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Michael Dummett, il filosofo e la guerra. |
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Michael Dummett è uno dei maggiori filosofi inglesi
contemporanei. Settantasei anni, professore emerito del New College di
Oxford, i suoi studi hanno rappresentato una svolta nella storia della
filosofia analitica. Dummett appartiene a quella tradizione anglosassone - il
cui nume tutelare è Bertrand Russell - che riesce a coniugare il rigore del
pensiero scientifico con un impegno civile radicale, appassionato quanto
razionale. Per il suo impegno contro il razzismo il filosofo è stato anche
nominato baronetto dalla regina Elisabetta. Dummett in questi giorni è a
Genova su invito del dipartimento di Filosofia dell'università :ieri ha
presentato il suo libro "La natura e il futuro della filosofia"
(edizioni Il melangolo) e oggi terrà un seminario sul problema della verità.
“Il Secolo XIX” lo ha intervistato sui temi drammatici dell'attualità
internazionale che Dummett ha affrontato con la lucida libertà del grande
pensatore. L'11 settembre eravamo a casa e uno dei nostri figli ci
ha telefonato per dirci di guardare la tv. Ricordo in particolare la forma
del jet che si andava a schiantare contro la seconda torre. Una giornata
terribile. Professore, ritiene che i bombardamenti sull'Afghanistan
siano la soluzione più efficace per combattere il terrorismo? Il presidente Bush ha detto che questa è una guerra
contro il terrorismo. Non è vero. E' una guerra contro un particolare tipo di
terrorismo, quello islamico. Ad esempio non è una guerra contro il terrorismo
basco o l'Eta. La maggioranza dei baschi sono contro il terrorismo e allo
stesso tempo non si sentono perseguitati dal governo spagnolo, che offre loro
un ampio margine di autonomia e risorse finanziarie; anche molti musulmani
sono contro il terrorismo, ma non hanno un atteggiamento altrettanto positivo
nei confronti del governo degli Stati Uniti. In particolare questa guerra non
è una guerra contro il tipo di terrorismo di Stato che Israele pratica contro
i palestinesi. Gli Usa vogliono fermarlo ma non sono in guerra contro di
esso. E' essenziale fermare la violenza sviluppata in risposta all'assassinio
del ministro israeliano. Questo tipo di guerra non può essere comunque
definita come una guerra contro il terrorismo in generale. Lei è cattolico. Come valuta la posizione del Papa sulla
crisi internazionale? Ammiro davvero molto la posizione del Papa; egli ha
forte il desiderio della pace tra diverse religioni e ha fatto per questo più
di ogni altro rappresentante della cristianità prima di lui. Approvo le sue
azioni e non credo che il bombardamento dell'Afghanistan sia il modo migliore
di porre fine al terrorismo. In questo seguo i suggerimenti del Papa e i suoi
richiami alla pace. Non penso che gli americani e gli inglesi cattureranno
mai Bin Laden, e se lo facessero e lo uccidessero, o lo portassero in
giudizio in Usa, egli diverrebbe un martire agli occhi di molte persone, e
questa è una possibilità ben peggiore. Si è sbagliato a non accettare
l'offerta dei talebani di consegnare Bin Laden a un paese terzo. Non voglio
difendere i taliban per nulla; è un governo orribile. Ma penso che quando in
una guerra si riceve un'offerta di questo tipo ci si dovrebbe fermare almeno
a discutere, per vedere se è possibile arrivare a un accordo. Bin Laden
inoltre non potrebbe essere giudicato negli Usa, non sarebbe un processo
corretto. Credo che una corte internazionale sarebbe la soluzione migliore. Molti osservatori interpretano la crisi internazionale
come una vera "guerra santa", uno scontro fra la civiltà
occidentale e l'Islam. Che ne pensa? Non penso che siamo impegnati in una guerra con l'Islam
o in uno scontro di civiltà. Non credo veramente che vi siano due civiltà: la
storia dell'Islam è strettamente intrecciata con il mondo occidentale
cristiano (anche se a scuola non si insegna così, eppure si dovrebbe). Ma è
vero che molto prima dell'11 settembre, molti musulmani pensavano che il
moderno Occidente cristiano e secolarizzato opprimesse i paesi musulmani.
Così, dal loro punto di vista, sembra ci sia qualcosa come uno scontro di
civiltà. I paesi occidentali, e lo stesso Bush, tentano fortemente di non
presentarsi come impegnati in una guerra di civiltà, ma è difficile per i
musulmani non pensare che questo sia in parte vero. Anche l'Islam però è diviso al suo interno. E' vero che l'Islam è diviso e vi sono lotte tra sette:
in Afghanistan i talebani - che sono sunniti - hanno perseguitato i musulmani
sciiti. In Pakistan alcuni gruppi musulmani - in particolare gli Ahmediyya-
sono stati perseguitati. Ho contatti con musulmani Ahmediyya in Inghilterra,
che sono certamente veri musulmani, e sono molto amareggiati per le
persecuzioni in Pakistan. In che modo ritiene che l'attuale situazione possa
influire in Inghilterra e in Europa sul processo di integrazione degli
immigrati? Sia in Inghilterra che in Usa alcune minoranze di
stupidi con l'odio nel cuore vivono la situazione di oggi come una guerra
contro l'Islam e attaccano i musulmani. E' molto importante abbassare il
livello di tensione e bloccare questo tipo di reazioni. Ma non è solo
questione di reazioni individuali; non so molto degli USA, ma l'Inghilterra
continua a rifiutare l'ingresso a molti rifugiati afghani. Il governo inglese
ha una lista di gruppi che devono essere respinti e questa lista consiste
soprattutto di persone che hanno maggiore probabilità di essere perseguitate:
zingari Rom, afgani, tamil e somali. Con i bombardamenti stiamo creando una
gran numero di rifugiati e allo stesso tempo li respingiamo. Questa è una
contraddizione intollerabile. Quale pensa possa essere il ruolo degli intellettuali in
questi momenti di scontro? Il ruolo degli intellettuali dovrebbe essere quello di
fare un passo indietro rispetto alla situazione immediata, riflettere sul
contesto e sulle conseguenze e tentare di persuadere il pubblico - se ne
hanno l'opportunità - della giusta strada da seguire. In Francia e in Italia
- e forse in Germania - gli intellettuali sono più rispettati e hanno maggior
influenza che in Inghilterra o in Usa; quello che dovrebbero fare è essere
capaci di assumere una visione ampia e non reagire giorno per giorno. Di fronte ai fondamentalismi passati e presenti, quale
crede debba essere il rapporto della religione con la filosofia e con la
politica? Penso che il termine "fondamentalismo" abbia
diverse applicazioni in diverse religioni, ma si può dire che ciò che
accomuna i diversi fondamentalismi (incluso il fondamentalismo cristiano in
Usa): è il rifiuto di avere relazioni con il mondo moderno, che sta fuori
della religione. Il fondamentalismo musulmano non accetta rapporti con il
mondo non musulmano come nel passato avevano invece accettato i conquistatori
musulmani con i cristiani e ebrei. Se si definisce il fondamentalismo come
l'ho appena definito, è certo che il lavoro dei capi religiosi deve
consistere nel mostrare ai credenti come adattarsi al contesto politico,
intellettuale e anche filosofico del posto in cui vivono, invece che avere
solo atteggiamenti di rifiuto. E questo è il compito proprio dei capi
religiosi di qualsiasi religione, siano essi cristiani, musulmani o indù. Giuliano Galletta, 2001 |