oltre il giardino

2005

 

 

 

3/12/05

La vedova Cenerentola

So bene che in questo periodo dell'anno bisognerebbe parlare di Babbo Natale, ma voglio fare l'eccentrico e vi parlerò di Cenerentola. Fiaba fra le più famose di tutti i tempi ha anche dato il nome (come è accaduto a Peter Pan) a una sindrome psicologica femminile che colpisce soprattutto le donne emancipate che non riescono però a liberarsi del mito del Principe Azzurro, il maschio che con un bel bacetto riesce a risolvere ogni problema, dalla fame alla carriera. Secondo la storica inglese Pearl Saddington, Charles Perrault, il fondatore della fiaba moderna, per scrivere Cenerentola , si sarebbe ispirato a una donna realmente esistita, e per giunta santa: Santa Batilde. Batilde era una giovane anglosassone che, catturata dai pirati quando era ancora bambina e venduta al mercato degli schiavi, finì a lavorare come serva in Francia alla corte di Neustria, dove attirò l'attenzione di re Clodoveo II che nel 649 d.c. la sposò. Nel 657 Batilde divenne vedova e quindi reggente del regno in nome del figlio Clotario. Con la guida dell'abate Genesio si diede alle opere di carità, aiutando i poveri e i monasteri, riscuotendo così un'enorme popolarità fra i sudditi. Lottò con ardore contro la simonia e contro la schiavitù, che fu abolita per i cristiani, mentre con proprio denaro restituì la libertà a moltissimi schiavi. Secondo Saddington, studiosa del Bedès World - museo nel Northumbria ispirato a Beda il Venerabile, il monaco benedettino che fu uno dei più grandi eruditi dell'Alto Medioevo - ci sono numerosi parallelismi fra le vicende della protagonista della fiaba di Perrault e quelle della regina Batilde. «La storia di Santa Batilde ha 1.400 anni - ha dichiarato la Saddington al Daily Express - e le sue vicissitudini potrebbero sicuramente aver ispirato la fiaba di Cenerentola». Quando il figlio Clotario III raggiunse la maggiore età, Batilde si ritirò nel monastero di Chelles, nella diocesi di Parigi, che lei stessa nel 662, aveva fatto restaurare e vi morì nel 680. Charles Perrault pubblicò Cenerentola mille anni dopo nel 1697 nella sua celebre raccolta I racconti di mia madre l'Oca in cui sono contenuti altri capolavori come La Bella addormentata del bosco, Cappuccetto Rosso, Barbablu e il Gatto con gli stivali. Se fosse vera, la storia vera della vedova Cenerentola ci fornirebbe una morale un po' diversa da quella di Perrault, ovvero che l'unico Principe Azzurro buono (utile) è il Principe Azzurro morto.

 

20/12/05

Ricchi e famosi

Diventare ricchi e famosi, è il sogno dei bambini britannici sotto i 10 anni, che considerano il calciatore del Manchester United Wayne Rooney, per popolarità, secondo solo a Dio. La ricerca - pubblicata ieri dal Guardian - è stata condotta tra 2.500 allievi delle scuole elementari, che hanno inoltre espresso il desiderio di sposarsi in futuro (71%) e di avere dei figli (81 per cento). Alla domanda sulla "migliore cosa al mondo", la maggioranza ha risposto i soldi, davanti alla fama, quindi a seguire il calcio, la musica pop e gli animali. Lo scorso anno, alla stessa domanda, la ricchezza non aveva raggiunto le prime dieci posizioni della graduatoria, mentre la popolarità era risultata al primo posto. Tra le cose più sgradite, i bambini hanno indicato al primo posto gli ubriachi, quindi il fumo, la spazzatura, i graffiti e la guerra. Dio è risultato il personaggio più famoso tra i giovanissimi davanti a Rooney, Gesù Cristo e il capitano della nazionale inglese di calcio David Beckham.

«Non solo la ricchezza è diventata la cosa più ambita, ma ora è percepita anche come facilmente raggiungibile agli occhi dei bambini più piccoli», ha dichiarato un portavoce dell'associazione Luton First, che si occupa di problemi dell'infanzia. Come sempre i bambini si dimostrano estremamente ragionevoli, o, almeno ragionevoli quanto gli adulti che naturalmente vorrebbero, a loro volta, diventare ricchi e famosi. Chi pretenderebbe dai bambini atteggiamenti più evangelici (cammelli, aghi e via discorrendo) si fa delle illusioni e quasi mai è in buona fede. Più realistica, anche se altamente pessimista, la pedagogia dostoevskiana: «Papà dunque i ricchi sono più forti di tutti a questo mondo? Sì. Iliuscia, al mondo non c'è nessuno più forte di chi è ricco».

 

06/12/05

Agnostici e top model

Dal punto di vista strettamente logico sostenere (come ha fatto Benedetto XVI) che l'agnosticismo (o il relativismo) limita la libertà di religione equivale a dire che se Claudia Schiffer non vuole venire a letto con il sottoscritto limita la sua libertà di amare. Il che, in un certo senso, è vero, ma purtroppo (per me), la sessualità della Schiffer (e di tutte le altre donne del pianeta) è questione che riguarda lei (loro) e non chi scrive, né il Papa e neppure l'arcivescovo di Genova Tarcisio Bertone, il quale - fortunatamente per tutti - dichiara di essere rimasto casto, ma (come tanti suoi colleghi porporati) non parla d'altro che di parti, ovuli e spermatozoi.

È davvero arduo pensare che l'agnostico metta a rischio la libertà di credere. Semmai mette, legittimamente, in discussione la credenza il che è, ovviamente, ben altra cosa. In realtà la storia dell'umanità è un lungo e difficile percorso di liberazione proprio dalle credenze, dalla religione e sono, al contrario i valori laici (grosso modo, Ragione, Liberté, Egalité, Fraternité, buona parte del pensiero del Novecento e roba del genere) ad essere oggi minacciati dal fondamentalismo religioso, ovvero da una verità che non trova le sue radici nell'Uomo, o meglio, nei rapporti fra gli uomini, nel dialogo con l'Altro da sé, ma in un'entità superiore, in Dio, appunto, e in quegli uomini (a qualsiasi credo essi appartengano) che della divinità si sono auto-nominati portavoce. Riportando la questione a una dimensione più terrena e (più politica) stupiscono ancora di più le esternazioni di Ratzinger in un Paese come l'Italia dove la classe dirigente (e non certo per ragioni spirituali) è totalmente prona alle direttive vaticane al punto da ordinare una (propagandistica) indagine parlamentare sulla legge 194. Nel frattempo, le gerarchie ecclesiastiche hanno anche il coraggio di affermare che le opinioni cattoliche non trovano spazio sui media italiani!

Quando basta dare una rapida occhiata ai giornali per scoprirli pieni di interviste a ogni forma di prelato vivente e una recente statistica ha dimostrato che in Rai i preti sono più presenti di chiunque altro, a cominciare dai membri del governo, il che è tutto dire. Quanto all'opposizione di centro-sinistra che, almeno teoricamente, dovrebbe essere il baluardo della laicità dello Stato (sancita, peraltro, dallo stesso Concordato) è cauta, molto cauta, tanto cauta da non fare capire bene come la pensa neppure ai suoi elettori. Leader politici e opinionisti continuano a mettere in guardia gli italiani dal rischio di anacronistici rigurgiti anti-clericali. Che sarebbe una preoccupazione anche fondata, se non fosse che tutti assistiamo quotidianamente a rigurgiti (per dir poco) squisitamente clericali.

 

02/12/05

Alberi di Natale

Dal "successo" del Natale si può misurare lo stato dell'economia dei Paesi industrializzati ma anche gli umori di una nazione, soprattutto se quelle nazione si chiama Stati Uniti d'America, la terra dove la Coca-Cola ha inventato Babbo Natale. Anche le sensibilità dei politici sono quindi proporzionate all'importanza del tema, al punto che la semplice accensione del tradizionale albero può incrinare i rapporti fra Casa Bianca, città di New York e Congresso. Per l'amministrazione Bush le feste di Natale cominciano solo oggi: il presidente ha acceso ieri sera il National Christmas Tree, eretto a breve distanza dal suo giardino. Ma la cerimonia è stata parzialmente oscurata dalla decisione di New York di giocare d'anticipo: mercoledì sera al Rockfeller Center il sindaco Michael Bloomberg ha battuto sul tempo la Casa Bianca accendendo un gigantesco albero di Natale decorato con oltre trentamila luci colorate. «Ogni anno ci chiedono da New York la data della nostra accensione perché vogliono farlo prima di noi - conferma David Curfman, lo storico ufficiale della illuminazione dell'albero di Natale della Casa Bianca - è un fatto che ci irrita e che non ci sembra troppo corretto».

Nella diatriba si è inserito anche il Congresso che ha a sua volta una tradizione da rispettare: il Capitol Tree è eretto in un prato davanti al Campidoglio esattamente equidistante dalla Camera e dal Senato. Ai tempi del presidente repubblicano Ronald Reagan, il leader della Camera era il democratico Thomas Tip O'Neill che amava battere sul tempo la Casa Bianca. Negli ultimi anni, con George W. Bush nello Studio Ovale e i repubblicani in controllo del Congresso, non c'è stato più alcun dispetto. Quest'anno però il leader repubblicano della Camera, Dennis Hastert, ha innescato una nuova polemica dopo aver scoperto che il Christmas Tree del Congresso aveva cambiato nome diventando il Capitol Holiday Tree (albero delle feste) per evitare di irritare i non cristiani. Hastert ha scritto una lettera di fuoco all'ufficio competente chiedendo, e ottenendo, il ritorno della parola Christmas. Proteste anche a New Orleans per una decorazione natalizia realizzata in un centro commerciale, in cui fra trenini in miniatura, immagini di renne e villaggi innevati spiccavano alcune case disastrate in miniatura con relativi graffiti del tipo «Se saccheggiate il mio negozio, aprirò il fuoco», effettivamente apparsi a New Orleans dopo l'inondazione. La decorazione è stata censurata perché considerata troppo realista.

 

29/11/05

L'auto in salotto

Guido Ceronetti, commentando sulla Stampa i roghi di auto nelle banlieue, osservava tra l'altro come «L'uomo odierno non abita soltanto nell'auto, la indossa. Il box nel cortile è in realtà un armadio, il parcheggio un guardaroba di fabbrica».

Che è poi lo stesso concetto espresso qualche anno fa da McLuhan: «L'automobile è diventata un capo di vestiario senza il quale ci si sente nudi, incerti, incompleti». D'altra parte già Marinetti non aveva dubbi nel dichiarare il suo amore per il simbolo, oltre che lo strumento stesso della Modernità: «Un'automobile ruggente è più bella della Vittoria di Samotracia».

Traffico, inquinamento, crisi energetica e incidenti stradali non hanno, nella sostanza, spezzato - a quasi un secolo di distanza dagli entusiasmi futuristi - questo amore, questa simbiosi uomo-macchina.

