Giovani poeti leggete

«Giovani poeti, leggete. Leggete tutto quello che è umanamente possibile». Edoardo Sanguineti nella Giornata mondiale della poesia regala un suo inedito al "Secolo XIX" e dispensa qualche consiglio al grande popolo dei poeti.

«Dare consigli è una molto difficile, c'è un bellissimo libro di Rilke. "Lettera a un giovane poeta", dove si dice tutto quello che forse si può dire al riguardo. Io credo che esista non tanto la possibilità di insegnare a scrivere ma quella di insegnare a leggere perché un poeta fa bene se legge molto, se legge tutto quello che è leggibile umanamente parlando, soprattutto se un poeta legge da un lato come è ovvio i classici fondamentali perché sono pure punti di riferimento di una tradizione, e se lo dico io mi si può credere, consolidata, dall'altra lato leggere il più possibile i contemporanei non dico proprio gli ultimissimi però non necessariamente o non soltanto, cercare però si rendersi conto di quello che sta alle spalle. Adesso in particolare finito il Novecento e quindi con un secolo che possiamo valutare in blocco è anche possibile formulare un certo elenco di letture direi obbligate, è inutile dire che da parte mia io consiglierei prima di tutto di leggere i testi delle grandi avanguardie sia per quella che è la parte italiana da un lato l'esperienza futurista dall'altra la nuova avanguardia degli anni Cinquanta e Sessanta dall'altro lato le grandi avanguardie europee, i poeti dell'espressionismo, del dadaismo, del surrealismo credo che questi siano i punti da cui partire. Molto più che da poeti connessi alla tradizione perché anziché leggere un poeta ermetico beh direi a questo punto leggete Leopardi, Dante, Shakespeare, Goethe».

 Fra gli italiani dovendo fare qualche nome?

«Fra i futuristi intesi in senso largo cioè anche coloro che parteciparono e poi se ne allontanarono io darei i primi posti al vecchio Lucini che è una mia grande passione, colui che importò in modo solido e argomentato il verso libero in Italia e portò ai gradi più avanzati al cultura del simbolismo europeo da noi. Aggiungerei subito Govoni e Palazzeschi che attraversarono il futurismo e poi se ne allontanarono, non male leggere Marinetti, ma meglio ancora leggere tra i futuristi relativamente più ortodossi Soffici. Il primo Soffici soprattutto quello di "Simultaneità e chimismi lirici" che secondo me è un gran bel libro. Poi naturalmente c'è un classico come Campana  che mi pare occupi una posizione di grande rilievo. Per uno studioso di letteratura metterei tanti altri nomi per un poeta consiglierei invece di saltare decisamente ai Novissimi, di leggere quella vecchia antologia e quello che i novissimi poi hanno fatto dopo. La cosa può apparire immodesta perché vi sono anch'io ma non per egocentrismo è che effettivamente i novissimi segnarono una svolta nella pratica poetica italiana, si aprirono davvero ad un orizzonte europeo, mondiale. Fuori d'Italia poi ci sono da un lato alcuni classici fondamentali, i primi nomi che mi vengono in mente nel Novecento sono Apollinare, Brecht, Eliot, Pound direi che questi sono dei fari come avrebbe detto Baudelaire da cui non si può prescindere. E poi rimane anche, cosa sempre utile, uno spazio che direi di letture libere. E' bello girare sia nelle librerie che sui banchetti, pescare un po' a caso, vecchi o nuovi libri perché accade di scoprire delle cose interessanti. Tra i poeti degli ultimi, relativamente decenni, post novissimi io vorrei segnalare un poeta genovese dimenticato Vittorio Reta. Reta era un poeta che morì drammaticamente suicida, scrisse un unico libro di versi uscito da Feltrinelli in tempi ormai remoti, direi totalmente dimenticato. Io penso che varrebbe la pena di rileggerlo e mi auguro che la Feltrinelli lo ristampi, purtroppo ormai la Feltrinelli non ha collane di poesia e io sono rimasto l'unico poeta della casa editrice».

 A livello editoriale come vede la situazione?

