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il chierico organico |
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Chi è il "chierico organico" e
perché ha scelto questo titolo per il suo nuovo libro? «È il titolo del saggio che apre il volume
e vuole essere, in qualche modo, programmatico. Il mio interesse per la
letteratura è sempre stato guidato dall'attenzione al ruolo sociale
dell'intellettuale, dello scrittore. La mia scelta è naturalmente già una
dichiarazione di ordine gramsciano. A partire però da un'idea di Gramsci che,
a mio giudizio, è stata spesso utilizzata impropriamente. Per intellettuale
organico, contrapposto all'intellettuale tradizionale s'intendeva, il che
storicamente è anche legittimo, lo scrittore legato al proletariato in
opposizione allo scrittore tradizionale che rappresenta i valori borghesi.
Per Gramsci, in realtà, la questione centrale è quella dell'autonomia
dell'intellettuale; l'intellettuale borghese spesso crede di essere autonomo,
di non essere al servizio di alcuna idea. Un'illusione che oggi assume la
formula spiccia della "morte delle ideologie". Quel che aveva in
mente, metodologicamente, Gramsci era che ogni intellettuale è militante;
organicamente legato a un gruppo sociale, rappresenta sempre, magari incosciamente,
un certo orizzonte di interessi; senza per questo pensare necessariamente a
una posizione partitica. Se ci si interroga, ad esempio, su chi era
Alessandro Manzoni, si scopre che era un intellettuale organico a un'idea di
liberalismo cattolico, di democrazia borghese. Un contesto che spiega bene
perché ha scritto quel che ha scritto, anche nei minimi dettagli del suo
romanzo, delle sue poesie, delle sue tragedie. Questa impostazione teorica
vale come premessa generale per il lettore del mio libro. Perché anche se non
esplicitamente dichiarata, costituisce lo sfondo del mio lavoro, persino
quando mi occupo di un piccolo problema di stile». Mi sembra che il suo libro componga una
sorta di disegno delle tipologie del letterato italiano. C'è anche un saggio
dedicato a Montale. Esiste una linea Gozzano-Montale-Sanguineti?. «Direi di no. Devo confessare, con tutto
il riguardo nei confronti di Montale, che la mia posizione è di distacco,
come di fronte a gran parte del nostro Novecento. Montale è un poeta molto
lontano da qualsiasi simpatia verso le avanguardie. Io sono invece molto
legato alle avanguardie, sia a quelle storiche che alle cosidette
neoavanguardie, cui ho cercato per la mia parte di dare un contributo.
Montale certamente è una figura interessante, rilevante, ma mi è più facile
segnare le distanze, mi sono sempre trovato in antitesi con lui. Un'antitesi
che riguarda per un verso le strategie del linguaggio e per l'altro quelle
ideologiche. Montale è tipicamente uno scrittore borghese. Nel mio saggio
metto in luce l'importanza che aveva in Montale il suo modo di
autopresentarsi e di rappresentarsi come una figura di "inetto",
vitalmente debole. Curiosamente Montale ha una simpatia per due grandi
autori, sui quali si è soffermato molto più a lungo che con altri, Svevo e
Gozzano. Sia Svevo che Gozzano, ai suoi occhi, apparivano come figure di
"inetti" o di scrittori che sull'immagine dell'inetto avevano
lavorato. Soprattutto valeva per loro l'idea dell'intellettuale come uomo non
pratico, il sognatore incapace di affrontare la lotta per la vita,
darwinisticamente intesa come battaglia di tutti contro tutti. Difficoltà che
Montale aveva sofferto anche in parte, se vogliamo osare una noterella
psicologica, esistenzialmente. Lui che era stato spinto verso studi che
badassero alla concretezza dell'esperienza, lui uomo di lettere, con una
vocazione invece chiaramente di tipo artistico, non poteva non sentirsi
diverso da un ambiente segnato da quella che oggi si potrebbe chiamare
concorrenzialità». Quella che lei ha definito la "linea
crepuscolare" della poesia italiana del '900 sarebbe caratterizzata da
una sorta di "vergogna della poesia"? «Esattamente. Cosa che esiste anche in
Montale, soprattutto nell'ultimo Montale. Questo ironizzare sopra la propria
posizione di poeta, questo guardarsi con distacco, fa parte un poco di questo
imbarazzo, il famoso verso "ciò che non siamo ciò che non vogliamo, è
quello che oggi si può dire" diventa più chiaro se lo si guarda, non