Come dimostra, se non fosse già abbastanza chiaro, il progetto CarLoft, realizzato dell'architetto berlinese Manfred Dick. L'idea è semplice: costruire un posto-auto (un posto per l'auto) all'interno di ogni appartamento con la possibilità di mettere la camera da letto accanto al garage, e addormentarsi guardando la luccicante creatura, separata solo da una grande lastra di vetro.

Le licenze di costruzione sono state già rilasciate e il primo palazzo con parcheggi per l'auto a tutti i piani sarà costruito dall'estate prossima nel quartiere di Kreuzberg, a Berlino. La faccenda dovrebbe funzionare così: l'automobilista attraverso un robusto ascensore, viene sollevato con l'auto fino al suo giardino pensile con area di parcheggio e da lì entra direttamente in casa.

I progettisti berlinesi offrono anche la possibilità agli acquirenti di progettarsi a propria misura i 200 mq circa di abitazione per ognuno degli 11 appartamenti previsti nel CarLoft.

Chi vuole, per esempio, può mettere la camera da letto direttamente davanti al finestrone che dà sul giardino e sul parcheggio. Oppure metterci la sala da pranzo, per esibire l'auto quando invita a cena i colleghi di lavoro, oppure o durante una romantica cena al lume di candela.

L'idea, che gli inventori stanno già presentando ad Amburgo, Monaco di Baviera e Londra, potrebbe permettere di creare nuove possibilità di parcheggio. Secondo i progettisti, CarLoft mette insieme i vantaggi di una villetta unifamiliare in campagna dotata di giardino e garage privato, con i vantaggi di vivere in centro.

 

25/11/05

Le Monde e il rap

Sarebbe "assurdo", un attentato «a una libertà di espressione sempre più maltrattata» perseguire i sette gruppi rap nel mirino di politici e inquirenti francesi per il ruolo che avrebbero avuto nella rivolta che ha infiammato la banlieue parigina. In un editoriale il quotidiano francese Le Monde sottolinea che il «rap esprime la violenza delle banlieue. Permette ai giovani delle città di urlare, con le loro parole, la rabbia contro una società che li tiene ai margini». Ci sono - scrive il quotidiano - «parole non solo eccessive ma anche inaccettabili»; i «canti di odio sono inammissibili e ci sono, nell'abbondante produzione dei rapper, frasi che traducono la deriva dei gruppi o dei cantanti che cercano la provocazione. E ci sono anche, in alcuni testi, sentori di razzismo o sessismo».

Tuttavia «se i loro testi hanno accompagnato la violenza nelle banlieue, non hanno, solo loro, acceso la scintilla che ha provocato tre settimane di esplosione». Per il giornale «le autorità e gli eletti della nazione» pronti a denunciare «a giusto titolo le disposizioni liberticide del Patriot Act promulgato dall'amministrazione Bush dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 farebbero bene a stare attenti a che che non si ricorra a pratiche simili nella nostra vecchia Europa». Le Monde rileva infine che «tra il rafforzamento - necessario - dell'arsenale di lotta contro il terrorismo e, ora, questo stato di urgenza che sembra guadagnare consensi, ci si prende decisamente troppa libertà con le libertà».

 

22/11/05

Novità sulla tortura

La tortura è sempre un argomento di grande attualità. Voglio dire che non passa mai di moda anche se, comprensibilmente, se ne parla abbastanza poco, sia perché il tema è disturbante, sia perché le vere informazioni scarseggiano. Può essere utile quindi segnalare l'intervista rilasciata al quotidiano Usa Today dal capo della Cia, Porter Goss, per negare che l'intelligence Usa ne faccia uso nella lotta contro i terroristi.

Per strappare "informazioni vitali" ai prigionieri si usano metodi "unici e innovativi", ma allo stesso tempo "perfettamente legali". «Questa agenzia non pratica la tortura, le torture non funzionano», ha spiegato Goss. Il capo della Cia ha detto che la sua agenzia resta neutrale sulla proposta del senatore John McCain dell'Arizona di mettere al bando il trattamento "crudele, inumano, o degradante" dei prigionieri catturati in Afghanistan e in Iraq. Lo stesso Goss ha però fatto presente che alcune tecniche che McCain vorrebbe veder abolite hanno garantito all'America informazioni preziose. In realtà sono in molti negli Usa a ritenere che la pratica delle torture sia ancora in atto nelle prigioni sotto controllo degli Stati Uniti: uno di questi è Larry Wilkerson, colonnello e braccio destro dell'ex segretario di Stato Colin Powell. «Non ho dubbi che continuiamo a farlo», ha detto Wilkerson alla Cnn.

Intanto però anche nella sede della Cia serpeggiano i dubbi e alcune gole profonde hanno cominciato a parlare, illustrando le tecniche "dure" utilizzate dagli 007 Usa contro i prigionieri di Al Qaida. Il "water boarding", la tavola bagnata, ad esempio. Il prigioniero viene legato ad una tavola inclinata, con la testa leggermente più in basso rispetto ai piedi. Il capo viene ricoperto da una pellicola di plastica trasparente, e quindi gli si versa acqua sul viso. Inevitabilmente, temendo di soffocare, in uno spaventoso riflesso simile a quello di una persona che sta per annegare, il detenuto non resiste più di qualche secondo.

Queste tecniche sono state battezzate Enhanced Interrogatio Techniques e comprendono anche l'obbligo per i prigionieri di rimanere in piedi ammanettati e incatenati alle caviglie a un palo per oltre 40 ore o la cosiddetta "cellula fredda" in cui il prigioniero viene lasciato, completamente nudo, in una stanza frigorifera, mentre ad intervalli regolari gli viene versata addosso acqua fredda.

 

15/11/05

Una casa per tutti

Il problema della casa può essere affrontato da diversi punti di vista. Uno può essere quello di chi abita in periferia (in Francia o altrove) e si dichiara scontento, un'ottica del tutto opposta è invece quella di chi abita in centro, magari in un centro che più centro non si può, il centro di Londra, e che è così contento che preferirebbe selezionarsi i vicini di casa per "diritto ereditario". Accade così che i municipi di Kensington e Chelsea, i quartieri più ricercati e costosi capitale britannica, abbiano proposto un clausola che praticamente impedisce l'acquisto a chi non ha già una casa nelle zona. L'obiettivo è frenare l'invasione di investment bankers e stranieri facoltosi che soffiano le case a colpi di milioni di sterline ai figli delle famiglie storicamente residenti nel quartiere. Presto le abitazioni di nuova costruzione in vendita nelle strade dove alloggiano fra gli altri vip come il magnate della Virgin, Richard Branson, l'autrice di Harry Potter, JK Rowling, la star del pop, Robbie Williams e il premio Nobel per la letteratura, Harold Pinter, potranno essere vendute solo agli autoctoni. «Nei prossimi dieci anni, la popolazione londinese salirà di centinaia di migliaia di persone - ha dichiarato al Times il consigliere comunale conservatore Daniel Moylan -. Dobbiamo costruire case per questa gente e Kensington & Chelsea vuole avere un ruolo in questo. Di certo non è d'aiuto se gli appartamenti vanno ad investitori stranieri che comprano pied-à-terre per quando le mogli vanno a fare shopping a Knightsbridge».

Insomma il motto è: «Leviamo le case ai ricchissimi per darle ai ricchi». In Italia non abbiamo questi problemi. Infatti Berlusconi ha detto chiaro tondo che le case le vuole dare ai poveri. Magari non a Kensington ma in qualche bella periferia costruita ad hoc (d'altra parte non si può avere tutto). Anche il suo, in fondo, è un punto di vista sul problema della casa. In fondo.

 

11/11/05

I baby senza bonus

Per il concepimento siamo fuori tempo massimo, l'unica speranza è un parto settimino ma il rischio non vale la candela, anche se la candela è la dote berlusconiana di mille euro che, di questi tempi, possono rivelarsi molto utili a chi ha il coraggio di mettere al mondo dei figli. Anche l'ultima foglia di fico familistica del governo più anti-sociale che la storia repubblicana ricordi è quindi caduta.

Il maxi-emendamento alla Finanziaria ha limitato il bonus di mille euro per il secondo figlio (e quello di 160 per il primo) al 31 dicembre 2005. Nessuna pietà per i ritardatari. I giornali italiani tradizionalmente festeggiano i primi nati di ogni nuovo anno, mamme più o meno sorridenti e marmocchi più o meno urlanti vengono fotografati nei diversi reparti di ostetricia e immortalati in cronaca. Quest'anno però saranno più fortunati i nati alle 23,55 dei colleghi che vagiranno alle 00,02. La decisione ha già fatto fibrillare l'Udc e in particolare il ministro Buttiglione che evidentemente sente venire meno la sua "autorità" (mai virgolette furono più obbligate) a sproloquiare di famiglia e di figli altrui se il suo governo decide di fare, per le famose famiglie ma solo quelle "regolari" , anche meno di quello che faceva fino ad oggi che era già molto vicino allo zero.

Sono certo, d'altra parte, che la stragrande maggioranza delle mamme (e delle donne) italiane sarebbero disposte a rinunciare spontaneamente a qualsiasi contributo in cambio della certezza che Buttiglione smettesse definitivamente di occuparsi di loro.

Oserei addirittura aggiungere che anche il mondo della cultura e dello spettacolo sarebbe disponibile ad accettare qualche taglio in cambio di un ministro come Dio comanda. Purtroppo non c'è molto da aspettarsi da questa Finanziaria la cui filosofia è sempre la stessa, semmai peggiorata dal Tremonti bis: la famiglia è sacra, il suo portafoglio no.

 

04/11/05

I nomi proibiti

Nel supermarket della spiritualità, dove fedi, confessioni, sette e santoni si contendono il sempre più folto pubblico di consumatori di sacro le quotazioni delle grandi religioni monoteistiche sono variabili. Ultimamente l'Ebraismo, nella sua versione più mistica e, in un certo senso, più oscura, della Cabbala ha raccolto nuovi adepti negli Usa, in particolare nel mondo dello spettacolo. Una delle protagoniste di questo rinnovato interesse è la popstar Madonna che ha annunciato ieri di voler tornare presto in Israele per cercare di incontrare il celebre rabbino Yitzhak Kaduri, ritenuto uno dei più autorevoli studiosi della Cabbala.

L'anno scorso, durante una precedente visita in Israele, aveva già chiesto di incontrare l'anziano rabbino Yossi Kaduri, ma questi si era rifiutato. Ora gli amici israeliani di Madonna hanno avvicinato il nipote di Kaduri, chiedendogli di favorire un incontro. La Cabbala è una filosofia tradizionalmente destinata a pochi eletti, asceti che hanno una profonda conoscenza dei testi sacri. Ma negli ultimi anni sono emerse forme commerciali di "nuova-Cabbala" che propugnano una diffusione alle masse di alcuni concetti semplificati. La "nuova-Cabbala", viene però respinta dai rabbini che consigliano ai fedeli di tenersi alla larga dai divulgatori. Precisi ammonimenti sono giunti dal leader spirituale del movimento Shas, il rabbino Ovadia Yossef, e dall'ex rabbino capo sefardita, Bakshi Doron.

