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La sinistra che ignora il presente |
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I democratici di sinistra sono in preda ad
una crisi profonda. Una specie di "male oscuro" che li accompaga di
sconfitta in sconfitta. Come valuta la situazione? «Non so bene da dove cominciare». Intanto ci potrebbe ricordare in termini
sintetici la sua esperienza politica diretta. Lei è stato deputato negli anni
Settanta? «Consigliere comunale e deputato del Pci
alla fine degli anni Settanta, inizio anni Ottanta, all'epoca
berlingueriana». Lei però non è mai stato iscritto al
partito. «Mai iscritto a niente. Un mio vecchio
motto era "sono iscritto all'anagrafe, ma non per colpa mia". Però
avevo sempre affiancato il Partito comunista sin da una prima campagna
elettorale addirittura nel '68 a Torino». Quindi l'impegno politico è iniziato in
quegli anni? «Nel pieno delle rivolte studentesche mi
sembrava importante prendere posizione. Tutto divenne molto più complicato
quando finì l'esperienza del Partito comunista. Io ho avuto il vantaggio,
condiviso da tutti gli italiani di sinistra, di avere a disposizione un
grande partito unitario a sinistra che si professava comunista in un quadro
di tutela della Costituzione italiana e quindi in una situazione di
democrazia avanzata. Le difficoltà sono poi arrivate nel momento in cui il
Partito comunista abbandona, non solo la propria etichetta, ma la propria
ideologia». Lei assunse una posizione molto critica
sulla svolta di Occhetto. «Si creò in un certo numero di
intellettuali e politici una posizione che voleva essere il più possibile
conciliante e unitaria. Volevamo evitare che la frattura che si era creata
tra Rifondazione e il Pds diventasse irreparabile. Poi si rilevò, in tempi
sempre più rapidi, che questa era un'illusione. In seguito cercai comunque di
valutare di volta in volta ma ormai la mia partecipazione era sempre più
limitata anche perché volevo evitare di collaborare a una lacerazione che,
anche se irrimediabile, non cessava per me di essere dolorosa». In questo richiamo all'unità c'è forse un
po' di rimpianto verso il centralismo democratico? «Omai è stato buttato alle ortiche, ma era
tutt'altro che da respingere in situazioni davvero di forte conflitto. Nel
partito sono sempre esistite tensioni diverse; che però venivano dibattute e
alla fine veniva assunta una posizione unitaria, con grande senso di
disciplina. Questo oggi è diventato non solo difficile da praticarsi, ma
direi addirittura respinto come se non fosse democratico accettare che ci sia
una maggioranza e che questo non infici quelli che sono gli obiettivi comuni.
Tutto ciò è possibile solo quando c'è un programma netto e un'ideologia molto
nitida che oggi è venuta totalmente meno. Mi sembra che il partito dei
diessini stia pagando, con la frammentazione il prezzo dell'abbandono di una
politica di classe». Secondo lei quindi c'è stato un deficit di
ideologia di fronte alle trasformazione del neo-capitalismo. «L'ideologia non è una cosa bloccata una
volta per tutte, ci sono dei principi orientativi, di metodo che danno un
senso per un lungo tempo storico ma poi in concreto si devono assumere
strategie precise che si differenziano a seconda dei tempi e dei luoghi. E'
mancata una analisi che proponesse, al di là di quella che era una sorta di
sconfitta planetaria dei socialismi reali o del socialismo tout court, un
"che fare" contemporaneo. Si è assunto come ideale un riformismo
che è parola ormai accettata da tutti e non caratterizza più niente. Di che
riforma parliamo? La vuole Berlusconi, la vuole Fini, la vuole Veltroni, la
vuole Mastella, tutti vogliono le riforme, ma quali riforme rimane da
decidere. Quelli che erano i punti chiave che una volta si chiamavano
coscienza di classe e che oggi possiamo anche chiamare diversamente sono
stati abbandonati ma non bisogna dimenticare però che le classi esistono
ancora». I Ds spostandosi verso il centro non hanno
guadagnato i voti dei moderati e si sono persi quelli della sinistra. «Veltroni dice che chi spinge verso
sinistra non tiene conto del fatto che la sinistra attuale, comunisti
italiani o Rifondazione, non ha guadagnato consensi. In realtà quello che
bisogna domandarsi è da dove arriva l'astensionismo. Secondo me viene da
quegli elettori di sinistra che vorrebbero ancora riconoscersi in un partito
unitario. Basta andare a qualunque incontro di partito per verificare
l'incapacità dei Ds di raccogliere consenso. L'approvazione di ogni forma di
flessibilità del lavoro, una politica di privatizzazione allargatissima,
l'accettazione della competitività come principio fondante, mi sembra abbiano
messo completamente in ombra quella che è la giustificazione storica del
partito. Resta solo la presa d'atto delle ragioni del mercato globalizzato
nell'età del trionfo del capitalismo. Di fronte alla nuova economia non c'è
oggi una forza politica, e non solo in Italia, in grado di elaborare una
strategia che offra delle resistenze che non siano di puro arroccamento verso
il passato ma nello stesso tempo non siano nemmeno l'accettazione senza
riserve di quello che la realtà ci propone». L'apertura a sinistra è quindi una strada
da seguire per i Ds? «Credo che il partito dovrebbe tener conto
che la cosa più urgente è riacquistare il consenso là dove questo consenso
era nato e giustificato e cioè il mondo del lavoro e soprattutto oggi il
mondo del non lavoro». Non c'è stata, a suo avviso, anche una
carenza leadership, un'assenza degli intellettuali. «Gramsci, per partire da un nostro
classico, quando pensava all'intellettuale organico pensava a un
intellettuale di partito, a un politico che è insieme un intellettuale capace
di diagnosi efficaci, corrette. Non si tratta di un indovino e nemmeno di uno
che sa predire il futuro, non è questo il punto, ma che sa diagnosticare
esattamente in quale presente ci troviamo. E questo è effettivamente venuto
meno. Ma è venuto meno anche la ricerca. Direi che l'ultimo uomo che ha
incarnato questo nel partito è anche l'ultimo comunista in senso storico, è
stato Alessandro Natta» Servirebbe un Gramsci del 2000. «Sì, naturalmente ma il fatto di
desiderarlo non vuole automaticamente dire che lo possiamo trovare». Un ultima domanda che, probabilmente si
sarà sentito rivolgere altre volte, che cosa significa per l'uomo
contemporane essere di sinistra? «La mia risposta non è mai mutata. Quello
che la sinistra o se si vuole il comunismo, il marxismo - io preferisco dire
materialismo storico - rifiutano è che il lavoro sia considerato una merce.
Questo è in qualche modo iscritto nella nostra stessa tanto deprecata
Costituzione, la Repubblica fondata sul lavoro, sul lavoro degli uomini che
si associano e danno origine a una civiltà, organizzano una vita associata,
una vita comune». Giuliano Galletta, “Il secolo XIX”, 11 giugno 2000 |
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