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Io, librettista antiborghese La coppia Berio-Sanguineti
si situa al centro dello scenario culturale del secondo Novecento italiano e intorno
al suo lavoro si possono misurare le condizioni stesse e i risultati di quel
complesso fenomeno riassumibile sotto la denominazione di Neo-avanguardia.
L'appuntamento di questa sera al Carlo Felice (sindacati permettendo)
risulterà quindi di particolare interesse perché con Passaggio e Laborintus II si dà l'occasione di ascoltare due opere
degli anni Sessanta, in un certo senso già "classiche", se
l'aggettivo potesse applicarsi a Berio e a Sanguineti, ma che manterranno sicuramente intatto tutto
il loro impatto sul pubblico. A Edoardo Sanguineti
abbiamo chiesto di ricordare l'inizio della collaborazione con Berio che risale ormai a quarant'
anni fa. Nel 1956 lei pubblica per i tipi della
piccola casa editrice Magenta, in una collana diretta da Luciano Anceschi, la sua prima opera, "Laborintus". «Erano poesie scritte tra il '51 e il '54 e
fu proprio grazie a quel libro che Luciano Berio si
mise in contatto con me, quando nel '61 era alla ricerca di un librettista,
se vogliamo usare questo termine un po' arcaico, per "Passaggio",
che gli era stata commissionata dalla Scala. Io conoscevo già l'opera di Berio, simpatizzammo subito e ci mettemo
al lavoro fra il '61 e il '62». L'idea di "Laborintus
II" quindi è successiva. «Del '65, quando la radio francese chiede a
Berio un lavoro da mandare in onda in occasione di
una "Giornata Dante". Berio si rivolge a
me per il testo e decide di intitolare l'opera "Laborintus
II", immaginando un ascoltatore che abbia letto il "Laborintus" e considerandoli quindi come un dittico.
L'opera nasce colma di elementi danteschi, ossia frammenti di opere di Dante,
sia in versi che in prosa, sia in latino che in italiano, più o meno
ritagliati e rielaborati a collage. C'è naturalmente qualche verso del mio
vecchio "Laborintus", ma solo pochi
frammenti; l'ultimo passo del testo è invece ricavato da una poesia scritta
nel '63 e che era quindi fuori da "Laborintus"
e costituiva la conclusione del "Purgatorio de l'Inferno", la mia
terza raccolta. In "Laborintus
II" ci sono poi citazioni di Pound, Eliot, lunghi passi di Isidoro di Siviglia che derivano
dalle etimologie e sono genealogie bibliche in latino. Ad esse si aggiungono
brani scritti appositamente all'insegna di questa frase che viene ad un certo
punto gridata "Tutto, tutto, tutto", e che è seguita da lunghi
elenchi, proprio per indicare l'accumulazione di tutte le realtà possibili
dell'universo». Ma qual è il rapporto con l'opera dantesca? «L'occasione permetteva di proporre una certa
immagine di Dante su tre temi. Uno era proprio quello della globalità del
mondo, della sua totalità. Così come Dante aveva voluto racchiudere il mondo
in un poema unitario, anch'io volevo mettere insieme "Tutto, tutto,
tutto". C'era quest'idea di una sorta di
rassegna delle cose del mondo, naturalmente all'opposto di quella dantesca,
perfettamente organizzata, la mia era invece un'enumerazione caotica. Il
secondo punto riguarda la tematica dell'erotica e del sogno, le visioni della
"Vita nuova" e le apparizioni d'amore. Il terzo elemento era invece
di carattere politico: il tema dell'usura, cioè di quello che era allora il
capitalismo nascente, la borghesia comunale, in sostanza i banchieri, contro
i quali Dante scrisse la "Divina Commedia". Il poeta lamenta che la Lupa, cioè
l'avidità di guadagno dell'economia mercantile, che trovava allora in Firenze
il suo centro, porta alla rovina del mondo e infatti egli profetizza
l'avvento del Veltro che deve uccidere la Lupa, liberare il mondo e,
attraverso la restaurazione dell'Impero, riportare l'ordine là dove il
disordine dell'economia del fiorino, il dollaro dell'epoca, aveva portato
rovina e disordine». Come si coniuga la musica di Berio con questo complesso percorso di frammenti
letterari? «La musica sottolinea da un lato questa
sorta di inventario delle cose del mondo, diventa un inventario di tecniche
musicali che si alternano e si incrociano tra loro, dal madrigalismo
antico al jazz; dall'altro sottolinea con violenza il tema del disordine del
mondo». Ricordo un'incisione discografica in cui
anche lei recitava. «Nella prima versione, quella radiofonica,
io ero la voce recitante. Fu un caso; l'attore francese che doveva fare la
parte parlava latino con l'accento di Parigi. Una cosa comica. Berio mi propose di sostituirlo e io risposi "Forse
dopo aver bevuto una bottiglia di whisky" e così avvenne. Al Carlo
Felice la voce recitante sarà quella di mio figlio Federico». Tornando a "Passaggio" ricorda la
famosa recensione di Montale? «Montale non amava affatto la musica
contemporanea, era un amante dell'opera, del melodramma, non amava neppure la
musica da camera o sinfonica. Io quindi mi aspettavo qualcosa di veramente
atroce, di duro, era evidente che lui non aveva amato l'opera di Berio. Invece ne fece una descrizione molto corretta,
senza astio, senza scandalo, registrò il fatto che l'esecuzione era stata
accompagnata dalle reazioni negative del pubblico. In realtà le reazioni
furono molto peggiori di come Montale le descrisse. Il pubblico gridava:
"Ecco gli effetti del centrosinistra". L'opera ha naturalmente un
significato contestativo molto forte,
anticapitalistico, antiborghese. Si capì benissimo benché non ci sia niente
di immediatamente esplicito sul terreno politico; il testo è comunque, pur
nelle sue difficoltà, abbastanza chiaro e la musica non lascia adito a
dubbi». In queste ore si sta decidendo la sorte
della prima del trittico di Berio, messa in
discussione da una protesta sindacale. Che ne pensa? «Non ho elementi certi per giudicare la
situazione e non so quindi di chi siano le responsabilità. Di sicuro
l'annullamento dello spettacolo sarebbe un fatto molto grave di cui qualcuno
dovrà rispondere». Giuliano Galletta, “Il secolo XIX”, 20
marzo 2001 |
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