Madonna è talmente coinvolta nel nuovo afflato da aver scelto un nuovo nome, Esther (il suo in effetti poteva risultare imbarazzante, almeno dal punto di vista di un ebreo). Esther invece va benissimo anche perché non figura nella lista nera dei nomi proibiti dai fondamentalisti che hanno pubblicato su internet l'elenco dei nomi sconsigliati. Fra quelli "proibiti", c'è anche quello del premier israeliano Sharon. Ariel è sconsigliato dai rabbini, spiega il quotidiano Haaretz, perché potrebbe suscitare la collera dell'omonimo angelo, che rischierebbe di sentirsi chiamato al posto del titolare del nome. Anche il nome di uno dei figli di Sharon, Omri, è sconsigliato, in quanto a forte connotazione negativa: così si chiamava infatti, ricordano i rabbini puristi, un malvagio re biblico.

La lista dei rabbini non è la sola in Israele a sconsigliare o proibire alcuni nomi. Anche il ministero degli Interni ne ha una, che vieta di dare ai neonati i nomi, fra gli altri, di "Dio","Hitler", e "Bin Laden". I rabbini sconsigliano però anche l'uso di nomi collegati alle colonie di Gaza, ora smantellate, per evitare di richiamare le tensioni che l'evacuazione ha suscitato nel Paese, o importati, non ebraici, o ancora di nomi che usino il suffisso o il prefisso in "el", che in ebraico vuole dire Dio. Nella tradizione ebraica i nomi sono estremamente importanti e seguono il loro portatore anche nell'aldilà.

 

01/11/05

Fascismo e matematica

La matematica. Dannazione di generazioni di studenti da una parte e scienza sublime dall'altra. Per Whitehead «la creazione più originale dello spirito umano», per Russell dotata di una «suprema bellezza, una bellezza fredda e austera come quella della scultura». Sulle cause per cui la matematica (e in generale la scienza) abbiano sofferto in Italia una sorta di "boicottaggio" culturale è da anni in corso un intenso e polemico dibattito.

Il recente libro di Angelo Guerraggio e Pietro Nastasi, "Matematica in camicia nera" (Bruno Mondadori, pp. 280, 26 euro) fa risalire questo "vizio" anti-scientifico agli anni del fascismo in particolare alla riforma Gentile, cui si aggiungono i guasti provocati dalle leggi razziali e dal "Manifesto degli scienziati razzisti" del 14 luglio 1938. In quell'anno vengono allontanati dall'insegnamento illustri docenti ebrei di matematica e geometria, da Guido Ascoli a Federigo Enriques, da Tullio Levi-Civita a Beniamino Segre, e l'anno dopo nel volume ufficiale "Un secolo di progresso scientifico italiano", i curatori si scusano per la citazione di matematici ebrei che non poterono «non determinare reciproci scambi fra contributi da essi approntati e quelli dei matematici ariani». Un'epurazione che fu condotta sino in fondo da istituzioni culturali e associazioni che si resero disponibili a condurre una schedatura-censimento interna. Decine di nomi furono cancellati dal registro degli iscritti dell'Istituto per le applicazioni del calcolo e dall'Istituto per l'alta matematica, che per una volta si trovarono concordi e agirono di conserva. La rivalità tra i due istituti era infatti antica, specie in anni in cui l'ideologia autarchica faceva sentire il suo peso. Il primo vi aderiva sostenendo la matematica applicata come vera matematica fascista, mentre il secondo propugnava la superiorità e il ruolo culturale trainante della matematica pura.

Anche in questa diatriba è evidente il retaggio dell'opposizione fra le "due culture", la scientifica e l'umanistica, sancita nel 1923 con la riforma scolastica che creò il liceo classico per la classe dirigente e i corsi di studio scientifici e tecnici per dipendenti e lavoratori. Da qui, e in seguito dalla scuola di massa, la crescita di un divario e una diffidenza ora snobistica (persino Benedetto Croce quasi si vantava - come documentato nel libro - della sua abissale ignoranza matematica) ora spacciata per "naturale" (c'è chi la capisce e chi non la capisce!) che ancora ci portiamo dietro.

Guerraggio e Nastasi (il primo docente alla Bocconi e l'altro a Palermo) documentano questa storia che è culturale, ma anche sociale e politica, con ricchezza di particolari, ricostruendo il periodo aureo della ricerca scientifica del primo Novecento e la fatica della ripresa postbellica, pur esaltante, che deve farci riflettere mentre si continuano a tagliare i fondi alla ricerca. In questi giorni a Genova è in corso il Festival della scienza che sta ottenendo clamorosi risultati di pubblico. Le conferenze più ardue registrano il pienone di giovani, mentre i bambini possono entrare in contatto con le discipline scientifiche in modo nuovo e divertente. Purtroppo è ancora difficile parlare di un'inversione di tendenza, soprattutto fino a quando la scuola continuerà a fare di tutto per farci "odiare la matematica", e non solo la matematica.

 

28/10/05

Elogio della matita

Che cosa c'è di più bello che avere schierata sulla scrivania una bella batteria di matite ben temperate? E' come trovarsi di fronte un'infinita potenzialità creativa, la stessa sensazione offerta da una risma di carta, una pila di bloc notes intonsi, una scatola di pennarelli. Chi, davanti ai quaderni scolastici appena comprati, non ha fatto buoni propositi di studio e disciplina che poi magari non avrebbe rispettato? E' il fascino quasi irresistibile della cartoleria, luogo dello spirito, regno della scrittura a mano, dell'appunto, del promemoria, dello schizzo, dell'album. Un mondo di cui la matita è forse il simbolo più semplice e immediato. La matita nasce nella sua forma attuale nel 1664 in Inghilterra: due pezzi di legno imbottiti con la grafite.

La prima matita "industriale" è invece tedesca. Creata dall'ebanista Kaspar Faber. Siamo nel 1761, e la moglie di Kaspar se ne andava in giro per mercatini, cercando di vendere le sue matite. Poi nell'Ottocento Lothar Faber lancerà la tipica matita esagonale e darà respiro internazionale all'azienda. La matita si globalizza, e comincia l'ascesa sociale dei Faber. Diventati nobili per decisione dei sovrani di Baviera, la baronessina Ottilia sposa un membro della famiglia aristocratica dei Castell, e dal matrimonio nasce il brand Faber-Castell. Esattamente cento anni dopo vede la luce la Castell 9000, forse la matita più famosa del mondo. Rivestita di una lacca verde con scritta dorata, dopo un secolo di vita si presenta con un aspetto praticamente invariato rispetto all'originale, e fu creata dal conte Alexander von Faber-Castell che decise di dargli la forma esagonale, diventata poi classica per impedire che rotolando scivolasse dal tavolo.

La nuova matita era dotata di una mina di alta qualità con gradazione di durezza non inferiore a 16 e prodotta con un nuovo processo segreto. Per colorare il legno non vengono utilizzati solventi tossici ma vernici a base di acqua, più sicure anche per i bambini (o gli adulti) che mordicchiano le matite. Per festeggiare l'anniversario si è aperta ieri nel castello della famiglia Faber-Castell a Stein, vicino a Norimberga una mostra di disegni (a matita) del premio Nobel per la letteratura Gunter Grass.

 

25/10/05

Pera, il papista

Il presidente del Senato Marcello Pera è un filosofo, o meglio, un professore di filosofia.

Non risulta che i suoi libri abbiano lasciato qualche segno nel pensiero italiano contemporaneo ma devono essergli comunque serviti, almeno per diventare presidente del Senato, visto che lo è diventato.

Egli appartiene alla schiera dei filosofi analitici che si distinguono dai colleghi detti continentali per il rigore logico-matematico su cui basano i loro ragionamenti e per lo stretto rapporto con il pensiero scientifico. Nulla quindi di più laico, almeno sul piano teorico.

Da anni però Pera sembra aver subito il fascino irresistibile del pensiero cattolico e di quello più radicale e fondamentalista. Non si tratta però di una conversione che sarebbe normale e anche comprensibile, Pera continua a dichiarare la sua laicità ma di un'adesione di tipo etico e politico. I malpensanti sostengono che si tratti di una pura e semplice strumentalizzazione attraverso la quale Pera vuole accreditarsi con le gerarchie cattoliche per garantirsi un futuro politico. Di sicuro c'è il fatto che Pera sembra ornai diventato più papista del Papa.

Ieri è di nuovo tornato a parlare di etica e quindi, inevitabilmente, almeno dal suo punto di vista, di Ratzinger che ha chiesto ai non credenti di agire non come se Dio non esistesse, ma come se Dio esistesse. «Anch' io mi dico laico perché sono un non credente - ha detto Pera - anche se talvolta mi sembra di essere più credente di tanti altri credenti».

«Alla domanda del Papa il laico può rispondere sì, no, ci penso ed io ho detto rispondiamo sì, perché se si pensa di agire come se Dio esistesse ad esempio non ci dimenticheremmo delle nostre radici, non diremmo più che le nostre democrazie liberali non hanno bisogno di fondamenti etici. Se agissimo come se Dio esistesse non commetteremmo più l'errore che le nostre democrazie sono autosufficienti, non commetteremmo più l'errore di considerare ogni progresso scientifico un vero progresso e che qualunque desiderio tecnicamente soddisfacibile possa diventare un diritto». Pera ha poi aggiunto: «Se si agisse o si cercasse di agire come se Dio esistesse allora vuol dire che esiste un limite morale alle nostre azioni e un giudice delle nostre coscienze». Il presidente del Senato ha poi così concluso dicendo: «Non credo che la mia sia l'unica risposta all'offerta del Papa, ma bisogna evitare di far finta che la domanda non sia stata posta e l'offerta avanzata. C'è da stupirsi del silenzio di intellettuali e forze politiche: sarebbe un suicidio culturale non ascoltare il Papa».

Parole accorate ma sostanzialmente rinunciatarie, Pera infatti seppelisce senza appello ogni ipotesi di etica laica, fondata cioè proprio sul fatto che "Dio non esiste". Come sosteneva Bertrand Russell, nume tutelare dei filosofi analitici: «In etica, come in qualsiasi altro campo del pensiero umano, ci sono due tipi di opinioni: da una parte quelle basate sulla tradizione, dall'altra quelle che hanno qualche probabilità di essere giuste».

 

18/10/05

La dieta delle e-mail

Le e-mail hanno cambiato i modi della comunicazione, creato un nuovo linguaggio, nuove forme di scrittura. Non si tratta solo di risparmiare tempo e denaro, ma di pensare in modo diverso e di riorganizzare gli stessi rapporti interpersonali sia a livello sentimentale che lavorativo. Nel primo caso, ad esempio, il vecchio modello slow della lettera d'amore stato sostituito da quello fast delle e-mail d'amore che credo si stia già configurando come nuovo genere letterario.

