che è andato in scena fra giornali e piccolo schermo. Tutto è cominciato dallo scrittore Antonio Scurati, uno dei vincitori del glorioso premio
letterario, che ha attaccato frontalmente il giornalista rompendo il minuetto
delle cortesie che sempre caratterizza questo tipo di programmi
(ma già lo scorso anno una dichiarazione di Edoardo Sanguineti sulla difesa della Costituzione aveva
scatenato un putiferio politico). Vespa ha incassato con aplomb durante il programma,
ma a telecamere chiuse ha accusato Scurati di
«avere seminato odio». In realtà la vera colpa di Scurati
è stata quella di lesa maestà, non certo della maestà
di Vespa, ma di quella della stessa televisione. «Pensavo di essere al premio Campiello - ha spiegato Scurati - e mi sono ritrovato a "Porta a
Porta"». Ed evidentemente la cosa non gli è
piaciuta. Scurati, che oltre a
essere un romanziere è uno studioso di televisione, sa bene come il modello
"Porta a porta" sia solo la punta dell'iceberg della contaminazione
sempre più pericolosa fra informazione e spettacolo e non si è lasciato
sfuggire la ghiotta occasione per metterlo in evidenza. Contemporaneamente grazie al nuovo film-tv tratto dal
romanzo di Camilleri "Giro di boa", che
segna il ritorno in tv del commissario Montalbano,
si è riparlato improvvisamente delle violenze perpetrate delle forze dell'ordine, durante il G8 del Quasi che solo la televisione, come per caso, e in modo
del tutto indiretto, potesse affrontare una vicenda
sostanzialmente rimossa dalla coscienza del Paese. Salvo poi scoprire, subito
dopo, che le cose non stanno realmente così e che nella fiction
non c'è quasi traccia di quella parte del libro di Camilleri
in cui il commissario vuole dimettersi per protesta contro il comportamento
dei suoi colleghi, come ha tenuto a precisare il direttore di Raifiction, Agostino Saccà. Ma dov'è il problema? Basta
assumere Dario Fo, Paolo Rossi e magari Daniele Luttazzi. 23/08/05 La catastrofe quoridiana Mentre il presidente del Senato Marcello Pera si interroga sul rischio che i valori dell'Occidente
vengano "corrotti" dalle influenze dell'immigrazione,
l'Organizzazione mondiale della sanità fa sapere che ogni anno nei Paesi in
via di sviluppo quasi 11 milioni di bambini sotto i cinque anni muoiono per
cause «evitabili». Sulla base di questi dati l'obiettivo dell'Onu di ridurre di due terzi la mortalità entro il 2015
sarà raggiungibile, grosso modo, tra 150 anni (e nessuno può dire se i valori
dell'Occidente avranno resistito fino ad allora). Secondo il rapporto
"La salute e gli obiettivi del millennio per lo sviluppo"
presentato dall'Oms ieri a Ginevra, se le tendenze delineatosi negli anni '90 resteranno immutate la
maggioranza dei Paesi in via di sviluppo non realizzerà gli obiettivi del
legati alla salute. Attualmente - afferma l'Oms - nessuno dei Paesi più poveri è sulla strada giusta
per raggiungere il traguardo previsto dalla Dichiarazione dell'Onu sugli Obiettivi del millennio. Approvato nel settembre 2000 da 189 capi di Stato, il
documento impegna tra l'altro la comunità internazionale a ridurre la
mortalità legata alla malattia, dimezzare povertà e fame, favorire l'accesso
all'acqua potabile e all'educazione. Per quanto riguarda la salute, i
progressi ci sono, ma sono troppo lenti. Secondo il rapporto dell'Oms, la mortalità legata al parto e alla gravidanza
continua ad uccidere oltre 500 mila donne all'anno.
I progressi sono troppo lenti anche per obiettivi quali la lotta all'Aids (3
milioni di morti l'anno), alla malaria (1 milione di decessi) e ad altre
malattie trasmissibili. La situazione è particolarmente grave nei Paesi
dell'Africa subsahariana. Uno dei principali
ostacoli incriminati è la debolezza del sistema sanitario ed in particolare
la carenza del personale sanitario, particolarmente
grave in Africa a causa dell'emigrazione, dell'Aids e delle cattive
condizioni di lavoro. «L'accesso universale a servizi sanitari potrebbero salvare milioni di bambini ogni anno», ha
affermato il direttore generale dell'Oms Lee Jong-wook. All'opposto, «in
assenza di uno sviluppo rapido dei sistemi sanitari, malattie in buona parte
evitabili continueranno a mietere innumerevoli vittime». I decessi evitabili
ogni anno nei Paesi in via di sviluppo includono 11 milioni di bambini di
meno 5 anni - uccisi principalmente da malattie quali polmoniti, diarrea,
malaria, morbillo, nascite premature ed asfissia alla nascita.
