Fatima, un segreto troppo annunciato

Che impressione le ha fatto l'esplosione sui media della rivelazione del terzo segreto di Fatima. Come la interpreta?

«Devo premettere che, non essendo credente, la vicenda mi interessa come evento sociale ma non mi coinvolge come potrebbe accadere ad un cattolico. L'attesa, come tutti sanno, è stata lunghissima. Il segreto, con o senza virgolette, è stato trascinato per tutti questi anni, alimentando un'aspettativa enorme. Quando poi questa comunicazione è avvenuta, molti hanno parlato di delusione, mi pare lo stesso Ratzinger. Tutto ciò ha creato di fatto, inconfessatamente, una contraddizione tra l'enorme apparato d'attesa, e anche una calcolata pubblicità, e la rivelazione. Contraddizione difficile da conciliare. Mi pare che tutti, credenti e non, abbiano messo in rilievo questo elemento, tanto che molti hanno parlato di flop. L'attesa era ovviamente collegata alla segretezza che nel tempo aveva stimolato tutte le possibili fantasie, soprattuto apocalittiche. Quello che, in realtà, è venuto fuori è la visione un po' vaga di un pontefice, perché questo pare assodato, lo stesso papa avrebbe accettato l'identificazione nel famoso vescovo che muore. Ma il papa non è morto e quindi si rende necessario un supplemento di miracolo. Il tutto viene risolto con l'idea che il futuro non è deciso una volta per tutte. E va bene. Ma nella visione certamente non c'è nessuna esortazione a impegnarsi perché il fatto non accada. La predizione è data veramente come la visione anticipata di un evento. Certamente la teologia è sottile e complessa e il credente potrà trovare in essa indicazioni che arginano la delusione e saldano, o tentano di saldare, l'evidente discrepanza. Chi non partecipa di queste premesse religiose vede però difficoltà in qualche modo insormontabili».

In una società sempre più secolarizzata come è spiegabile, secondo lei, questa passione, questo interesse, anche da parte dei laici, per una religiosità dai contorni misteriosi e miracolistici.

«Non dico niente di originale, ma è vero che siamo di fronte ad una società che per un verso si presenta estremamente laica, razionale, efficientistica e quindi spregiudicata mentre dall'altro lato, anche negli ambienti intellettuali, è altrettanto sensibile a una sfera di dimensioni spirituali, mistiche, soprannaturali o magiche, fatta di new age, ansia di oroscopi, misticismi all'orientale. La Chiesa cerca in ogni modo di riportare queste pulsioni nella sfera del suo controllo».

Quindi secondo lei la Chiesa ha un atteggiamento in un certo senso ambiguo, nella misura in cui sfrutta questo desiderio di sacro.

«Più che sfruttarlo direi che si trova in una posizione concorrenziale rispetto ad altri credi. E la concorrenza si può fare soltanto in due modi, o impegnandosi veramente in una battaglia che abbandoni tutto l'aspetto miracoloso inferiore, promuovendo quindi un atteggiamento di controllo razionale che punti sulle verità tradizionali di fede e non vada oltre. Oppure, in alternativa, cercare veramente di competere su quel terreno del misticismo popolare, della voglia di miracolo, sfiorando i limiti della superstizione. Questa seconda via a me appare abbastanza pericolosa, non tanto dal punto di vista del credente, ma da quello del clima psichico generale».

In questo contesto come si inserisce la politica di apertura alle altre fedi attuata da Wojtyla.

«Il pontefice ha in effetti insistito molto ultimamente sopra una apertura fraterna verso le altre religioni per far fronte, credo, a un mondo sempre più laico opponendo i valori spirituali comuni, per lo meno alle religioni monoteistiche. Quindi una politica molto diversa verso i protestanti, i greco-ortodossi e anche nei confronti degli ebrei. Questo comportamento però è ancora una volta contraddittorio perchè coesiste con con un'insistenza sopra temi, come quello mariano, che sono così tipicamente cattolici. E' una posizione che per un verso si arrocca su temi e che rendono limitato il raggio di consenso di una Chiesa che contemporaneamente vuole dimostrarsi aperta, conciliante. Queste difficoltà mi sembra che vengano man mano aumentando e l'anno giubilare, anziché rappresentare un'occasione per far chiarezza su queste linee di pensiero e di politica, ha accelerato i processi di contraddizione. A fianco di questi elementi c'è poi l'ambizione, che complica ulteriormente le cose, di porre al centro di tutta l'esperienza di questo secolo, una sorta di esperienza di martirio della Chiesa. Al culmine del quale ci sarebbe il martirio, sia pure miracolosamente evitato, di questo pontefice. Una tesi che francamente mi pare arduo condividere. Pensare che l'evento centrale del '900 sia la persecuzione della Chiesa mi sembra estremamente deformante. Il passato ha visto davvero, in duemila anni di cristianesimo, veri momenti di martirio, di persecuzione, di lotte; non vedo come il secolo che ci siamo lasciati alle spalle possa essere visto alla luce di una alternativa Chiesa o no. O peggio ancora cattolicesimo o no.»

La Chiesa martire soprattuto del comunismo. è la chiave di lettura offerta recentemente proprio sul "Secolo XIX" da Gianni Baget Bozzo.

«Il che mi sembra veramente sproporzionato, una lettura totalmente di parte»

Cattolico-centrica.

«Ecclesio-centrica o meglio pontefico-centrica. Basti pensare alla rivoluzione francese, alle lotte contro l'istituzione ecclesiastica o quello che la stessa borghesia italiana aveva fatto disinvoltamente di fronte ai beni ecclesiastici, agli ordini religiosi. Vorrei poi ricordare che l'alternativa al comunismo non è stata la Chiesa, ma il capitalismo.

Questo il papa non lo ignora, perché buona parte della sua politica, dopo la caduta del comunismo, è stata di critica del capitalismo. Wojtyla ha parlato contro la mistica del profitto, la concorrenza spietata, l'indifferenza di fronte all'immiserimento del mondo. Se il compito della Chiesa doveva essere risolto con l'abbattimento del comunismo sarebbe storicamente esaurito».

Evidentemente in Baget Bozzo c'è stato un uso politico diretto della vicenda del segreto di Fatima.

«Quello che è impressionante è che in questo tipo di interpretazione si metta totalmente in ombra il ruolo del nazismo. Se la Chiesa ha una prospettiva genericamente umana, se tutti gli uomini sono figli di Dio, dovremmo semmai parlare dell'Olocausto, della persecuzione che ha subito il popolo e la cultura ebraica, si abbattevano sinagoghe, si bruciavano ebrei. Nessuno può dimenticarlo».

Giuliano Galletta, “Il secolo XIX”, 2 luglio 2000