Nella vita d'ufficio le e-mail possono essere invece divise in due grandi categorie: quelle funzionali e quelle cosiddette superflue (che naturalmente così non sono) che riguardano i rapporti fra colleghi. Proprio questo ultimo tipo di e-mail è al centro, in Gran Bretagna, dell'interesse delle autorità sanitarie. Secondo le quali un uso smodato contribuirebbe a peggiorare la salute dei lavoratori. Mentre prima - spiegano gli esperti - per comunicare con il collega era necessario muoversi, ora basta premere un pulsante. Il risultato, spiega un servizio della Bbc, è che molte persone perdono la buona abitudine di muoversi e restano tutto il giorno sedute davanti ad un computer al punto da far insorgere problemi fisici. Sport England, l'organismo governativo competente della distribuzione dei finanziamenti allo sport, ha così proposto per questo venerdì uno stop alle e-mail inutili in ambito lavorativo.

Dorian Dugmore, medico specializzato in problemi cardiovascolari, ha spiegato che si stanno perdendo milioni di ore di esercizio fisico a causa della "schiavitù da schermo". Roger Draper, direttore esecutivo di Sport England, aggiunge: «Abbiamo il compito importante di aumentare il numero di persone che sono fisicamente in forma e il posto migliore dove focalizzare le nostre attenzioni è il luogo di lavoro, vogliamo persone in movimento negli uffici, nelle aziende, nei supermercati e negli ospedali». Mi hanno convinto. Adesso mi alzo e vado a dire al collega che l'attende che il mio pezzo è finito.

 

11/10/05

Il Viagra ecologico

Il Viagra sembra avere effetti positivi anche sull'ambiente. Non però sull'ambiente familiare, come sarebbe abbastanza comprensibile, ma sull'ambiente naturale, anzi sulla stessa sopravvivenza di alcune rare specie animali. Cavallucci marini, foche, tartarughe verdi, gechi devono la vita ai nuovi farmaci contro l'impotenza maschile.

Dopo che i cinesi hanno scoperto e iniziato a utilizzare in massa Viagra e prodotti simili si è sensibimente ridotto il ricorso ai metodi naturali. Secondo uno studio condotto da due fratelli australiani, Bill e Frank von Hippel, il primo psicologo dell'Università del Nuovo Galles del Sud, il secondo biologo all'Università dell'Alaska, la domanda del mercato cinese, in fatto di stimolanti della virilità, sta cambiando la sorte di specie animali finora cacciate senza pietà proprio per le presunte doti stimolanti. Polvere di cavalluccio marino, genitali maschili di foca rinsecchiti (il pene in particolare) e tartarughe lessate in brodo non sono più il rimedio preferito dagli uomini cinesi che accusano problemi di virilità. lo sono le corna delle antilopi, la cui superficie muschiata andrebbe raschiata, o il geco, che va prima bollito, poi macinato finemente e infine ingerito. «Il considerevole abbassamento di prezzo dei genitali delle foche - hanno spiegato i ricercatori - conferma che le nuove medicine hanno, sia pure indirettamente, un effetto benefico sulla conservazione delle specie animali».

Non tutti gli animali sono però ugualmente fortunati. «Finora è stata soltanto l'impotenza ad attirare gli uomini cinesi verso la medicina occidentale. Le stesse persone che ricorrono al Viagra tornano ai rimedi orientali tradizionali per gli altri disturbi», ha detto von Hippel. Accade allora che solo le bestie usate nelle pozioni afrodisiache avranno salva la vita. Le tigri per esempio, considerate ottimo antidoto all'emicrania, rischiano ancora l'estinzione. «Le ossa di tigre sono consigliate per tanti tipi di cefalee. Purtroppo il Viagra per loro non potrà fare nulla», ha concluso Bill von Hippel.

 

7/10/05

Il robot Arturito

"Solo lo scienziato è un vero poeta, ci dà la luna / ci promette le stelle, ci darà un nuovo universo, se sarà il caso". Così recitava Allen Ginsberg e aveva ragione: dalla scienza ci possiamo aspettare ogni meraviglia, a volte persino la verità.

E anche quando quest'ultima scarseggia restano pur sempre delle belle storie da ascoltare, come quella del robot Arturito.

Arturito, è un georadar a raggi gamma, almeno così lo definisce il suo inventore, l'ingegnere cileno Manuel Salinas Encina, il quale dichiara che, grazie a lui, avrebbe localizzato nell'isola Robinson Crusoe, al largo di Valparaiso, un fantastico tesoro sepolto dai pirati. Arturito è stato descritto da Salinas in diversi modi, prima come un "reattore nucleare di 15 centimetri", poi come un ecoradar, quindi una "fonte di antiplasma". Insomma, una grande innovazione rispetto a qualsiasi tecnologia finora conosciuta. La comunità scientifica cilena tentenna. «C'è una fisica prima di Arturito e una dopo Arturito", hanno dichiarato con orgoglio i responsabili dell'azienda Wagner, che hanno prodotto il primo esemplare dell'invenzione.

Su questo concorda Leopoldo Soto, presidente della Società cilena di fisica: «Dalle descrizioni che ci hanno fornito, mi pare impossibile che questo apparecchio funzioni, ma io ho esperienza solo nel campo della fisica finora nota e questi signori potrebbero aver scoperto una fisica totalmente nuova. Se è così, mi piacerebbe molto che ce la svelassero». In ogni caso Arturito è diventato una star quando il fondatore della Wagner, l'ex detective Gabriel Vargas, ha annunciato di aver individuato sull'isola cilena di Robinson Crusoe, nell'arcipelago di Juan Fernandes, il punto esatto in cui sarebbero sepolti 800 barili pieni d'oro e pietre preziose, nascosti lì a metà del '700 dal pirata inglese George Anson. Tanto è bastato a scatenare una vera e propria febbre dell'oro nella piccola comunità isolana, esaltata dalla prospettiva di ereditare dagli antenati pirati una somma stimata in circa 10 miliardi di euro e anche, più concretamente, da una possibile immediata impennata delle presenze turistiche.

Secondo quanto raccontato da Salinas, l'idea base per concepire Arturito sarebbe nata durante i suoi studi post-universitari condotti in Germania. L'ingegnere civile si sarebbe imbattuto in alcune formule scritte da Robert Oppenheimer.

«Le formule - ha raccontato Salinas - mi ossessionarono e dopo 10 anni di studio riuscii a costruire il robot». L'inventore è molto timido e anche semicieco: vede con un solo occhio e con l'aiuto di una lente di ingrandimento. Se avesse anche una gamba di legno potrebbe ben figurare in una nuova versione del romanzo di Stevenson.

 

20/09/05

La TV onnivora

La televisione vuole tutto, vuole fare tutto, vuole essere tutto. Vuole il premio Campiello e le sorelle Lecciso, vuole il calcio e la fame nel mondo, vuole parlare del G8 e riconquistare il pubblico della Padania. Nelle ultime 48 ore la tv ha dato l'ennesima prova della sua onnivorità, della sua voracità, della sua invasività.

È stato proprio Bruno Vespa, uno dei simboli di questa bulimia catodica - il giornalista del Papa, del festival di Sanremo, del delitto di Cogne - al centro di questo corto circuito mediatico che è andato in scena fra giornali e piccolo schermo.

Tutto è cominciato dallo scrittore Antonio Scurati, uno dei vincitori del glorioso premio letterario, che ha attaccato frontalmente il giornalista rompendo il minuetto delle cortesie che sempre caratterizza questo tipo di programmi (ma già lo scorso anno una dichiarazione di Edoardo Sanguineti sulla difesa della Costituzione aveva scatenato un putiferio politico). Vespa ha incassato con aplomb durante il programma, ma a telecamere chiuse ha accusato Scurati di «avere seminato odio». In realtà la vera colpa di Scurati è stata quella di lesa maestà, non certo della maestà di Vespa, ma di quella della stessa televisione.

«Pensavo di essere al premio Campiello - ha spiegato Scurati - e mi sono ritrovato a "Porta a Porta"». Ed evidentemente la cosa non gli è piaciuta. Scurati, che oltre a essere un romanziere è uno studioso di televisione, sa bene come il modello "Porta a porta" sia solo la punta dell'iceberg della contaminazione sempre più pericolosa fra informazione e spettacolo e non si è lasciato sfuggire la ghiotta occasione per metterlo in evidenza.

Contemporaneamente grazie al nuovo film-tv tratto dal romanzo di Camilleri "Giro di boa", che segna il ritorno in tv del commissario Montalbano, si è riparlato improvvisamente delle violenze perpetrate delle forze dell'ordine, durante il G8 del 2001 a Genova, contro manifestanti inermi e pacifici e delle coperture politiche che le resero possibili.

Quasi che solo la televisione, come per caso, e in modo del tutto indiretto, potesse affrontare una vicenda sostanzialmente rimossa dalla coscienza del Paese. Salvo poi scoprire, subito dopo, che le cose non stanno realmente così e che nella fiction non c'è quasi traccia di quella parte del libro di Camilleri in cui il commissario vuole dimettersi per protesta contro il comportamento dei suoi colleghi, come ha tenuto a precisare il direttore di Raifiction, Agostino Saccà.

La Rai ha in realtà altro a cui pensare, il prossimo obiettivo di marketing editoriale dell'azienda è infatti quello di recuperare il pubblico lombardo-veneto (la cosiddetta Padania) che sembra non gradire l'accento romanesco della maggior parte degli attori televisivi.

Ma dov'è il problema? Basta assumere Dario Fo, Paolo Rossi e magari Daniele Luttazzi.

 

23/08/05

La catastrofe quoridiana

Mentre il presidente del Senato Marcello Pera si interroga sul rischio che i valori dell'Occidente vengano "corrotti" dalle influenze dell'immigrazione, l'Organizzazione mondiale della sanità fa sapere che ogni anno nei Paesi in via di sviluppo quasi 11 milioni di bambini sotto i cinque anni muoiono per cause «evitabili».

Sulla base di questi dati l'obiettivo dell'Onu di ridurre di due terzi la mortalità entro il 2015 sarà raggiungibile, grosso modo, tra 150 anni (e nessuno può dire se i valori dell'Occidente avranno resistito fino ad allora). Secondo il rapporto "La salute e gli obiettivi del millennio per lo sviluppo" presentato dall'Oms ieri a Ginevra, se le tendenze delineatosi negli anni '90 resteranno immutate la maggioranza dei Paesi in via di sviluppo non realizzerà gli obiettivi del legati alla salute. Attualmente - afferma l'Oms - nessuno dei Paesi più poveri è sulla strada giusta per raggiungere il traguardo previsto dalla Dichiarazione dell'Onu sugli Obiettivi del millennio.

Approvato nel settembre 2000 da 189 capi di Stato, il documento impegna tra l'altro la comunità internazionale a ridurre la mortalità legata alla malattia, dimezzare povertà e fame, favorire l'accesso all'acqua potabile e all'educazione. Per quanto riguarda la salute, i progressi ci sono, ma sono troppo lenti. Secondo il rapporto dell'Oms, la mortalità legata al parto e alla gravidanza continua ad uccidere oltre 500 mila donne all'anno. I progressi sono troppo lenti anche per obiettivi quali la lotta all'Aids (3 milioni di morti l'anno), alla malaria (1 milione di decessi) e ad altre malattie trasmissibili. La situazione è particolarmente grave nei Paesi dell'Africa subsahariana. Uno dei principali ostacoli incriminati è la debolezza del sistema sanitario ed in particolare la carenza del personale sanitario, particolarmente grave in Africa a causa dell'emigrazione, dell'Aids e delle cattive condizioni di lavoro.