I sistemi sanitari, stima l'Oms, devono essere in
grado di fornire in tempo e in modo adeguato personale, farmaci, vaccini e
informazioni a chi ne ha bisogno, ma in troppi Paesi
non è questo il caso. L'Oms ritiene che per
funzionare correttamente i sistemi sanitari devono disporre
di un finanziamento duraturo e di una somma minima di 30-40 dollari
pro-capite all'anno. Ma in molti Paesi poveri la
somma è di molto inferiore, sotto i 10 dollari in media e di appena 2 dollari
in alcuni Paesi. Al cospetto di una catastrofe quotidiana come questa che
non ha neppure bisogno delle guerre per falcidiare milioni e milioni di innocenti diventa davvero difficile parlare (e sentir
parlare i nostri politici) di "sicurezza" e di "difesa della
civiltà". 06/08/05) Infradito o espadrillas? L'altro giorno, osservando un notevole paio di gambe
femminili che attraversavano il mio campo visivo, complete
di altrettanto deliziosi piedi abbigliati con eleganti infradito tempestate
di qualcosa di luccicante, ho ripensato con un pizzico di nostalgia alle espradrilles. Le scarpette di corda intrecciata che sono state una
vera bandiera dell'abbigliamento alternativo anni Settanta
sembrano infatti quasi del tutto scomparse dalle nostre strade. Sono, come si
usa dire, passate di moda, ma le faccende concernenti la
moda non sono mai semplici, ogni stile o capo di abbigliamento porta con sè dei piccoli, ma non insignificanti contenuti
culturali. Si sarebbe così tentati di costruire sul tema espadrillas / infradito una nuova coppia dialettica sul
tipo di quelle storiche t-shirt / canottiera, slip / boxer,
calze / collant, tacchi a spillo / ballerine, sandali / zoccoli. Ad una prima
sommaria analis le prime apparireebbero
più "di sinistra", le seconde più piccolo-borghesi, ma
sostanzialmente interclassiste (siamo pur sempre nell'ambito di scarpe
popolari, "raso terra" e ciò spiegherebbe, dal punto di vista
sociologico, il loro attuale prevalere risultato di un lento,
ma continuo processo di sdoganamento. Le cose però non stanno esattamente così o almeno non
stanno più così; da Parigi giunge infatti la notiza che le espadrilles sono
oggetto di un vero e proprio revival, destinato a "ricaricarle" di
nuovi significati, perlomeno nella fertile mente degli stilisti d'Oltralpe. I
sandali di corda sono tornati protagonisti nelle ultime collezioni parigine
Primavera-Estate grazie ad alcuni da big della moda
come Emanuel Ungaro, Jean-Paul
Gaultier ma anche Sonia Rykiel. La cittadina di Mauleon,
capitale di Soule, una delle sette provincie dei paesi baschi francesi, si è subito
organizzata per rispondere alla nuova domanda. Il paese, che conta 3.500
abitanti, produce il 70% delle espadrilles
fabbricate in Francia, qualcosa come 1,3 milioni di paia all'anno.
Come le maisons più prestigiose
propongono due collezioni all'anno. La griffe
femminile Garcia ha sfruttato l'idea di haute couture applicata alle espadrilles:
le calzature sono fatte su misura e in vari materiali che i clienti possono
scegliere in base ai loro gusti. Un italiano Rinaldo Muscolino,
ha intanto rilevato a Saint- Laurent-de-Cerdans
una fabbrica di espadrilles
catalana chiamata Vallespir Sandales
e la farà diventare 26/07/05 La maledizione dei
rabbini Le vie del fondamentalismo
sono infinite, non risparmiano nessuno e soprattutto sono pericolosamente
affollate di seguaci che tendono a ripristinare le forme più arcaiche di
religiosità a fini politici. In Israele un gruppo di rabbini ultra-ortodossi
è riunito per lanciare una maledizione contro Ariel Sharon,
a tre settimane dal traumatico ritiro da Gaza. La "Pulsa de Nura", Staffilata di
fuoco, è una antica invocazione a cui
i rabbini cabalisti ricorrono di rado, a malincuore, in casi estremi, solo
contro ebrei che mettono in pericolo il loro stesso popolo. Nel 1995 fu pronunciata contro il
premier laburista Yitzhak Rabin,
poche settimane prima del suo assassinio. Adesso l'invettiva è stata lanciata
anche contro Sharon. Non si tratta di un'automatica
condanna a morte. I rabbini che giovedì notte si sono raccolti in Galilea per
leggere alla pallida luce della luna quel testo in parte ebraico e in parte aramaico, sarebbero appagati se il premier uscisse di scena anche in modo incruento: per una malattia, o in
seguito a dimissioni. «E' solo una preghiera. Non è detto
affatto che venga esaudita», ha detto all'Ansa uno degli organizzatori
del rito, il rabbino Yossef Dayan
della colonia di Psagot (Cisgiordania).
I venti ebrei ortodossi (tutti di età superiore ai
40 anni, tutti con la barba, tutti padri di famiglia) che hanno partecipato
al rito si sonpoassunti un rischio personale,
perché se il Cielo trovasse ingiustificata la preghiera, la maledizione
potrebbe ritorcersi come un boomerang su di loro. Per il rito è stato scelto l'antico cimitero di Rosh Pinna, nell' alta GalileaI rabbini sono arrivati giovedì al tramonto, ma
prima di iniziare la preghiera, c'è stato un dissidio. Uno di essi ha obiettato che le radici ebraiche di Sharon non erano del tutto certe perché la madre Vera Sheinerman «faceva parte della setta dei Sobotnik, e si era convertita all'ebraismo solo in un
secondo tempo». Quella dei Sobotnik una setta di
mistici russi, minuscola ma significativa. I membri
- oggi 12 mila in Russia - sono cristiani, ma osservano il riposo sabbatico
come ebrei ortodossi. Di loro il rivoluzionario Leone Trotsky
scrisse con ammirazione che lavoravano in comune sulla base
di principi comunisti. Il dipanarsi della disquisizione sulle radici
etniche della famiglia Sharon, svoltasi nelle
tenebre del cimitero della Galilea, ha richiesto
tempo. E' stato interpellato per telefono un importante rabbino che ha
stabilito che la cerimonia poteva egualmente avere luogo.
