EDOARDO SANGUINETI: LAVITA è TRADUZIONE

 

Doveva essere una dotta lectio del Sanguineti traduttore dei classici greci e latini e invece si è trasformata in una conversazione davvero magistralis sul senso stesso di quello che intendiamo per trasmissione culturale, ovvero, in ultima analisi, la cultura stessa. D’altra parte Edoardo Sanguineti, uno dei massimi intellettuali italiani, non si sottrae mai al suo impegno di occuparsi dell’essenziale.

Lo ha fatto anche alla Fiera del Libro di Torino partendo dal tema, apparentemente specialistico della traduzione, e per giunta dei classici, che gli era stato affidato. Sanguineti ha aperto la sua riflessione proprio partendo dal concetto di classico da sempre al centro di infinite polemiche. «Se chiedessimo a qualcuno a bruciapelo che cosa è un classico» ha spiegato Sanguineti «ci sentiremmo rispondere: gli autori greci e latini. Vorrei azzardare: dicesi classico un testo che viene tradotto. Questa definizione apre due prospettive contrastanti, il testo è tradotto perché è classico, ma all’opposto è classico perché tradotto». «Nel 1979 partecipai ad un convegno» prosegue Sanguineti «che poneva il problema “i Greci sono nostri contemporanei?”. All’epoca rispondevo che, se lo sono, è tutto merito, o colpa, dei traduttori. Alla fatidica domanda, “chi parla?” bisogna rispondere, chi parla è il traduttore. Se assistiamo a una rappresentazione delle Baccanti di Euripide non ascoltiamo Euripide ma il traduttore di Euripide. Il traduttore, come già sapeva Leopardi – il quale sosteneva che ogni traduzione è un’imitazione – è peggio di un traditore, è un simulatore, parla in maschera. Traducendo un classico, ma in generale traducendo, io traduttore fingo che sia un altro a parlare ma, in realtà, dico quello che voglio e questo mi riesce più facile perché opero clandestinamente».

Ma ad un certo punto Sanguineti si spinge più in là nel suo ragionamento,  lanciando un sorta di provocazione, non essendo, a suo giudizio,  «solo del poeta il “destare meraviglia”» ma anche del professore, attore sul palcoscenico di «questo strano mestiere che è insegnare, qualsiasi tipo di  lectio si tenti di fare e afferma «solennemente» che «al mondo non c’è altro che traduzione».Affermazione che il poeta rivendica nella sua assolutezza che è anche metodologica, nel senso che «risolvere il mondo in una parola è cosa che mi piace».

Questa parola d’ordine ha, per Sanguineti un doppio significato: letterario ed esistenziale. Su questo secondo fronte spiega Sanguineti: «Voi che mi ascoltate in questo momento mi state traducendo, ciascuno coi propri codici. Qualcuno è qui presente, ma pensa ai casi suoi, si addormenta, conversa con il vicino, però avrà un inconscio e con questo inconscio mi subisce, non mi tradurrà subito ma prima o poi. Anch’io vi traduco, traduco i vostri  volti, l’abbigliamento, i gesti. A questo mondo quindi non c’è che traduzione e, per dirla in modo più affabile, a questo mondo non c’è che interpretazione. È evidente, perciò, che io proclamo e ostento un radicale relativismo. Ognuno traduce e interpreta a modo suo, ma questo relativismo non si perde in un soggettivismo babelico perché non siamo monadi, ma individui continuamente immersi in uno scambio di codici. Anch’io ora, mentre leggo i miei appunti, mi sto traducendo, interpreto quello che ho detto e nel farlo sono già un’altra persona. Nella vita quindi non c’è che travestimento, come volevasi dimostrare». “Il Secolo XIX”, 11/05/2008