«L'accesso universale a servizi sanitari potrebbero salvare milioni di bambini ogni anno», ha affermato il direttore generale dell'Oms Lee Jong-wook. All'opposto, «in assenza di uno sviluppo rapido dei sistemi sanitari, malattie in buona parte evitabili continueranno a mietere innumerevoli vittime». I decessi evitabili ogni anno nei Paesi in via di sviluppo includono 11 milioni di bambini di meno 5 anni - uccisi principalmente da malattie quali polmoniti, diarrea, malaria, morbillo, nascite premature ed asfissia alla nascita. I sistemi sanitari, stima l'Oms, devono essere in grado di fornire in tempo e in modo adeguato personale, farmaci, vaccini e informazioni a chi ne ha bisogno, ma in troppi Paesi non è questo il caso. L'Oms ritiene che per funzionare correttamente i sistemi sanitari devono disporre di un finanziamento duraturo e di una somma minima di 30-40 dollari pro-capite all'anno. Ma in molti Paesi poveri la somma è di molto inferiore, sotto i 10 dollari in media e di appena 2 dollari in alcuni Paesi.

Al cospetto di una catastrofe quotidiana come questa che non ha neppure bisogno delle guerre per falcidiare milioni e milioni di innocenti diventa davvero difficile parlare (e sentir parlare i nostri politici) di "sicurezza" e di "difesa della civiltà".

 

06/08/05)

Infradito o espadrillas?

L'altro giorno, osservando un notevole paio di gambe femminili che attraversavano il mio campo visivo, complete di altrettanto deliziosi piedi abbigliati con eleganti infradito tempestate di qualcosa di luccicante, ho ripensato con un pizzico di nostalgia alle espradrilles.

Le scarpette di corda intrecciata che sono state una vera bandiera dell'abbigliamento alternativo anni Settanta sembrano infatti quasi del tutto scomparse dalle nostre strade. Sono, come si usa dire, passate di moda, ma le faccende concernenti la moda non sono mai semplici, ogni stile o capo di abbigliamento porta con dei piccoli, ma non insignificanti contenuti culturali.

Si sarebbe così tentati di costruire sul tema espadrillas / infradito una nuova coppia dialettica sul tipo di quelle storiche t-shirt / canottiera, slip / boxer, calze / collant, tacchi a spillo / ballerine, sandali / zoccoli. Ad una prima sommaria analis le prime apparireebbero più "di sinistra", le seconde più piccolo-borghesi, ma sostanzialmente interclassiste (siamo pur sempre nell'ambito di scarpe popolari, "raso terra" e ciò spiegherebbe, dal punto di vista sociologico, il loro attuale prevalere risultato di un lento, ma continuo processo di sdoganamento.

Le cose però non stanno esattamente così o almeno non stanno più così; da Parigi giunge infatti la notiza che le espadrilles sono oggetto di un vero e proprio revival, destinato a "ricaricarle" di nuovi significati, perlomeno nella fertile mente degli stilisti d'Oltralpe. I sandali di corda sono tornati protagonisti nelle ultime collezioni parigine Primavera-Estate grazie ad alcuni da big della moda come Emanuel Ungaro, Jean-Paul Gaultier ma anche Sonia Rykiel.

La cittadina di Mauleon, capitale di Soule, una delle sette provincie dei paesi baschi francesi, si è subito organizzata per rispondere alla nuova domanda. Il paese, che conta 3.500 abitanti, produce il 70% delle espadrilles fabbricate in Francia, qualcosa come 1,3 milioni di paia all'anno. Come le maisons più prestigiose propongono due collezioni all'anno. La griffe femminile Garcia ha sfruttato l'idea di haute couture applicata alle espadrilles: le calzature sono fatte su misura e in vari materiali che i clienti possono scegliere in base ai loro gusti. Un italiano Rinaldo Muscolino, ha intanto rilevato a Saint- Laurent-de-Cerdans una fabbrica di espadrilles catalana chiamata Vallespir Sandales e la farà diventare la Vallespir Pied Leger. Il nuovo mprenditore ha affermato che «un di fantasia italiana, il savoir fair catalano, e l'interesse militante della popolazione ci dovrebbero permettere di fare concorrenza al Giappone, agli Stati Uniti e all'America Latina». Alla faccia della nostalgia per le care, vecchie espadrilles un po' sformate della nostra gioventù.

 

26/07/05

La maledizione dei rabbini

Le vie del fondamentalismo sono infinite, non risparmiano nessuno e soprattutto sono pericolosamente affollate di seguaci che tendono a ripristinare le forme più arcaiche di religiosità a fini politici. In Israele un gruppo di rabbini ultra-ortodossi è riunito per lanciare una maledizione contro Ariel Sharon, a tre settimane dal traumatico ritiro da Gaza.

La "Pulsa de Nura",  Staffilata di fuoco,  è una antica invocazione a cui i rabbini cabalisti ricorrono di rado, a malincuore, in casi estremi, solo contro ebrei che mettono in pericolo il loro stesso popolo.

Nel 1995 fu pronunciata contro il premier laburista Yitzhak Rabin, poche settimane prima del suo assassinio. Adesso l'invettiva è stata lanciata anche contro Sharon. Non si tratta di un'automatica condanna a morte. I rabbini che giovedì notte si sono raccolti in Galilea per leggere alla pallida luce della luna quel testo in parte ebraico e in parte aramaico, sarebbero appagati se il premier uscisse di scena anche in modo incruento: per una malattia, o in seguito a dimissioni.

«E' solo una preghiera. Non è detto affatto che venga esaudita», ha detto all'Ansa uno degli organizzatori del rito, il rabbino Yossef Dayan della colonia di Psagot (Cisgiordania). I venti ebrei ortodossi (tutti di età superiore ai 40 anni, tutti con la barba, tutti padri di famiglia) che hanno partecipato al rito si sonpoassunti un rischio personale, perché se il Cielo trovasse ingiustificata la preghiera, la maledizione potrebbe ritorcersi come un boomerang su di loro.

Per il rito è stato scelto l'antico cimitero di Rosh Pinna, nell' alta GalileaI rabbini sono arrivati giovedì al tramonto, ma prima di iniziare la preghiera, c'è stato un dissidio. Uno di essi ha obiettato che le radici ebraiche di Sharon non erano del tutto certe perché la madre Vera Sheinerman «faceva parte della setta dei Sobotnik, e si era convertita all'ebraismo solo in un secondo tempo». Quella dei Sobotnik una setta di mistici russi, minuscola ma significativa. I membri - oggi 12 mila in Russia - sono cristiani, ma osservano il riposo sabbatico come ebrei ortodossi. Di loro il rivoluzionario Leone Trotsky scrisse con ammirazione che lavoravano in comune sulla base di principi comunisti. Il dipanarsi della disquisizione sulle radici etniche della famiglia Sharon, svoltasi nelle tenebre del cimitero della Galilea, ha richiesto tempo. E' stato interpellato per telefono un importante rabbino che ha stabilito che la cerimonia poteva egualmente avere luogo. Infine, la "Pulsa de Nura" è stata letta solennemente di fronte alla congregazione. Ora il video del rito sarà consegnato a qualche emittente che le mandi in onda affinchè il premier venga messo a conoscenza del rito come prevede la procedura.

 

22/07/05

La sfida enciclopedica

In un famoso racconto di Borges l'imperatore della Cina ordina ai geografi di palazzo di realizzare una mappa il più dettagliata possibile dei suoi territori. I cartografi lavorano così bene da realizzare una carta in cui è segnalato ogni albero, ogni pietra, ogni fiore. Peccato che la mappa abbia le stesse dimensioni dell'Impero e sia perciò del tutto inutile. La mappa dell'Imperatore mi ricorda un po' internet, un territorio infinito dove è possibile trovare tutto e il contrario di tutto, naturalmente la Rete è tutt'altro che inutilizzabile, ma chi la critica lo fa sostenendo, non senza qualche fondamento, che spesso la mancata selezione delle informazioni può diventare problematiche per il lettore. Osservazioni di questo tenore sono state, ad esermpio,  al centro di un articolo di "Civiltà cattolica" in cui si  analizzava critcamente Wikipedia, l'enciclopedia gratuita online a cui chiunque può contribuire. Quello che alla fine sembrava turbare era proprio l'eccesso di democratizzazione della cultura che veniva visto come estrememamente rischioso. Ma il successo globale di Wikipedia, cinque milioni dfi visitatore al mese, sta mettendo in difficoltà addirittura la prestigiosa Enciclopedia Britannica, nata nel 1768, che ha intrapreso una vera controffensiva  assumendo quattro premi Nobel per il suo nuovo Consiglio dei saggì. I contributi che nel passato hanno portato la firma di Albert Einstein, Sigmund Freud e Marie Curie, collaboratori della Britannica nel corso dei suoi 237 anni di storia, saranno oggi il lavoro di Murray Gell-Mann, Nobel per la fisica, David Baltimore, medicina, Wole Soyinka, letteratura e Amartya Sen, economia. Le loro biografie, naturalmente, sono tutte disponibili su Wikipedia. Dietro all'idea di ripristinare il Comitato di consiglieri editorialì, soppresso nel 1995, c'è la voglia di riaffermare l'autorità della Britannica, il cui quartier generale è a Chicago. Una sfida urgente in un momento in cui Wikipedia e internet sermbrano diventare fonte primaria di informazione culturale.

«Per chi aspira a raccogliere e diffondere tutte le conoscenze umane, le sfide e le opportunità non sono mai state grandi come oggi» si legge nel comunicato di presentazione dei quindici saggi di cui fanno parte, oltre ai premi Nobel, due vincitori del Pulitzer e studiosi provenienti da quattro continenti. «Raccogliere la conoscenza umana non è una cosa da fare con leggerezza: è un duro lavoro - ha commentato Dale Hoiberg, uno dei vice presidenti della Britannica - e per questo abbiamo assunto alcune delle più intelligenti persone del mondo». Il Comitato si riunirà due volte all'anno per esaminare il lavoro dei collaboratori della Britannica, «raffinarlo e controllarne la veridicità» ma, soprattutto, per decidere cosa aggiungere o meno ai circa 40 milioni di lemmi inclusi nell'enciclopedia. Al nuovo Comitato spetterà anche il compito di terminare l'ambizioso progetto iniziato alla fine degli anni Novanta: quello di rivedere ogni singolo lemma della Britannica.

Benjamin M. Friedman, professore di Economia all'Università di Harvard e membro del nuovo Comitato, indica la via da seguire: "Sarà un'enciclopedia autorevole, ben disegnata e creativa, avrà il suo posto nell'era digitale: l'idea che debba essere un libro poggiato su uno scaffale è sorpassata".

 

18/07/05

Grandi lettori

Questa faccenda che gli italiani non leggono abbastanza è vecchia, stantia e puzzolente, ma probabilmente è vera.