Infine, la "Pulsa de Nura" è stata letta
solennemente di fronte alla congregazione. Ora il video del rito sarà
consegnato a qualche emittente che le mandi in onda affinchè
il premier venga messo a conoscenza del rito come
prevede la procedura. 22/07/05 La sfida
enciclopedica In un famoso racconto di Borges
l'imperatore della Cina ordina ai geografi di
palazzo di realizzare una mappa il più dettagliata possibile dei suoi
territori. I cartografi lavorano così bene da realizzare una carta in cui è
segnalato ogni albero, ogni pietra, ogni fiore. Peccato che la mappa abbia le stesse dimensioni dell'Impero e sia
perciò del tutto inutile. La mappa dell'Imperatore mi ricorda un po'
internet, un territorio infinito dove è possibile trovare tutto e il
contrario di tutto, naturalmente «Per chi aspira a raccogliere e
diffondere tutte le conoscenze umane, le sfide e le opportunità non sono mai
state grandi come oggi» si legge nel comunicato di presentazione dei quindici
saggi di cui fanno parte, oltre ai premi Nobel, due vincitori del Pulitzer e studiosi provenienti da quattro continenti. «Raccogliere la conoscenza
umana non è una cosa da fare con leggerezza: è un duro lavoro - ha commentato
Dale Hoiberg, uno dei
vice presidenti della Britannica - e per questo abbiamo assunto alcune delle
più intelligenti persone del mondo». Il Comitato si riunirà due volte all'anno per esaminare il lavoro dei collaboratori della
Britannica, «raffinarlo e controllarne la veridicità» ma, soprattutto, per
decidere cosa aggiungere o meno ai circa 40 milioni di lemmi inclusi nell'enciclopedia.
Al nuovo Comitato spetterà anche il compito di terminare l'ambizioso progetto
iniziato alla fine degli anni Novanta: quello di rivedere ogni singolo lemma
della Britannica. Benjamin M. Friedman,
professore di Economia all'Università di Harvard e membro del nuovo Comitato, indica la via da
seguire: "Sarà un'enciclopedia autorevole, ben disegnata e creativa,
avrà il suo posto nell'era digitale: l'idea che debba essere un libro
poggiato su uno scaffale è sorpassata". 18/07/05 Grandi lettori Questa faccenda che gli italiani non leggono abbastanza
è vecchia, stantia e puzzolente, ma probabilmente è vera. Lo dicono i sondaggi, lo confemano
le statistiche ed è quindi probabile che sia così. Quello che è vecchio,
stantio e puzzolente è il tono quasi sempre
moralistico con cui questa informazione viene periodicamente riproposta,
quasi che non leggere sia una colpa, che il non-lettore sia cattivo, un
ignobile peccatore, un personaggio da cui stare alla larga, da guardare
dall'alto in basso, un po' come il poeta rivoluzionario Majakowskji
che proclamava senza vergogna ."Non voglio/ mai leggere nulla./ Libri?/
Ma che libri!". Il grande lettore è invece un
tipo a posto, sa vivere e va guardato con un certo rispetto. Credo però che
un tale atteggiamento allontani ulteriormente dalla lettura e temo però che i
moralisti (intellettuali, scuola ,editori) siano i
principali reponsabili del fatto che gli italiani
non leggono (sempre che non leggano). Mondadori
(che ha recentemente mandato in libreria l'autobiografia di Costantiono Vitagliano), ha realizzato un nuovo sondaggio
da cui si evince (sorpresa!) che in realtà gli italiani leggono e comprano
più libri. Nel 2005 sarebbero infatti aumentati del
7% coloro che hanno letto almeno un libro negli ultimi 12 mesi (esclusi i
testi scolastici) e dell'8% quelli che ne hanno comprato almeno uno. Buona notizia, ma attenzione: più della metà degli italiani
(54%) non legge libri. Ve l'avevo detto. La ricerca è stata condotta su un
campione di lettori/acquirenti di 924 persone ripartiti in 212 lettori non
acquirenti e in 712 acquirenti di cui 531 cosidetti
deboli (cioè acquirenti da 15/07/05 I preti atei «Il prete è immenso perché fa credere una quantità di
cose meravigliose», scriveva Charles Baudelaire, un poeta ma soprattutto
un intellettuale che ha capito subito che cos'era la modernità. Ma la domanda cui forse oggi (e probabilmente anche ieri e
persino ieri l'altro) bisognerebbe rispondere è; ma il prete crede alle
meraviglie che racconta? La figura del prete che "perde
la fede" ha una sua drammaticità, affrontata anche dalla letteratura ma
sempre nei termini dell'eccezione che conferma la regola. Lr cose non sembrano però stare più così e l'eccezione
non è poi così eccezionale, almeno volendo dare credito ad un sondaggio
apparso ieri sul Times. Secondo il quotidiano, a cui si applica di default l'aggettivo "autorevole" centinaia di
pastori della chiesa anglicana d'Inghilterra dubitano
dell'esistenza di Dio e meno di due terzi crede ai miracoli. Lo studio non è
stato realizzato direttamente dal giornale, ma bernsì dal dipartimento di teologia della Bangor University (Galles) in collaborazione con la
rivista Church Times e ciò lo rende ancora più interessante.
