Alessandro Natta

«E' stato l'ultimo comunista. Un vero intellettuale organico, un dirigente che sapeva tenere insieme la politica con un'alta consapevolezza intellettuale. Non mi pare che nella sinistra di oggi esistano personalità neppure lontanamente paragonabili a lui. E mi sembra in qualche modo emblematico che Natta scompaia proprio adesso, a pochi giorni da una storica sconfitta della sinistra che forse, se non si fosse rinunciato alla tradizione che lui rappresentava in modo così completo, si sarebbe potuta evitare. Forse si dice troppo spesso e per troppe persone, ma con la morte di Natta si può davvero dichiarare finita un'epoca».

Edoardo Sanguineti, poeta e intellettuale d'avanguardia, eletto deputato come indipendente nelle liste del Pci nel 1979, conobbe a fondo Alessandro Natta durante le lunghe settimane parlamentari. «Allora la disciplina di partito - spiega - non consentiva assenteismi. Ma ricordo soprattutto le conversazioni in treno, tornando dalla capitale, in cui Natta mi colpì per l'estrema franchezza del discorso e per una grande libertà di giudizio, anche rispetto alle posizioni ufficiali del partito. Una libertà che non aveva nulla di eretico ma in cui coesistavano la capacità di rispettare una linea politica unitaria senza rinunciare in nessun modo alle proprie idee. Un atteggiamento che oggi è difficile persino spiegare».

Il ritratto di Natta disegnato da Sanguineti è squistamente politico e si trasforma in una specie di atto d'accusa contro il partito degli Occhetto, D'Alema, Veltroni «abissalmente diversi da lui, privi di una visione strategica, terrorizzati dall'idea di definirsi comunisti».

«La differenza è tangibile anche nello stile con cui Natta si ritirò dalla vita politica - prosegue Sanguineti - non visse mai la svolta come una sconfitta personale, si comportò in modo estremamente corretto, non polemizzò mai, ma in ogni occasione opportuna ripropose in modo razionale le sua analisi».

«Le ultime due volte che lo incontrai fu in altrettante occasioni pubbliche. La prima per un dibattito su una raccolta di prose di Alfonso Gatto a cui Natta, che era stato grande amico del poeta, aveva scritto la prefazione. La seconda per la presentazione di un libro che raccoglieva gli scritti letterari dello stesso Natta, organizzato nell'ambito di una festa dell'Unità, non molti anni fa. La partecipazione all'incontro fu sorpendentemente scarsa e io ebbi la netta sensazione che la dirigenza del partito avesse come abbandonato Natta, relegandolo in una sede marginale, lontano da quello che una volta si sarebbe chiamato il "popolo comunista" che affollava la festa. Il quella sede il discorso passò rapidamente e naturalmente dalla letteratura alla politica e Natta espresse un punto di vista estremamente sconsolato, negativo, pessimista sul futuro della sinistra che i fatti hanno dimostrato essere più che fondato».

«Natta è stato davvero l'ultimo segetario del partito, se non in senso empirico, sicuramente in senso ideale. Con lui finisce un'epoca di leader politici con una solidità intellettuale, che non vuol dire aver studiato alla Normale o essere uomo di molte letture e di grande cultura ma la capacità di avere una visione strategica davvero europea e mondiale in un'epoca in cui sempre più urgeva la globalizzazione»

«Io mi auguro che la morte di Natta - conclude Sanguineti - possa indurre ad una ulteriore riflessione per capire come è stato possibile, per un partito,  guastarsi in questo modo e possa anche servire da ammonimento per tentare di ricostruire qualcosa che oggi vedo molto sfaldato e debole».

Giuliano Galletta