Lo dicono i sondaggi, lo confemano le statistiche ed è quindi probabile che sia così. Quello che è vecchio, stantio e puzzolente è il tono quasi sempre moralistico con cui questa informazione viene periodicamente riproposta, quasi che non leggere sia una colpa, che il non-lettore sia cattivo, un ignobile peccatore, un personaggio da cui stare alla larga, da guardare dall'alto in basso, un po' come il poeta rivoluzionario Majakowskji che proclamava senza vergogna ."Non voglio/ mai leggere nulla./ Libri?/ Ma che libri!". Il grande lettore è invece un tipo a posto, sa vivere e va guardato con un certo rispetto. Credo però che un tale atteggiamento allontani ulteriormente dalla lettura e temo però che i moralisti (intellettuali, scuola ,editori) siano i principali reponsabili del fatto che gli italiani non leggono (sempre che non leggano). Mondadori (che ha recentemente mandato in libreria l'autobiografia di Costantiono Vitagliano), ha realizzato un nuovo sondaggio da cui si evince (sorpresa!) che in realtà gli italiani leggono e comprano più libri. Nel 2005 sarebbero infatti aumentati del 7% coloro che hanno letto almeno un libro negli ultimi 12 mesi (esclusi i testi scolastici) e dell'8% quelli che ne hanno comprato almeno uno. Buona notizia, ma attenzione: più della metà degli italiani (54%) non legge libri. Ve l'avevo detto. La ricerca è stata condotta su un campione di lettori/acquirenti di 924 persone ripartiti in 212 lettori non acquirenti e in 712 acquirenti di cui 531 cosidetti deboli (cioè acquirenti da 1 a 5 libri l'anno), 122 medi (da 6 a 10 libri) e 59 forti (oltre i 10 libri). Analizzando però più nel dettaglio il campione ci si accorge che sono proprio i lettori forti (appunto) a determinare il trend di crescita così positivo. In particolare: se nel 2003 1% di lettori forti era responsabile del 23% degli acquisti e il 3% degli acquirenti medi sono stati responsabili del 20% degli acquisti, nel 2005 i lettori forti (3%) hanno acquistato il 31% dei libri e i lettori medi (6%) hanno ne acquistato il 26%. Naturalmente la domanda che conta per il mercato (e anche per il non-mercato) è la seguente: perché quel 54 % odia i libri e perciò non conosce (non avendola mai letta), la famosa battuta di Karl Kraus: «Ma dove troverò mai il tempo per non leggere tante cose?»

 

15/07/05

I preti atei

«Il prete è immenso perché fa credere una quantità di cose meravigliose», scriveva Charles Baudelaire, un poeta ma soprattutto un intellettuale che ha capito subito che cos'era la modernità. Ma la domanda cui forse oggi (e probabilmente anche ieri e persino ieri l'altro) bisognerebbe rispondere è; ma il prete crede alle meraviglie che racconta? La figura del prete che "perde la fede" ha una sua drammaticità, affrontata anche dalla letteratura ma sempre nei termini dell'eccezione che conferma la regola. Lr cose non sembrano però stare più così e l'eccezione non è poi così eccezionale, almeno volendo dare credito ad un sondaggio apparso ieri sul Times.

Secondo il quotidiano, a cui si applica di default l'aggettivo "autorevole" centinaia di pastori della chiesa anglicana d'Inghilterra dubitano dell'esistenza di Dio e meno di due terzi crede ai miracoli. Lo studio non è stato realizzato direttamente dal giornale, ma bernsì dal dipartimento di teologia della Bangor University (Galles) in collaborazione con la rivista Church Times  e ciò lo rende ancora più interessante. Pubblicato alla vigilia del Sinodo generale, il rapporto, secondo gli osservatori, evidenzia "una crepa che potrebbe diventare una frattura all'interno della Chiesa anglicana". Lo studio evidenzia poi i fedeli laici sono molto più credenti del clero. Secondo il rapporto infatti, il 97% dei fedeli anglicani concorda sull'esistenza di Dio mentre un pastore su 33 ne dubita. Calcolando che i sacerdoti della chiesa d'Inghilterra sono novemila significa che circa trecento di loro dubita dell'esistenza di Dio. La divergenza maggiore riguarda però il tema dell'omosessualità. Un terzo del clero vede con favore l'idea di ordinare gli omosessuali come preti mentre tra i i laici la proporzione è di uno su quattro. Il lavoro ha coinvolto più di novermila intervistati, ottomila erano anglicani d'Inghilterra e, tra questi, circa duemila erano laici. Leslie Francis, una delle curatrici del progetto, ha detto che le divisioni «riflettono chiaramente le falle insite all'interno della struttura e della composizione stessa della chiesa d'Inghilterra». Ma forse, in questi tempi in cui religione e politica., tendono pericolosamente a sovrapporsi ci dicono anche qualcosa di più generale.

 

12/07/05

Vincitori e vinti

I vincitori, generalmente, scrivono la storia, ma la vittoria rende "giusta" qualsiasi guerra? Secondo i consiglieri di George Bush per vincere la guerra dell'opinione pubblica, sempre più scettica sul conflitto in Iraq, è decisivo insistere su un "messaggio positivo", sostenere cioè che gli Stati Uniti devono e possono battere i terroristi. Insomma, la parola d'ordine propagandistica deve essere sempre la stessa: vinceremo.

Secondo il Washington Post, è questa l'indicazione fornita dai nuovi guru della comunicazione recentemente reclutati dalla Casa Bianca allo scopo di recuperare il continuo calo di popolarità del presidente Usa. Secondo Dan Bartlett, uno dei pochi accademici di spicco a essere entrato nello staff della Casa Bianca, il sostegno dell'opinione pubblica alla guerra e legato prima di tutto al fatto che si pensi di prevalere. Lo sostiene anche di Christopher F. Gelpi, professore di scienze politiche alla Duke University, che per conto della Casa Bianca ha esaminato nell'ultimo mese l'andamento dell'opinione pubblica sull'Iraq. Gelpi ha diviso il campione sulla base delle risposte a due domande: la decisione di andare in guerra in Iraq era giusta o no? Alla fine gli Stati Uniti vinceranno? Dall'analisi delle risposte, Gelpi trae la convinzione che «il fattore più importante nel determinare il sostegno pubblico alla guerra sta nella percezione popolare che la missione avrà successo». Tesi non rivoluzionaria ma che trova conferma in quanto è accaduto l'altro ieri nel corso del discorso di George W. Bush a Fort Bragg (North Carolina) in occasione del primo anniversario del passaggio dei poteri in Iraq dalle forze d'occupazione americane e alleate a un governo iracheno provvisorio. In un clima gelido, davanti a una platea di 700 impassibili militari, Bush ha ricevuto l'unico applauso dopo 25 minuti dall'inizio del suo discorso, quando ha detto che gli Stati Uniti rimarranno in Iraq fin quando avrà "vinto". Questo atteggiamento, sia nei militari che nell'opinione pubbloca resTa sempre segnato dal fanstasma delsconfitta nella guera del Vietnam. Il leit motiv di quasi tutti i film dedicati a quel conflitto è legato ad un presunto "tradimento" dei vertici politici che non avrebeto voluto vincere quella guerra. La figura del reduce disilluso è ormai entrata nell'immaginario americano (anche sei naturalmente i reduci hanno avuto un ruolo centrale in tutta la storia del Novecento, basti pensare alla nascita del fascismo e del nazismo). La società degli obesi

 

11/07/05

I nuovi obesi

La società del benessere allunga la vita, grazie ai progressi della scienza e della medicina, ma allo stesso tempo la accorcia a causa dell'iperalimentazione. È l'ultimo (in ordine di tempo) dei paradossi dello sviluppo che si aggiunge ad altri paradossi, primo fra tutti il fatto che il benessere del Primo mondo produce il malessere (per usare un eufemismo) degli altri tre.

Il dato emerge da un ricerca effettuata negli Stati Uniti, patria del benessere e dell'obesità, dove - altro paradosso - l'obesità colpiva, almeno fino a ieri, di più le fasce sociali meno abbienti, soprattutto gli afro-americani poveri costretti ad alimentarsi con i piatti più economici, ma ipercalorici. dei fast food. Ora pare però che non sia più così. L'aumento sproporzionato di peso si sta infatti espandendo velocemente anche tra i ricchi, tra chi cioè può vantare un reddito annuale superiore ai sessantamila dollari.

L'obesità è, a tutti gli effetti, la principale emergenza sanitaria degli States: tra il 1987 e il 2002, in soli quindici anni, le spese per la cura delle malattie provocate dall'obesità si sono decuplicate, passando da 3,6 a 36,5 miliardi di dollari, cifra pari al 11,6% dell'intera spesa sanitaria.

Secondo la ricerca coordinata da Ken Thorpe, professore della Emory University, e pubblicata dal Journal Health Affairs, gli obesi sono 60 milioni, il 30% della popolazione adulta americana.

Ma il dato forse più eclatante è che questa malattia, definita «sociale ed epidemica», sta provocando una repentina diminuzione della speranza di vita. A fronte di un'aspettativa attuale di 77 anni e mezzo, l'obesità l'avrebbe già ridotta di un arco di tempo variabile tra i 9 mesi ai 4 anni, a seconda delle condizioni ambientali. Visto l'aumento degli obesi tra le giovani generazioni, nel giro dei prossimi 50 anni - prevede un altro studio a cura di Jay Olshansky, dell'Università dell'Illinois - questo dato peggiorerà ulteriormente riducendo la speranza di vita di un cittadino americano tra i due e i cinque anni.

Gli autori dello studio sono convinti che l'impatto negativo dell'obesità supererà quello di tutti i tipi di cancro e di malattie del cuore sommate assieme. Le preoccupazioni alla base di tali ricerche, non sono soltanto mediche, ma concernono principalmente il fatto che gli obesi stiano diventando «pazienti troppo costosi». «Tenuto conto delle cure sanitarie - ha osservato Thorpe - la prevenzione dell'obesità dovrebbe essere una assoluta priorità nazionale».

A margine di queste notizie è forse interessante notare come la questione dell'obesità conviva (ne sia di fatto l'altra faccia) con l'ideologia salutista e il mito del corpo perfetto che è centrale - essendo anche massicciamente veicolata dai media cinema, televisione, pubblicità - nella cultura americana. Ma i due universi sembrano non comunicare e il primo, pur dotato di una innegabile forza di seduzione, non riuscire a influire in nessun modo sul secondo.

 

22/06/05

Ilary e Totti

È stata una scelta opportuna e coerente mandare in onda su Sky la diretta del matrimonio fra Totti e Ilary Blasi. Opportuna perché, visti i clamorosi risultati dell'audience, ha risposto ad una domanda del pubblico, e coerente perché Sky è il laboratorio di una neo-tv che, sui modelli americani, sta trasformando la "vita dei vip" in un genere televisivo autonomo, con le sue regole e i suoi stilemi. Basta guardare, ad esempio, il canale satellitare "E!" per capire come il gossip sulle vicende delle star hollywoodiane, ma anche semplicemente dei "ricchi e famosi" o soltanto dei ricchi, abbia assunto ormai le dinamiche del vero racconto, del serial, della fiction.