Pubblicato alla vigilia del Sinodo generale, il rapporto, secondo gli
osservatori, evidenzia "una crepa che potrebbe diventare una frattura
all'interno della Chiesa anglicana". Lo studio evidenzia
poi i fedeli laici sono molto più credenti del clero. Secondo il
rapporto infatti, il 97% dei fedeli anglicani
concorda sull'esistenza di Dio mentre un pastore su 33 ne dubita. Calcolando
che i sacerdoti della chiesa d'Inghilterra sono novemila significa che circa
trecento di loro dubita dell'esistenza di Dio. La
divergenza maggiore riguarda però il tema dell'omosessualità. Un terzo del
clero vede con favore l'idea di ordinare gli omosessuali come preti mentre tra i i laici la
proporzione è di uno su quattro. Il lavoro ha coinvolto più
di novermila intervistati, ottomila erano
anglicani d'Inghilterra e, tra questi, circa duemila erano laici. Leslie Francis, una delle
curatrici del progetto, ha detto che le divisioni
«riflettono chiaramente le falle insite all'interno della struttura e della
composizione stessa della chiesa d'Inghilterra». Ma forse, in questi tempi in
cui religione e politica., tendono pericolosamente a
sovrapporsi ci dicono anche qualcosa di più generale. 12/07/05 Vincitori e vinti I vincitori, generalmente, scrivono la storia, ma la
vittoria rende "giusta" qualsiasi guerra? Secondo i consiglieri di George Bush per vincere la
guerra dell'opinione pubblica, sempre più scettica sul conflitto in Iraq, è
decisivo insistere su un "messaggio positivo",
sostenere cioè che gli Stati Uniti devono e possono battere i terroristi.
Insomma, la parola d'ordine propagandistica deve essere sempre la stessa:
vinceremo. Secondo il Washington Post, è
questa l'indicazione fornita dai nuovi guru della comunicazione recentemente
reclutati dalla Casa Bianca allo scopo di recuperare il continuo calo di
popolarità del presidente Usa. Secondo Dan Bartlett, uno dei pochi accademici di spicco a essere entrato nello staff della Casa Bianca, il
sostegno dell'opinione pubblica alla guerra e legato prima di tutto al fatto
che si pensi di prevalere. Lo sostiene anche di Christopher
F. Gelpi, professore di
scienze politiche alla Duke University,
che per conto della Casa Bianca ha esaminato nell'ultimo mese l'andamento
dell'opinione pubblica sull'Iraq. Gelpi ha diviso
il campione sulla base delle risposte a due domande: la decisione di andare
in guerra in Iraq era giusta o no? Alla fine gli Stati Uniti vinceranno?
Dall'analisi delle risposte, Gelpi trae la
convinzione che «il fattore più importante nel determinare il sostegno
pubblico alla guerra sta nella percezione popolare che la missione avrà successo». Tesi non rivoluzionaria ma che trova
conferma in quanto è accaduto l'altro ieri nel corso del discorso di George W. Bush
a Fort Bragg (North Carolina) in occasione del primo anniversario del
passaggio dei poteri in Iraq dalle forze d'occupazione americane e alleate a un governo iracheno provvisorio. In un clima gelido,
davanti a una platea di 700 impassibili militari, Bush ha ricevuto l'unico applauso dopo 25 minuti
dall'inizio del suo discorso, quando ha detto che gli Stati Uniti rimarranno
in Iraq fin quando avrà "vinto". Questo atteggiamento, sia nei
militari che nell'opinione pubbloca
resTa sempre segnato dal fanstasma
delsconfitta nella guera
del Vietnam. Il leit motiv di quasi tutti i film dedicati a quel conflitto è legato ad un presunto "tradimento" dei vertici
politici che non avrebeto voluto vincere quella
guerra. La figura del reduce disilluso è ormai entrata nell'immaginario
americano (anche sei naturalmente i reduci hanno
avuto un ruolo centrale in tutta la storia del Novecento, basti pensare alla
nascita del fascismo e del nazismo). La società degli obesi 11/07/05 I nuovi obesi La società del benessere allunga la vita, grazie ai
progressi della scienza e della medicina, ma allo stesso tempo la accorcia a
causa dell'iperalimentazione. È l'ultimo (in ordine di tempo) dei paradossi
dello sviluppo che si aggiunge ad altri paradossi, primo fra
tutti il fatto che il benessere del Primo mondo produce il malessere
(per usare un eufemismo) degli altri tre. Il dato emerge da un ricerca effettuata
negli Stati Uniti, patria del benessere e dell'obesità, dove - altro
paradosso - l'obesità colpiva, almeno fino a ieri, di più le fasce sociali
meno abbienti, soprattutto gli afro-americani
poveri costretti ad alimentarsi con i piatti più economici, ma ipercalorici. dei fast food. Ora pare però che non sia
più così. L'aumento sproporzionato di peso si sta
infatti espandendo velocemente anche tra i ricchi, tra chi cioè può
vantare un reddito annuale superiore ai sessantamila dollari. L'obesità è, a tutti gli effetti, la principale
emergenza sanitaria degli States: tra il 1987 e il Secondo la ricerca coordinata da Ken
Thorpe, professore della Emory University, e pubblicata dal Journal Health Affairs, gli obesi sono
60 milioni, il 30% della popolazione adulta americana. Ma il dato forse più eclatante è che
