Piergiorgio Colombara, ORLIQUIA
Galleria Il Poliedro – Genova, Marzo-Aprile 2005
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Ahimè. Sono come l'occhio che vede quello che vede. Il suo
più piccolo movimento trasforma il muro in nubi, la nube in orologio,
l'orologio in lettere parlanti. Forse è questa la mia
specializzazione, la mia specializzazione è la mia mente. Essa si conosce come voi conoscete. Voi, la
famiglia dei fedeli, voi, le anomalie della coniugazione dorica e voi la
teoria delle forme quadratiche. Paul Valery In assenza di anime, Piergiorgio Colombara si occupa di cose e,
più recentemente, anche di corpi, ovvero dei loro simulacri -
abbigliamenti e armature - che alla fine risultano pur sempre l'essenziale. Così operando, con invidiabile solitudine e metafisica gentilezza,
egli ci fornisce più dosi di verità di quante ne
renda abitualmente disponibile il cosidetto
sistema della comunicazione, cioè il complesso della vita corrente. Questa
constatazione, che non necessita di particolari
qualità ermeneutiche ma solo di uno sguardo non troppo offuscato dal dereale, può
servire come osservazione preliminare a un' opera complessa e stratificata
che presuppone un lungo lavoro sul linguaggio della scultura che Colombara ha saputo rivitalizzare come pochi altri.
Allo sguardo del semplice spettatore (ancorché affezionato), come è chi scrive, e non quindi del critico di professione
o dello storico dell'arte, il punto di partenza del lavoro di Colombara è una precisa idea
dell'oggetto che si va consolidando in una costellazione di artisti (basti
citare Claudio Costa), a metà degli anni Settanta e che, semplificando molto,
si potrebbe definire "antropologica", non soltanto nel senso di un
recupero di ritualità che si ricollega a società organiche, utilizzate
come pietra di paragone metaforica della contemporaneità, ma come sviluppo
creativo del concetto di "valore-segno" elaborato da Jean Baudrillard
nel campo dell'economia politica e della filosofia: nella società dei consumi
"il carattere di feticcio della merce" prevale e il contenuto
simbolico delle cose, in una dimensione che è però assolutamente
secolarizzata, assume una nuova centralità, come avevano già visto bene le
avanguardie storiche. Colombara
si situa in questo contesto in modo originale e
autonomo, spostando i piani del discorso e imponendo una poetica che, sin dai
suoi esordi, risulta tanto coerente e omogenea quanto leggera e quasi
impercettibile. L'immaginario di Colombara
si caratterizza per la capacità di produrre forme del tutto
sconosciute e al tempo stesso famigliari, sculture che sembrano
oggetti d'uso, ma di un uso primordiale di cui è come avessimo smarrito il
ricordo, messaggeri innocenti di quello che Freud ha chiamato il perturbante. Uno dei modelli fondanti di questa pratica estetica è lo
strumento musicale che Colombara
destruttura con un attenzione sistematica che svela un'autentica passione.
I suoi sono strumenti muti che certamente segnalano una mancanza,
un'impossibilità, un vuoto, ma che al tempo stesso racchiudono una forza, una
potenzialità, una speranza di superamento della soglia del
silenzio. Lo stesso avviene nelle innumerevoli altre forme che
abitano la fucina mentale di Colombara,
il suo laboratorio alchemico; ampolle reduci da un esperimento fallito,
turiboli di un culto senza dei, urne senza ceneri,
macchine a vapore senza vapore, forni senza pane, monumenti senza eroi, ex
voto per miracoli mai avvenuti, gabbie pronte ad accogliere usignoli fuggiti
dal paradiso, rastrelliere per sognatori, gioielli per ciclopi, vele di
bronzo, navi instancabili, schiacciasassi per faraoni. Oggetti impensabili,
che nel momento stesso in cui fuoriescono dalla fabbrica colombariana noi riconosciamo
però come indispensabili. Il procedimento creativo, infatti, prima desacralizza l'oggetto
e poi lo risacralizza
con un effetto che, senza addentrarci in complicate dimostrazioni,
potremmo definire senz'altro Bellezza. Il lievito di questa sublime
gastronomia è la memoria. Intesa però nel suo senso più
profondo che non è solo quello del ricordare ma quello del creare, la
memoria quindi non come fonte ma come fine. Utilizzando
l'inesauribile archivio della memoria che è (ed è meglio che sia) un
disordinato magazzino di idee, persone, passioni,
terrori il fabbro Colombara
ci restituisce un'identità, instabile, zoppicante, frammentaria e proprio per
questo tanto più funzionale, adatta ai tempi. Un'identità che è sua,
ma un po' anche nostra. Giuliano Galletta |
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