Anche Totti e signora non sfuggono, nel loro piccolo, alle ferree regole della società dello spettacolo e diventano personaggi di un reality show o al massimo di una docu-soap (le variabili stilistiche implicherebbero una più specifica analisi), che trascende la loro vera vita e che ovviamente, in quanto racconto, interessa molto di più gli spettatori.

Naturalmente il matrimonio in questione aveva tutte le sue caratteristiche antropologiche che già molti osservatori hanno già messo in evidenza: l'estrazione sociale degli invitati, ovviamente l'abbigliamento, il famoso stile ruspante del calciatore e via dicendo. Spunti interessanti, anche se dal punto di vista della narrazione televisiva, tutti i matrimoni, come tutti i funerali, alla fine tendono ad assomigliarsi.

Si potrà discutere sulla quantità di denaro in essi impegnati o sui quarti di nobiltà delle personalità coinvolte, ma lo show è quasi identico. Sembra quasi scontato che il duca di Edimburgo potrà contare su un maggiore aplomb dell'attaccante della Roma (sarà poi davvero così?), ma per chi guarda ciò non cambia molto, quello che li accomuna è la "capacità di spesa", la possibilità di accedere a una quantità relativamente illimitata di beni di consumo: auto, vestiti, vacanze, gioielli, yacht, ville, lifting, guardie del corpo, sesso, ginnastica, potere. Anche le storie di amori e tradimenti, abbandoni e riconciliazione, figli contesi e genitori ritrovati, tipici di ogni romanzo di appendice, devono sempre essere inquadrati nella messa in scena di questa inesauribile opulenza.

Il reddito (al limite anche per la sua estrema assenza) è la conditio sine qua non per diventare maschere di questa globale commedia dell'arte (a cui non è mai estraneo il sempre attivo fascino dell'orrido), che va in onda sugli schermi televisivi. Anche Totti diventa così un modello umano, un portatore di valori (è roba da non crederci, ma temo che sia proprio così). Non chiedetemi però di quali valori si tratti.

 

17/06/05

L'uomo cannone

Francesco De Gregori ha dedicato una delle sue canzoni più riuscite canzone a una donna-cannone.

E non aver paura se non sarò bella come dici tu / ma voleremo in cielo in carne e ossa, non torneremo più.

Una piccola storia d'amore dal sapore malinconico e un po' funereo che sempre l'idea del circo porta con . L'uomo-cannone non ha invece avuto tanto onore e neppure tanta fortuna se, pur essendo l'unico rimasto al mondo, è riuscito a perdere il posto. Il paradosso poi è che lo ha perso a causa della sua paura di volare.

Todd Christian, 26 anni, non esitava a farsi lanciare a 12 metri d'altezza dal cannone del Britain's Cottle and Austin Circus, dove si esibiva da febbraio: ma quando gli hanno chiesto di prendere un aereo per il Brasile, dove avrebbe dovuto sottoporsi a un addestramento speciale dopo un incidente al ginocchio, non ne ha voluto sapere.

«Non mi piacciono i lunghi viaggi, e se sto troppe ore su un aereo mi faccio prendere dal panico. Così mi hanno immediatamente licenziato e adesso sono distrutto», ha raccontato al Times il povero uomo-cannone, ormai disoccupato. Se Christian si è rivolto a un avvocato, la direzione del circo resta convinta di aver preso una decisione inevitabile. «Senza l'allenamento giusto sarebbe stato difficile per lui continuare. Lo abbiamo fatto per la sua sicurezza».

Al di là della diatriba legale, non priva comunque di un suo interesse e che concernerà la professionalità dell'uomo-cannone, può essere interessante cogliere l'occasione per riflettere su una forma di spettacolo come quella del circo che ne contiene in molte altre che si sono diversamente sviluppate nel teatro, nel cinema, nella televisione.

Pur essendo in crisi, anche a causa delle battaglie animaliste che lo privano di un elemento essenziale come quello del selvaggio, dell'esotico, il circo mantiene intatto un fascino che credo sia legato proprio a quegli elementi-base di quella che si potrebbe forse definire una spettacolarità "primordiale".

Il primo di questi elementi è appunto il fascino del selvaggio che si può esibire con gli animali feroci, ma anche con personaggi provenienti da "altri" mondi come fachiri o indiani. Il secondo elemento è il rischio e la morte: il trapezista, con o senza rete, può sempre cadere e il domatore essere sbranato. C'è poi la componente erotica, legata ai corpi statuari e seminudi delle giocoliere e delle cavallerizze che faceva (almeno fino a una certa epoca), il paio con il suo opposto, il mostruoso degli "scherzi di natura". E infine ci sono i clown, il comico, il grottesco, paradigma di tutta la cultura novecentesca. Forse non è tanto divertente guardare il circo in tv, ma guardare la tv come se fosse un circo.

 

14/06/05

Tipi da Biennale

Nei tre giorni dell'inaugurazione della Biennale si riunisce a Venezia il variegato popolo dell'arte contemporanea, non i normali appassionati, ma gli addetti ai lavori, o coloro che si considerano tali. Si tratta di una fauna cosmopolita e vagamente eccentrica e come ogni gruppo sociale dotata di piccoli riti, tic, idiosincrasie, un galateo preciso a dispetto dell'informalità e le sue gerarchie. Estremizzando un po' alcuni caratteri è forse possibile ricostruire una galleria di tipi che con tutte le possibili varianti produca un'antropologia semiseria. Per motivi diversi tralascerei, però, due importanti categorie, la prima è quella degli artisti, per definizione singolari e quindi difficilmente classificabili, se non con un lavoro molto più complesso, la seconda è quella dei giornalisti che, in qualsiasi situazione si trovino, vivono prigionieri della stessa, eterna e ineliminabile domanda: che titolo facciamo?

Al primo posto di questa classifica dei tipi da Biennale metterei senz'altro l'Eterea. Si tratta di una ragazza dai venti ai trent'anni, pallida e filiforme, veste con lunghe gonne di colori spenti e calza ballerine in stile Audrey Hepburn. E' quasi sempre impegnata a prendere appunti su bloc notes modello americano, non è mai stanca, mordicchia piccoli sandwich seduta su unoscalino e sorseggia acqua minerale non gasata. Normalmente circola sola ma a volte si accompagna a giovani barbuti e logorroici che però degna a malapena di qualche cenno. Non si sa da dove venga dove vada. Ella è.

Sul fronte femminile opposto è segnalabile invece la Stanga, si presume che nulla sappia dell'arte contemporanea (ma magari è laureata ad Harvard), fatto sta che si insedia sul cotè mondano e viaggia in coppia con il Marpione, la cui testa non supera quasi mai l'altezza del suo decolleté. Dal punto di vista delle cravatte la figura del Marpione può sovrapporsi a quella del Manager, che negli ultimi anni ha conquistato un suo spazio anche nel mondo dell'arte, e in parte a quella del Mercante, almeno ai livelli medio-bassi. Tutti e tre parlano volentieri di denaro, ma non con la passione travolgente del Collezionista, egli - totalmente disinteressato al look - assomiglia al giocatore d'azzardo, a cui potrebbero presentare Naomi Campbell in topless ed egli continuerrebe imperterrito a puntare sul rouge.

C'è poi la Gallerista Assatanata, cinquantenne in grado di masticare e rigurgitare intere correnti artistiche nello spazio di un mattino. Su tutti troneggiano i Guru (critici, curatori, architetti), che si dividono in due sottogeneri, quelli vestiti di nero con i capelli bianchi e quelli vestiti di bianco con i capelli neri. Parlano ad alta voce e dichiarano di conoscere bene ministri e viceministri, ma probabilmente si riferiscono al Giappone. Alla maschera del Guru è collegata quella del Professore, da cui si distingue principalmente per il reddito. Il Professore, pur occupandosi delle stesse cose del Guru, e sapendone di più, veste come un impiegato del catasto. Ultima, ma non meno importante, è la figura dell'Artista di Provincia. Egli visita la Biennale e dichiara che quelle cose lui le aveva già fatte dieci anni prima. Il bello è che, a volte, è vero.

 

07/06/05

Essere religiosi

Che cosa significa essere religiosi? La domanda così, o altrimenti, posta ha da sempre arrovellato filosofi e teologi, antropologi e sociologi, scienziati e politici. Probabilmente ciascuno di noi sarebbe in grado di dare una risposta diversa coniugando educazione ed esperienza personale.

Si può però certamente dire che tendenzialmente viviamo in un mondo secolarizzato, lo sviluppo della società industriale e capitalista, attraverso la scienza e la tecnologia, ha fortemente ridotto gli elementi magici e di vera e propria superstizione insiti in ogni religione (che pure permangono e tendono a rispuntare là dove meno li si aspetta), e lo sviluppo delle libertà sessuali, in particolare quelle della donna, ha indebolito uno degli elementi etici cardine delle tre grandi religioni monoteiste e patriarcali.

Ciononostante è evidente che negli ultimi anni atteggiamenti di tipo genericamente religioso sono in forte crescita assumendo però forme nuove, adeguate ai tempi. Da una parte si sviluppano religiosità di tipo individuale, slegate dall'ufficialità di ortodossie e gerarchie, da qui il successo, ad esempio, della spiritualità buddista o di tutte le tendenze assimilabili sotto l'etichetta New Age.

Dall'altra parte, ed è il fenomeno di sicuro più rilevante e per molti aspetti più preccupante, si registra il ritorno della religione come surrogato o sostituto della politica, di cui le diverse forme di fondamentalismo islamico e cristiano sono l'esempio più eclatante.

La tendenza è anche confermata da un recente sondaggio, condotto dalla Ipsos per conto dell'agenzia di stampa Ap in dieci Paesi, da cui risulta che gli Stati Uniti, la società più sviluppata del globo, sono anche la nazione più religiosa. Secondo l'indagine gli americani professano una fede in Dio che non fa domande e sono d'accordo a mischiare religione e politica a un tasso assai più alto che in altre nazioni. Solo due americani su cento hanno detto di non credere in Dio e il 40 per cento ha sostenuto che i leader religiosi dovrebbero cercare di influenzare Congresso e Casa Bianca.)

Meno devoti in assoluto sono risultati invece gli abitanti dell'Europa occidentale e solo i messicani sono risultati vicini agli americani quanto a intensità della fede. Per quello che riguarda l'Italia il sondaggio ha scoperto che, nella nazione a stragrande maggioranza cattolica, l'80 per cento degli interpellati attribuisce alla religione una parte importante nella propria vita. Due terzi degli italiani tuttavia hanno detto di ritenere che i leader religiosi non dovrebbero immischiarsi in politica. Il prossimo referendum sulla fecondazione assistita sarà un'occasione per verificare se questa convinzione è realmente maggioritaria nel nostro Paese. E c'è ovviamente da augurarselo per scongiurare il risorgere di atteggiamenti confessionali sempre e comunque pericolosi.