questa malattia, definita «sociale ed epidemica», sta provocando una
repentina diminuzione della speranza di vita. A fronte di un'aspettativa attuale di 77 anni e mezzo, l'obesità
l'avrebbe già ridotta di un arco di tempo variabile tra i 9 mesi ai 4 anni, a
seconda delle condizioni ambientali. Visto l'aumento degli obesi tra le
giovani generazioni, nel giro dei prossimi 50 anni - prevede un altro studio
a cura di Jay Olshansky,
dell'Università dell'Illinois - questo dato peggiorerà ulteriormente riducendo
la speranza di vita di un cittadino americano tra i due e i cinque anni. Gli autori dello studio sono convinti che l'impatto
negativo dell'obesità supererà quello di tutti i tipi di cancro e di malattie
del cuore sommate assieme. Le preoccupazioni alla base di tali ricerche, non
sono soltanto mediche, ma concernono principalmente il fatto che gli obesi
stiano diventando «pazienti troppo costosi». «Tenuto conto delle cure
sanitarie - ha osservato Thorpe - la prevenzione
dell'obesità dovrebbe essere una assoluta priorità
nazionale». A margine di queste notizie è forse interessante notare
come la questione dell'obesità conviva (ne sia di fatto
l'altra faccia) con l'ideologia salutista e il mito del corpo perfetto che è
centrale - essendo anche massicciamente veicolata dai media cinema,
televisione, pubblicità - nella cultura americana. Ma i due universi sembrano
non comunicare e il primo, pur dotato di una innegabile
forza di seduzione, non riuscire a influire in nessun modo sul secondo. 22/06/05 Ilary e Totti È stata una scelta opportuna e coerente mandare in onda
su Sky la diretta del matrimonio fra Totti e Ilary Blasi. Opportuna perché, visti i clamorosi risultati
dell'audience, ha risposto ad una domanda del pubblico, e coerente perché Sky è il laboratorio di una neo-tv che, sui modelli
americani, sta trasformando la "vita dei vip" in un genere
televisivo autonomo, con le sue regole e i suoi
stilemi. Basta guardare, ad esempio, il canale satellitare "E!" per
capire come il gossip sulle vicende delle star hollywoodiane, ma anche
semplicemente dei "ricchi e famosi" o soltanto dei ricchi, abbia
assunto ormai le dinamiche del vero racconto, del
serial, della fiction. Anche Totti e signora non sfuggono, nel loro piccolo, alle ferree regole della
società dello spettacolo e diventano personaggi di un reality
show o al massimo di una docu-soap (le variabili
stilistiche implicherebbero una più specifica analisi), che trascende la loro
vera vita e che ovviamente, in quanto racconto, interessa molto di più gli
spettatori. Naturalmente il matrimonio in questione aveva tutte le
sue caratteristiche antropologiche che già molti osservatori hanno già messo in evidenza: l'estrazione sociale degli invitati,
ovviamente l'abbigliamento, il famoso stile ruspante del calciatore e via
dicendo. Spunti interessanti, anche se dal punto di vista della narrazione
televisiva, tutti i matrimoni, come tutti i
funerali, alla fine tendono ad assomigliarsi. Si potrà discutere sulla quantità di denaro in essi impegnati o sui quarti di nobiltà delle personalità
coinvolte, ma lo show è quasi identico. Sembra quasi scontato che il duca di Edimburgo potrà contare su un maggiore aplomb
dell'attaccante della Roma (sarà poi davvero così?), ma per chi guarda ciò
non cambia molto, quello che li accomuna è la "capacità di spesa",
la possibilità di accedere a una quantità relativamente illimitata di beni di
consumo: auto, vestiti, vacanze, gioielli, yacht, ville, lifting, guardie del
corpo, sesso, ginnastica, potere. Anche le storie di amori
e tradimenti, abbandoni e riconciliazione, figli contesi e genitori
ritrovati, tipici di ogni romanzo di appendice, devono sempre essere
inquadrati nella messa in scena di questa inesauribile opulenza. Il reddito (al limite anche per la sua estrema assenza)
è la conditio sine qua
non per diventare maschere di questa globale
commedia dell'arte (a cui non è mai estraneo il sempre attivo fascino
dell'orrido), che va in onda sugli schermi televisivi. Anche
Totti diventa così un modello umano, un portatore
di valori (è roba da non crederci, ma temo che sia proprio così). Non
chiedetemi però di quali valori si tratti. 17/06/05 L'uomo cannone Francesco De Gregori ha
dedicato una delle sue canzoni più riuscite canzone a
una donna-cannone. E non aver paura se non sarò bella come dici tu / ma voleremo in cielo in carne e ossa, non torneremo
più. Una piccola storia d'amore dal
sapore malinconico e un po' funereo che sempre l'idea del circo porta con sè. L'uomo-cannone non ha invece avuto tanto onore e neppure tanta fortuna se, pur essendo l'unico rimasto al mondo, è
riuscito a perdere il posto. Il paradosso poi è che lo ha perso a causa della
sua paura di volare. Todd Christian,
26 anni, non esitava a farsi lanciare a «Non mi piacciono i lunghi viaggi, e se sto troppe ore su un aereo mi faccio prendere dal panico.
