
Dario
Lanzardo
|
Nel 1944 Dario Lanzardo aveva dieci anni e viveva con i
genitori a Fosdinovo, un piccolo paese vicino alla Spezia. Il padre era un
fotografo ambulante e il reddito della famiglia si fondava tutto su una
preziosa quanto perfetta Leica. Cosciente dell'importanza della macchina
fotografica e della precarietà della situazione sotto l'occupazione nazista
il padre si raccomandò con la moglie che, qualsiasi cosa fosse accaduta, non
avrebbe mai dovuto consegnare la Leica a nessuno e per nessun motivo. Pochi giorni dopo Lanzardo padre fu catturato dai
tedeschi durante un rastrellamento (riuscì poi avventurosamente a fuggire dal
treno che lo stava portando a Mauthausen) e la moglie si trovò nella
difficile situazione di mettere in atto le indicazioni del marito: proteggere
ad ogni costo la Leica che nel frattempo era finita, perfettamente sigillata,
nell'orto, sotto un cumulo di letame. Il comando tedesco conosceva bene il fotografo e la sua
macchina e non passò molto tempo prima che un ufficiale si presentasse in
casa Lanzardo per chiedere la consegna della Leica. La madre disse no, una,
due, tre volte, ma alla fine sotto la minaccia di un mitra spianato consegnò
la macchina fotografica. Quasi quarant'anni dopo, nel Il tema del passaggio, dell'attraversamento è infatti
altamente simbolico, iperculturale in senso antropologico e, finalmente,
squisitamente filosofico. Lanzardo non è solo un rapace osservatore, uno
sguardo perennemente allertato sul mondo ma anche un vorace lettore, un
collezionista di idee che scova ovunque si nascondano. La sua passione
filosofica non è slegata dall'amicizia con Gianni Carchia, uno dei più
importanti pensatori italiani del dopoguerra, prematuramente scomparso. Le fotografie di questa mostra - spiega Lanzardo - sono
tratte dal mio archivio personale e si sono accumulate nel corso degli ultimi
venticinque anni attorno ad alcuni filoni di ricerca sul rapporto uomo-natura
che già avevano fatto emergere la rilevanza estetica e poetica di soglie e
passaggi. Mentre Lanzardo lavorava (freneticamente, come è sua abitudine) a
libri e mostre, le immagini delle soglie fisiche, porte, finestre, cancelli,
balconi prendevano vita insieme a quelle spirituali, in cui l'umano si
autorappresenta in rapporto al passaggio per eccellenza, Si direbbe tutta la propria vita - scrive infatti il
filosofo francese - se si dovesse raccontare di tutte le porte che si sono
chiuse, aperte, di tutte le porte che si vorrebbero aprire. Naturalmente in questo contesto narrativo - prosegue
Lanzardo - madre di tutte le possibili soglie è la stessa macchina
fotografica, che viene anteposta a quella naturale dell'occhio, una
super-soglia, preziosa per lo sguardo sensibile, che individua altre soglie
nel mondo reale che altrimenti resterebbero sconosciute ai più nella
quotidianità degli spazi abitati. Soglie sospese fra un prima e un dopo,
oltreché fra un dentro (l'inquadratura) che si vede e un fuori che si può
immaginare; così che è lecito pensare che una fotografia può esser
particolarmente bella quando esprime limpidamente il suo ambiguo potenziale
di soglia, come esperienza dell'immaginario. Per Roland Barthes lasciarsi fotografare significa
vivere una micro-esperienza della morte (della parentesi). L'esperienza
"originaria" del fotografo Lanzardo riguarda proprio un pericolo di
morte; quel mitra spianato sul volto coraggioso della madre che, attraverso
una semplice macchina fotografica, difendeva se stessa, la sua famiglia e
forse, in quel momento, le condizioni-base di una vita possibile. |