 

31/0505

Terapia virtuale

Per molti versi e per molte persone le parole cinema e America sono strettamente connesse, ovvero si è conosciuta l'America attraverso il cinema e si è conosciuto il cinema attraverso Hollywood. Si tratta di un dato di fatto in qualche misura antropologico. Fra gli innumerevoli temi intorno a cui si costruito l'immaginario cinematografico americano (e perciò globale) c'è certamente la guerra e, in particolare, il sottogenere "reduci". Da Uomini con Marlon Brando a Tornando a casa con Jon Voight e Jane Fonda, dal Cacciatore a Nato il 4 luglio a Rambo i sopravvissuti divcrse guerre sono tutti affetti dalle più svariate forme di nevrosi. Naturalmente anche le guerra in Afghanistan e Iraq stanno creando i loro reduci, i loro traumi e daranno origine ai loro film.

Nel frattempo però l'immagine, la ricostruzione virtuale della battaglia sarà usta dal Pentagono, non più come racconto più o meno ideologico, ma come vbera e propria cura.

E' già da tempo allo studio, infatti, una terapia basata sulla realtà virtuale per aiutare i reduci di guerra a superare le angosce provocate dall'esperienza bellica. Russ Shilling, ualto ufficiale della U.S.Navy e responsabile del programma, ha spiegato che le esperienze vissute dai soldati saranno ricostruite in programmi virtuali, perché talora i reduci non sanno descrivere che cosa abbia scatenato in loro il disordine da stress post-trauma, ma lo sanno individuare quando lo rivedono.

Ken Graap, dell'azienda Virtually Better, che ha già coordinato il software per i reduci della Guerra in Vietnam, Virtual Vietnam, spiega che ignorare, o cercare di dimenticare, che cosa causa il disordine del reduce non serve: meglio riviverlo e metabolizzarlo. E' superfluo specificare che nulla del genere è allo studo per i bambini iracheni.

 

27/05/05

Voglia di carisma

La nozione di carisma nasce in ambito cristiano per indicare una straordinara forza personale di origine trascendente, gli antropologi l'hanno anche studiata come proprietà tipica della regalità.

Nel mondo contemporaneo, mediaticamente determinato, il concetto si è degradato, perdendo i suoi elementi di sacralità, ma allo stesso tempo è diventato invasivo, tanto che che molti sociologi arrivano a parlare di "società carismatica" per definire la realtà attuale. Essere carismatici è diventato un imperativo categorico non solo per politici e rockstar, ma anche per il semplice venditore di aspirapolveri. Anzi, il carisma tipico del venditore di aspirapolvere può trasformarsi, senza grosse modifiche, nel carisma del leader politico. Par accertarlo è sufficiente osservare il sorriso sghembo di Silvio Berlusconi. Che il perenne sorriso sia una delle chiavi del carisma formato supermarket lo afferma anche un recente studio di un gruppo di psicologi britannici, effettuato su un campione di 200 persone,sulla base della quale è stata stilata una guida pratica al carisma.

Oltre a sorridere sempre il Carismatico, per essere tale, dovrà tenere una postura naturale del corpo, con le mani lontane dal volto, stare dritto e rilassato. Essenziale è poi,proseguono gli psicologi, fare capire a chi si ha di fronte che lui è una persona veramente importante, mostrare di godere della sua presenza, annuire con aria assorta e toccare lievemente l'interlocutore sul braccio, guardandolo negli occhi. Il linguaggio dovrà essere chiaro e scorrevole, articolato e capace di evocare l'immaginario, con un ritmo sostenuto, ma a tratti rallentato per far scemare la tensione e l'enfasi.

Il messaggio da lanciare deve essere innovativo, dialettico, semplice da capire, ma anche fuori dall'ordinario. Secondo il professore Richard Wiseman, direttore della ricerca, il 50% del carisma è innato, il resto è frutto di studio e di appassionato allenamento. Ciò è probabile, ma resta un unico, non secondario dubbio: l'identikit così dettagliato del Carismatico impedisce di capire se si sta parlando di un santo o di un truffatore, di un padre della patria o di un ladro di galline, ma questo, probabilmente, dal punto di vista dell'immagine. non fa poi quella grande differenza.

 

24/05/05

Luci della città

"Formicolante città, città piena / di sogni, ove lo spettro anche di giorno/ attanaglia il passante! Ovunque scorrono / come linfe i misteri nei canali / del potente colosso". Così Baudelaire nei "Fiori del male" descrive la Parigi che Walter Benjamin, partendo proprio dall'opera del poeta, avrebbe definito la "capitale del XIX secolo". Nella sua opera incompiuta il filosofo tedesco metteva in relazione assetto urbanstico e primordi della società dei consumi, lo choc della vita metropolitana e i nuovi modelli di esperienza legati allo sviluppo della società industriale. L'anima della città coincide con la Modernità stessa, diciamo pure che la crea.

Se Parigi è la capitale del XIX secolo, New York lo è stata del ventesimo e non è un caso che il XXI si apra proprio con il violento attacco al "cuore" di New York, le Twin Towers.

Al rapporto fra città e cultura è dedicato il notevole libro di uno dei maggiori filosofi spagnoli viventi, Eugenio Trìas, " La città e l'artista" (Le Lettere, pp.173, 22 euro) che sarà presentato oggi a Genova a cura del Centro culturale europeo (Sala Porta Soprana, via D'Annunzio 105, ore 18). Scrive Trìas: «Il libro riflette un profondo malessere della modernità, il soggetto o l'essere che siamo, non trova né può trovare il suo inserimento soddisfacente nella città. Il suo desiderio, eros, si scontra frontalmente con le esigenze produttive della grande metropoli moderna». Trìas ricostruisce il nesso fra anima e città, arte e società, desiderio e produttività, analizzando epoche diverse e pensatori che le hanno rappresentate: Platone e la città ateniese, il rinascimento italiano e Pico della Mirandola, la Germania di Goethe e Hegel, il post-romantiscismo di Wagner e Nietsche e il Novecento di Thomas Mann.

E' di questi giorni la notizia che, secondo proiezioni dell'Onu, nel 2006 più della metà della popolazione umana vivrà nelle città. Per miliardi di esseri umani ciò significherà abitare in immense periferie che già oggi segnalano il naufragio dell'urbanistica sull'altare dell'architettura-spettacolo. Assegnare un significato a questi enormi spazi di confine, a queste "terre di nessuno" in cui si insediano le moltitudini, dovrà essere uno dei compiti prioritari del "pensiero del futuro".

 

20/05/05

La mosca bianca

Ieri mi è capitato di parlare in pubblico del romanzo di uno scrittore esordiente: l'ottantenne Attilio Sartori. Con me c'erano l'autore, Silvio Ferrari e una platea affettuosamente attenta. Il libro, rimasto per vent'anni nel cassetto, è intitolato "La Mosca Bianca" (De Ferrari editore, pp. 252, 16 euro) e costituisce una sorpresa assoluta, sia per la qualità della scrittura che per l'attualità dei temi.

Sartori ha un passato da insegnante e di linguista di impostazione strutturalista e semiotica, ma è soprattutto noto a Genova per la sua lunga esperienza di assessore alla cultura, dal 1975 al 1985, proprio l'anno di redazione del romanzo. In quel decennio difficile Sartori incarnò la figura di un intellettuale impegnato nella politica (era militante del Pci) e nell'amministrazione, ma sempre in contatto con le tendenze più avanzate della ricerca artistica, letteraria e filosofica. Un assessore che parlava con i ventenni di allora, che non erano tipi facili, e che riuscì a far fruttare quel dialogo con iniziative coraggiose che sono rimaste irripetibili, per originalità e profondità, fino ad oggi; basti ricordare il convegno "Sapere e potere" che vide a Genova intellettuali del calibro di Jean Baudrillard, Niklas Luhmann, Agnes Heller o rassegne di arte, e cinema come "Giappone, avanguardia del futuro".Tutti eventi che non gli resero la vita (politicamente) molto facile ma che oggi nessuno ha dimenticato o dovrebbe dimenticare. Insomma il miglior assessore alla cultura che Genova abbia avuto, da quando sono stati inventati gli assessori alla cultura è in realtà un (vero) scrittore.

Il suo libro ci regala diverse cose (in primis un intenso "piacere del testo"), ma vorrei qui rubarne una e farla del tutto mia, come è sempre opportuno comportarsi con la letteratura. Si tratta di una delle due citazioni scelte da Sartori come epigrafe, la prima, quella del filosofo Mario Perniola, (la seconda è di Wittgenstein) e che recita: «Nessuna filosofia può raccontare il significato di un mondo in cui i poli dell'esistenza umana si sono avvicinati fino a toccarsi, sicché non c'è più differenza fra il sublime e l'infimo, fra l'angelo e la mosca».Qui, oltre il giardino, sulle orme di Peter Sellers, si tratterà l'infimo come fosse sublime e le mosche alla stregua di angeli.

 

17/05/05

Scienziatio e filosofi

E' in pieno svolgimento sulle pagine dei quotidiani italiani un interessante quanto acceso dibattito sui rapporti (difficili) fra scienza e filosofia, che poi sarebbe il vecchio tema delle Due Culture, scientifica e umanistica, e, in ultima analisi, come ha osservato giustamente Franco Carlini sul Manifesto, la sempre attuale questione delle interazioni fra scienza e politica.

Ad aprire le danze era stato Piergiorgio Odifreddi su Repubblica a cui Emanuele Severino aveva risposto per le rime e ai loro interventi ne erano seguiti alcuni altri tra cui quello di Edoardo Boncinelli sul Corriere. La problematica è altamente complessa, ma si potrebbe, con un minimo di brutalità, sintetizzarla nell'accusa, abbastanza esplicita, degli scienziati ai filosofi di "parlare a vanvera". Non intendendosi però il filosofo della porta accanto, ma Heidegger come Adorno, Habermas piuttosto che Morin, Derrida o Feyrabend, solo per fare qualche nome di personalità portatrici di posizioni totalmente diverse e in alcuni casi opposte fra loro.

La sintesi forse più efficace e documentata di questa rinnovata offensiva contro il «pregiudizio anti-scientifico», che prevarebbe nella società contemporanea, è il libro di Enrico Bellone "La scienza negata" (edizioni Codice). Naturalmente i filosofi si stanno difendendo benissimo, ma mi pare interessante osservare come, in questa contingenza storica, tutti sembrano, inclusi gli scienziati, radicalizzare le posizioni, tendendo al fondamentalismo.

La globalizzazione, come è noto, è sorretta da un pensiero unico che è economico-tecnologico, e quindi strettamente connesso con la scienza che quindi, in qualche modo, prevale. Ciò non garantisce però, come è evidente a tutti, alcuna "razionalità" al mondo che ci circonda, anzi questa situazione dà spazio alle più diverse forme di "ritorno al sacro" o ad irrazionalismi più o meno truci, di cui la comunità scientifica sembra preoccuparsi solo quando vede toccate direttamente le proprie sfere di interesse. Se, come sosteneva Schiller, «la scienza per gli uni è la grande celeste deità, per gli altri una brava mucca che li provvede di burro», allora - forse - gli scienziati dovrebbero essere cauti nell'autoproclamarsi unici sacerdoti della Razionalità e non sottovalutare le critiche di quei perdigiorno dei filosofi.