Così mi hanno immediatamente licenziato e adesso sono distrutto», ha
raccontato al Times il povero uomo-cannone, ormai
disoccupato. Se Christian si è rivolto a un avvocato, la direzione del circo resta convinta di
aver preso una decisione inevitabile. «Senza l'allenamento giusto sarebbe
stato difficile per lui continuare. Lo abbiamo fatto per la sua sicurezza». Al di là della diatriba legale, non priva
comunque di un suo interesse e che concernerà la professionalità
dell'uomo-cannone, può essere interessante cogliere l'occasione per
riflettere su una forma di spettacolo come quella del circo che ne contiene
in sè molte altre che si sono diversamente
sviluppate nel teatro, nel cinema, nella televisione. Pur essendo in crisi, anche a causa delle battaglie
animaliste che lo privano di un elemento essenziale come quello del
selvaggio, dell'esotico, il circo mantiene intatto un fascino che credo sia legato proprio a quegli elementi-base di quella che si
potrebbe forse definire una spettacolarità "primordiale". Il primo di questi elementi è appunto il fascino del
selvaggio che si può esibire con gli animali feroci, ma anche con personaggi
provenienti da "altri" mondi come fachiri o indiani. Il secondo
elemento è il rischio e la morte: il trapezista, con o senza rete, può sempre
cadere e il domatore essere sbranato. C'è poi la componente
erotica, legata ai corpi statuari e seminudi delle giocoliere e delle
cavallerizze che faceva (almeno fino a una certa epoca), il paio con il suo
opposto, il mostruoso degli "scherzi di natura". E
infine ci sono i clown, il comico, il grottesco, paradigma di tutta la
cultura novecentesca. Forse non è tanto divertente guardare il circo in tv,
ma guardare la tv come se fosse un circo. 14/06/05 Tipi da Biennale Nei tre giorni dell'inaugurazione della Biennale si
riunisce a Venezia il variegato popolo dell'arte contemporanea, non i normali
appassionati, ma gli addetti ai lavori, o coloro che si considerano tali. Si
tratta di una fauna cosmopolita e vagamente eccentrica e
come ogni gruppo sociale dotata di piccoli riti, tic, idiosincrasie,
un galateo preciso a dispetto dell'informalità e le sue gerarchie.
Estremizzando un po' alcuni caratteri è forse possibile ricostruire una
galleria di tipi che con tutte le possibili varianti produca
un'antropologia semiseria. Per motivi diversi tralascerei, però, due
importanti categorie, la prima è quella degli artisti, per definizione singolari
e quindi difficilmente classificabili, se non con un lavoro molto più complesso, la seconda è quella dei giornalisti
che, in qualsiasi situazione si trovino, vivono prigionieri della stessa,
eterna e ineliminabile domanda: che titolo facciamo? Al primo posto di questa classifica dei tipi da Biennale
metterei senz'altro l'Eterea. Si tratta di una ragazza dai
venti ai trent'anni, pallida e filiforme, veste
con lunghe gonne di colori spenti e calza ballerine in stile Audrey Hepburn. E' quasi sempre impegnata a prendere appunti su bloc notes modello americano, non è mai stanca,
mordicchia piccoli sandwich seduta su unoscalino e
sorseggia acqua minerale non gasata. Normalmente circola sola
ma a volte si accompagna a giovani barbuti e logorroici che però degna
a malapena di qualche cenno. Non si sa da dove venga
nè dove vada. Ella è. Sul fronte femminile opposto è segnalabile invece C'è poi 07/06/05 Essere religiosi Che cosa significa essere religiosi?
La domanda così, o altrimenti, posta ha da sempre arrovellato filosofi e
teologi, antropologi e sociologi, scienziati e politici. Probabilmente
ciascuno di noi sarebbe in grado di dare una risposta diversa coniugando
educazione ed esperienza personale. Si può però certamente dire che
tendenzialmente viviamo in un mondo secolarizzato, lo sviluppo della società
industriale e capitalista, attraverso la scienza e la tecnologia, ha
fortemente ridotto gli elementi magici e di vera e propria superstizione
insiti in ogni religione (che pure permangono e tendono a rispuntare là dove
meno li si aspetta), e lo sviluppo delle libertà sessuali, in particolare
quelle della donna, ha indebolito uno degli elementi etici cardine delle tre
grandi religioni monoteiste e patriarcali. Ciononostante è evidente che negli ultimi anni
atteggiamenti di tipo genericamente religioso sono in forte crescita
assumendo però forme nuove, adeguate ai tempi. Da una parte si sviluppano
religiosità di tipo individuale, slegate dall'ufficialità di
ortodossie e gerarchie, da qui il successo, ad esempio, della
spiritualità buddista o di tutte le tendenze assimilabili sotto l'etichetta
New Age. Dall'altra parte, ed è il fenomeno di sicuro più
rilevante e per molti aspetti più preccupante, si
registra il ritorno della religione come surrogato o sostituto della
politica, di cui le diverse forme di fondamentalismo
islamico e cristiano sono l'esempio più eclatante. La tendenza è anche confermata da un recente sondaggio,
condotto dalla Ipsos per
conto dell'agenzia di stampa Ap in dieci Paesi, da
cui risulta che gli Stati Uniti, la società più sviluppata del globo, sono
anche la nazione più religiosa. Secondo l'indagine gli
americani professano una fede in Dio che non fa domande e sono d'accordo a
mischiare religione e politica a un tasso assai più alto che in altre
nazioni. Solo due americani su cento hanno detto di non credere in Dio e il
40 per cento ha sostenuto che i leader religiosi dovrebbero cercare di
influenzare Congresso e Casa Bianca.) Meno devoti in assoluto sono risultati
invece gli abitanti dell'Europa occidentale e solo i messicani sono risultati
vicini agli americani quanto a intensità della fede. Per quello che riguarda
l'Italia il sondaggio ha scoperto che, nella nazione
a stragrande maggioranza cattolica, l'80 per cento degli interpellati
attribuisce alla religione una parte importante nella propria vita. Due terzi
degli italiani tuttavia hanno detto di ritenere che i leader religiosi non dovrebbero immischiarsi in politica. Il prossimo