«La situazione è abbastanza complessa e difficile perché si sa la poesia non vende. Diciamolo schiettamente, bisogna o essere morti o essere vecchissimi per arrivare così a una certa non dico grande tiratura ma insomma si può arrivare almeno a una certa attenzione. Un giovane trova grandissime difficoltà. Anche perché mancano tra l'altro non solo e soltanto delle collane di poesia seguite davvero con una attenzione autentica del pubblico in fondo la grande via di comunicazione rimane quella orale, penso anche a Genova insomma se la poesia ha una certa vita è soprattutto perché ci sono poeti che leggono. Anche i giovani poeti genovesi quelli del gruppo "Altri luoghi" se sono conosciuti non è tanto probabilmente per i libri che pubblicano ma perché facendo letture pubbliche ottengono appunto un pubblico. Così come ha funzionato il Festival di poesia a Palazzo Ducale, la gente li ha seguiti sia poeti italiani che stranieri. E questa è la grande via di comunicazione che oggi esiste  E poi quelle che mancano sono delle riviste. Una volta c'erano riviste letterarie che avevano una certa popolarità, si vendevano in edicola oggi c'è una rivista di poesia che non è male e che si chiama proprio "Poesia" che fa Crocetti però benché diffusa non incide nel senso soprattutto dei giovani poeti. Anche perché onestamente la produzione dei giovani poeti non è strabiliante; ci sono cose degne, direi che sono più interessanti i prosatori oggi come oggi, non molti ma se io devo leggere qualcuno darei la preferenza che so appunto a Scarpa che amo molto, a Nove più interessante certo come prosatore che come poeta. Tutte e due del resto ma per loro l'attività in fondo poetica è marginale. In fondo i cannibali (???) hanno avuto almeno il merito di scuotere un po' le cose trovando una loro strada abbastanza interessante. Questo non vuol dire che manchino poeti di qualche interesse, gli stessi genovesi sono interessanti, Ottonieri sia come poeta che come prosatore ha fatto delle cose degne di attenzione ma in sostanza in fondo anche per lui domina la figura del prosatore sopra quella del poeta. Anche se forse l'ultimo libro non so più se sia si poesia o di prosa».

 La mancanza di scuola di poesia forse è legata ad una certa idea di poesia immagino la tecnica conta qualcosa?

«Conta moltissimo però non esiste oggettivamente una tecnica. Si può insegnare a leggere questo è molto utile. Far sì che qualcuno, non si può dire adesso ti insegno come si fa una poesia e ti do dei suggerimenti di qualunque genere siano, quello che si può è dire prendiamo una poesia di Apollinare o possiamo prendere anche un episodio di Omero e guardiamo con un po' di attenzione come è fatto, come funziona. Questo sì è una cosa utile. La poesia è pur fatta di lettori, di lettori esperti che sanno imparare dall'esperienza di altri che hanno scritto quello che a loro può servire. Il che non vuol dire naturalmente che bisogna stare nel solco di questa o di quella tradizione, si immagini come uomo d'avanguardia , però bisogna sapere, sapere anche non solo ciò che può essere utile in senso positivo, studiare proprio oserei dire, ma anche quello che deve essere rifiutato magari con rispetto dicendo beh si capisce in altri momenti, in altre culture, queste cose avevano un senso adesso però no».

 A livello mondiale quali sono i Paesi che stanno producendo

«E' molto difficile dire, la grande crisi della poesia è una crisi di sovraproduzione, non è che ci siano pochi poeti ce ne sono troppi. E' difficilissimo seguirli, spesso ormai dato che come l'economia anche le cultura si è globalizzata. chi riesce a tener dietro a quello che succede esattamente nella poesia messicana o nella poesia cinese? Credo che i poveretti del Nobel abbiano da sudare sette camice per riuscire a selezionare, scegliere. Allora la situazione, questo mi pare accade dappertutto, proprio per questa sovraproduzione la selezione, la possibilità di indicare delle scuole, dei gruppi o delle figure rilevanti è molto complessa proprio perché troppa è l'informazione che si potrebbe avere, il ruolo dei traduttori è diventato decisivo, evidentemente, come faccio a sapere cosa si scrive in India eppure è interessante oggi saperlo. E' interessante sapere che cosa si scrive evidentemente in California, qualcosa arriva qualcosa no. Che cosa sia bene che arrivi e che cosa poi invece è superfluo è sempre più arduo da decidersi. E questo complica le cose, nello stesso tempo però è anche stimolante proprio perché l'avventura diventando più complicata e per certi riguardi più rischiosa ha anche una dimensione più gustosa, più dilettevole».

Giuliano Galletta, “Il secolo XIX”, 23 marzo 2001