solo e non tanto come una sorte di via negativa e di attitudine, primato del
"non" rispetto all'essere, ma in questa luce di chi non è, non sa
essere e non sa volere adeguatamente rispetto alla domanda del mondo, che è
un mondo pratico, concreto». Nel suo libro lei affronta una figura
capitale della tradizione letteraria italiana: Alessandro Manzoni. «È una specie di bilancio e l'ho
intitolato "Esame di coscienza di un lettore di Manzoni", in cui
tento un ritratto sintetico della vicenda manzoniana, tenendo conto del ruolo
che Manzoni ha avuto come formatore della coscienza linguistica, culturale e
ideologica degli italiani, autore ufficialissimo per eccellenza, nella scuola
e ovunque». Lei una volta disse che era giunta l'ora
di smettere di leggere Manzoni. «Sì, credo che quel ruolo centralmente formativo
non possa essere più opportunamente tenuto da Manzoni e del resto questo
ridimensionamento in parte è avvenuto. Intanto perché c'è una distanza
storica crescente, indipendentemente da una questione di grandezza. Insomma
occorre un paesaggio più largo anche se continuo ad essere dell'opinione che,
in questi tempi di autonomia scolastica che ha aspetti preoccupanti, resti
molto importante che gli italiani si formino su un certo numero, magari
ristretto, di testi obbligati. Dopo che faticosamente siamo riusciti, bene o
male, a diventare italiani oggi siamo minacciati da mille spinte
municipalistiche, regionalistiche, particolaristiche. Quindi che il giovane
siciliano abbia una comunità di letture con il giovane piemontese o veneto o
sardo mi pare decisivo. Stabilito questo si potrà poi cominciare a discutere
se questa comunità possa essere rappresentata da Manzoni o da altri autori.
Nel caso di Manzoni mi interessava poi molto tentare una spiegazione di
quest'uomo che, a un certo punto, abbandona la poesia fondamentalmente per
dedicarsi alla prosa, vuole sliricizzarsi e poi finalmente in qualche modo
dichiara la propria insoddisfazione in generale di fronte alla letteratura.
Questo mi appariva anche appassionante come atteggiamento, quello di uno
scrittore che per il suo rigorismo di ordine morale, il suo amore per il
"vero" religioso e storico giudica in qualche modo corrompitore
l'abuso della fantasia, dell'invenzione, quindi della letteratura, nel senso
comune della parola, come luogo per eccellenza dell'invenzione». Un atteggiamento quasi novecentesco. «Sì, è un fenomeno interessante che va al
di là della piscologia della persona e diventa sintomo storico. Allo stesso
modo, ma per tutt'altre ragioni, mi interessava molto Leopardi». Anche lui sottoposto ad una analisi
ideologica, in particolare in rapporto alla Rivoluzione Francese. «A me è parso che questo punto fosse
decisivo per capire Leopardi e per dirla anche qui con uno slogan ero tentato
di proporre l'immagine di un "Leopardi reazionario". Sono infatti
convinto che Leopardi fosse veramente e radicalmente antiborghese,
affascinato ma soprattutto inorridito dal fenomeno della Rivoluzione. È il
primo che vede l'avvento della borghesia come svolta radicale nella storia
del mondo, senza possibilità alcuna di confronto con le svolte precedenti, è
il primo che vede il nascere della cultura di massa, il primo che introduce,
soprattutto in Italia, l'idea che ormai l'individuo deve cedere il passo alle
masse. Il pessimismo leopardiano è prima di tutto il pessimismo storico di un
uomo che fino in fondo rimane conte, che si sente un nobile, profondamente
disgustato dell'avvento del mondo borghese, che ironizza sopra i giornali, le
enciclopedie, le statistiche, tutto quello che il mondo moderno produce. Ne
nasce una possibilità di lettura molto diversa da quella usuale, di un
Leopardi cosmicamente disgustato della natura e del mondo; elemento che pure
evidentemente esiste, ma che ha una radice storica molto determinata che, per
dirla crudelmente, è poi una radice di classe. Leopardi non dimentica mai di
essere un nobile e come tale si comporta. C'è la famosa leggenda che vede il
padre come l'ultimo aristocratico, il vero reazionario. Secondo me il figlio
era più reazionario del padre, pur nel contrasto psicologico con lui». Giuliano Galletta, “Il secoloXIX”, 14
settembre 2000 |
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