referendum sulla fecondazione assistita sarà un'occasione per verificare se
questa convinzione è realmente maggioritaria nel
nostro Paese. E c'è ovviamente da augurarselo per scongiurare il risorgere di atteggiamenti confessionali sempre e comunque
pericolosi. 31/0505 Terapia virtuale Per molti versi e per molte persone le parole cinema e America sono strettamente connesse, ovvero si è
conosciuta l'America attraverso il cinema e si è conosciuto il cinema
attraverso Hollywood. Si tratta di un dato di fatto in qualche misura
antropologico. Fra gli innumerevoli temi intorno a cui si costruito
l'immaginario cinematografico americano (e perciò globale)
c'è certamente la guerra e, in particolare, il sottogenere
"reduci". Da Uomini con Marlon Brando a
Tornando a casa con Jon Voight
e Jane Fonda, dal Cacciatore a Nato il 4 luglio a Rambo i sopravvissuti divcrse
guerre sono tutti affetti dalle più svariate forme di nevrosi. Naturalmente
anche le guerra in Afghanistan e Iraq stanno creando
i loro reduci, i loro traumi e daranno origine ai loro film. Nel frattempo però l'immagine, la ricostruzione virtuale
della battaglia sarà usta dal Pentagono, non più come racconto più o meno ideologico, ma come vbera
e propria cura. E' già da tempo allo studio, infatti, una terapia basata
sulla realtà virtuale per aiutare i reduci di guerra a superare le angosce
provocate dall'esperienza bellica. Russ Shilling, ualto ufficiale della U.S.Navy e responsabile
del programma, ha spiegato che le esperienze vissute dai soldati saranno
ricostruite in programmi virtuali, perché talora i reduci non sanno
descrivere che cosa abbia scatenato in loro il disordine da stress
post-trauma, ma lo sanno individuare quando lo rivedono. Ken Graap,
dell'azienda Virtually Better,
che ha già coordinato il software per i reduci della Guerra in Vietnam, Virtual Vietnam, spiega che ignorare, o cercare di
dimenticare, che cosa causa il disordine del reduce non serve: meglio
riviverlo e metabolizzarlo. E' superfluo specificare che nulla del genere è
allo studo per i bambini iracheni. 27/05/05 Voglia di carisma La nozione di carisma nasce in ambito cristiano per
indicare una straordinara forza personale di origine trascendente, gli antropologi l'hanno anche
studiata come proprietà tipica della regalità. Nel mondo contemporaneo, mediaticamente
determinato, il concetto si è degradato, perdendo i suoi elementi di
sacralità, ma allo stesso tempo è diventato invasivo, tanto che che molti sociologi arrivano
a parlare di "società carismatica" per definire la realtà attuale. Essere carismatici è diventato un imperativo categorico
non solo per politici e rockstar, ma anche per il
semplice venditore di aspirapolveri. Anzi, il
carisma tipico del venditore di aspirapolvere può
trasformarsi, senza grosse modifiche, nel carisma del leader politico. Par
accertarlo è sufficiente osservare il sorriso sghembo di Silvio Berlusconi. Che il perenne sorriso sia
una delle chiavi del carisma formato supermarket lo afferma anche un recente
studio di un gruppo di psicologi britannici, effettuato su un campione di 200
persone,sulla base della quale è stata stilata una guida pratica al carisma. Oltre a sorridere sempre il
Carismatico, per essere tale, dovrà tenere una postura naturale del corpo,
con le mani lontane dal volto, stare dritto e rilassato. Essenziale è poi,proseguono gli psicologi, fare capire a chi si ha di
fronte che lui è una persona veramente importante, mostrare di godere della
sua presenza, annuire con aria assorta e toccare lievemente l'interlocutore
sul braccio, guardandolo negli occhi. Il linguaggio dovrà essere chiaro e
scorrevole, articolato e capace di evocare l'immaginario, con un ritmo
sostenuto, ma a tratti rallentato per far scemare la tensione e l'enfasi. Il messaggio da lanciare deve essere innovativo,
dialettico, semplice da capire, ma anche fuori dall'ordinario.
Secondo il professore Richard
Wiseman, direttore della ricerca, il 50% del
carisma è innato, il resto è frutto di studio e di appassionato allenamento.
Ciò è probabile, ma resta un unico, non secondario dubbio: l'identikit così
dettagliato del Carismatico impedisce di capire se si sta parlando di un
santo o di un truffatore, di un padre della patria o di un ladro di galline,
ma questo, probabilmente, dal punto di vista dell'immagine. non fa poi quella grande differenza. 24/05/05 Luci della città "Formicolante città, città
piena / di sogni, ove lo spettro anche di giorno/ attanaglia il passante! Ovunque scorrono / come linfe i misteri nei canali / del
potente colosso". Così Baudelaire nei
"Fiori del male" descrive Se Parigi è la capitale del XIX
secolo, New York lo è stata del ventesimo e non è un caso che il XXI si apra
proprio con il violento attacco al "cuore" di New York, le Twin Towers. Al rapporto fra città e cultura è
dedicato il notevole libro di uno dei maggiori filosofi spagnoli
viventi, Eugenio Trìas, " La città e
l'artista" (Le Lettere, pp.173, 22 euro) che
sarà presentato oggi a Genova a cura del Centro culturale europeo (Sala Porta
Soprana, via D'Annunzio 105, ore 18). Scrive Trìas:
«Il libro riflette un profondo malessere della modernità, il soggetto o
l'essere che siamo, non trova né può trovare il suo
inserimento soddisfacente nella città. Il suo desiderio, eros, si scontra
frontalmente con le esigenze produttive della grande
metropoli moderna». Trìas ricostruisce il nesso fra
anima e città, arte e società, desiderio e produttività, analizzando epoche
diverse e pensatori che le hanno rappresentate: Platone e la città ateniese,
il rinascimento italiano e Pico della Mirandola, E' di questi giorni la notizia che, secondo
proiezioni dell'Onu, nel 2006 più della metà
della popolazione umana vivrà nelle città. Per miliardi di esseri
umani ciò significherà abitare in immense periferie che già oggi segnalano il
naufragio dell'urbanistica sull'altare dell'architettura-spettacolo.
Assegnare un significato a questi enormi spazi di confine, a queste
"terre di nessuno" in cui si insediano le
moltitudini, dovrà essere uno dei compiti prioritari del "pensiero del
futuro". 20/05/05 La mosca bianca Ieri mi è capitato di parlare in pubblico del romanzo di uno scrittore esordiente: l'ottantenne Attilio Sartori. Con me c'erano l'autore, Silvio Ferrari e una platea affettuosamente attenta. Il libro,
rimasto per vent'anni nel cassetto, è intitolato
" Sartori ha un passato da insegnante e di
linguista di impostazione strutturalista e
semiotica, ma è soprattutto noto a Genova per la sua lunga esperienza di
assessore alla cultura, dal 1975 al 1985, proprio l'anno di redazione del
romanzo. In quel decennio difficile Sartori incarnò
la figura di un intellettuale impegnato nella politica (era militante del Pci) e nell'amministrazione, ma sempre in contatto con le
tendenze più avanzate della ricerca artistica, letteraria e filosofica. Un
assessore che parlava con i ventenni di allora, che non erano tipi facili, e
che riuscì a far fruttare quel dialogo con iniziative coraggiose che sono
rimaste irripetibili, per originalità e profondità,
fino ad oggi; basti ricordare il convegno "Sapere e potere" che
vide a Genova intellettuali del calibro di Jean Baudrillard, Niklas Luhmann, Agnes Heller o rassegne di arte, e cinema come "Giappone,
avanguardia del futuro".Tutti eventi che non gli resero la vita (politicamente) molto facile
ma che oggi nessuno ha dimenticato o dovrebbe dimenticare. Insomma il
miglior assessore alla cultura che Genova abbia avuto,
da quando sono stati inventati gli assessori alla cultura è in realtà un
(vero) scrittore. Il suo libro ci regala diverse cose (in primis un
intenso "piacere del testo"), ma vorrei
qui rubarne una e farla del tutto mia, come è sempre opportuno comportarsi
con la letteratura. Si tratta di una delle due citazioni scelte da Sartori come epigrafe, la prima, quella del filosofo
Mario Perniola, (la seconda è di
Wittgenstein) e che recita: «Nessuna filosofia può
raccontare il significato di un mondo in cui i poli dell'esistenza umana si
sono avvicinati fino a toccarsi, sicché non c'è più differenza fra il sublime
e l'infimo, fra l'angelo e la mosca».Qui, oltre il giardino, sulle orme di Peter Sellers, si tratterà
l'infimo come fosse sublime e le mosche alla stregua di angeli. 17/05/05 Scienziatio e filosofi E' in pieno svolgimento sulle pagine dei quotidiani
italiani un interessante quanto acceso dibattito sui rapporti (difficili) fra
scienza e filosofia, che poi sarebbe il vecchio tema delle Due Culture,
scientifica e umanistica, e, in ultima analisi, come ha osservato giustamente
Franco Carlini sul Manifesto, la sempre attuale questione delle interazioni
fra scienza e politica. Ad aprire le danze era stato Piergiorgio Odifreddi su Repubblica a cui Emanuele Severino aveva
risposto per le rime e ai loro interventi ne erano
seguiti alcuni altri tra cui quello di Edoardo Boncinelli
sul Corriere. La problematica è altamente complessa,
ma si potrebbe, con un minimo di brutalità, sintetizzarla nell'accusa,
abbastanza esplicita, degli scienziati ai filosofi di "parlare a
vanvera". Non intendendosi però il filosofo della
porta accanto, ma Heidegger come Adorno, Habermas piuttosto che Morin, Derrida o Feyrabend, solo per
fare qualche nome di personalità portatrici di posizioni totalmente diverse e
in alcuni casi opposte fra loro. La sintesi forse più efficace e documentata di questa rinnovata offensiva contro il «pregiudizio
anti-scientifico», che prevarebbe nella società
contemporanea, è il libro di Enrico Bellone
"La scienza negata" (edizioni Codice). Naturalmente i filosofi si
stanno difendendo benissimo, ma mi pare interessante osservare come, in
questa contingenza storica, tutti sembrano, inclusi gli scienziati, radicalizzare le posizioni, tendendo al fondamentalismo. La globalizzazione, come è noto, è sorretta da un pensiero unico che è
economico-tecnologico, e quindi strettamente connesso con la scienza che
quindi, in qualche modo, prevale. Ciò non garantisce però, come
è evidente a tutti, alcuna "razionalità" al mondo che ci
circonda, anzi questa situazione dà spazio alle più diverse forme di
"ritorno al sacro" o ad irrazionalismi più o meno truci, di cui la
comunità scientifica sembra preoccuparsi solo quando vede toccate
direttamente le proprie sfere di interesse. Se, come sosteneva
Schiller, «la scienza per gli uni è la grande
celeste deità, per gli altri una brava mucca che li provvede di burro»,
allora - forse - gli scienziati dovrebbero essere cauti nell'autoproclamarsi unici sacerdoti della Razionalità e non
sottovalutare le critiche di quei perdigiorno dei filosofi. |