CAMeC, La Spezia, 6 ottobre-11 novembre 2007

Giuliano Galletta

hotel de l’avenir

 

Presentazione

Bruno Corà

L’inedito progetto dell’opera multimediale Hotel de l’avenir concepito e realizzato da Giuliano Galletta appositamente per il grande vano-scala del CAMeC investe nuovamente, dopo le opere di Tinguely che la inaugurarono, questa particolare volumetria del Centro. E Galletta lo fa con intelligenza, con qualità e piglio provocatoriamente attraente, poiché consente a ognuno di lasciarsi coinvolgere dalla sua azione attraverso un collage di emblemi, in parte già sedimentati nell’immaginario collettivo, in parte tuttora vivi. Si potrebbe dire che la formula plastica di questo lavoro derivi dalla militanza esercitata da Galletta nel mondo delle arti, della poesia visiva, quanto in quello dell’informazione e della comunicazione. A ben guardare quegli ‘emblemi’ da lui messi in gioco, tuttavia, si comprende che essi emergono da una intensa stratigrafia culturale indicativa dello spessore performativo a cui Galletta fa riferimento nel suo lavoro. Echi dell’estetica che distinse la stagione e le poetiche dell’Internazionale situazionista nella concezione dei messaggi; travasi di una narratività visiva definitasi artisticamente durante l’esperienza dei movimenti giovanili internazionali negli anni ‘67-‘68; riverberi delle proteiformi vite del teatro europeo majakovskiano, piscatoriano brechtiano, beckettiano, kantoriano, ma anche della surrealtà, della crudeltà, della nuova oggettività,  fino al teatro immagine degli anni Settanta e oltre. Di tutto ciò si è alimentata la ‘mise en image’ progettata da Galletta, non senza essere pervenuto a un proprio asciutto linguaggio, che è fatto di fotografia storica, ma anche di manipolazione sensazionale di essa, di mitologia massmediale, di slogan o testi lapidari di autori quasi sempre ‘fondamentali’, di monitor accesi con programmi banali o cruciali, di storie personali raccontate con lessico immediato o confidenziale, talvolta venato di impredicata malinconia. C’è molto altro o, in taluni casi, molto meno, ma per amore di essenzialità, onde arrivare all’enunciato spaziale di un set in cui l’azione che si deve compiere manca e al suo posto però si osserva la protesi di ciò che la suggerisce attraverso apparati ed elementi scenici in procinto di dover essere usati o, si ipotizza, appena dopo il loro impiego.

Hotel de l’avenir di Galletti è come il tuffo di Yves Klein nell’immaterialità presente-futuro-passato di un tempo-spazio anticipato o, come avrebbe detto Agnetti, “dimenticato a memoria”; è il sito possibile dove rileggere l’oblio e i rinvii di Blanchot, del suo livre à venir, tautologia letterariamente praticata di un’opera assente ma ugualmente nominata ed evocata. Per tante ragioni, Hotel de l’avenir è un atto unico vertiginoso, soprattutto per il visitatore che lo voglia cogliere a vari livelli…!

Prima dell’episodio preparato per il CAMeC, quello dedicato da Galletta “a casa Jorn” ad Albisola non era meno eloquente nelle intenzioni di fare della propria arte un detonatore atto a far esplodere una memoria mai rassegnata o sopita. Anche allora, nella primavera di quest’anno, il tempo, l’ambiente di Jorn sono divenuti protagonisti di un risveglio voluto da Galletta insieme a ciò che di quell’artista e di quanto ha rappresentato nell’arte e nella cultura europea potesse rivivere attraverso il proprio intervento suscitatore.

Non sta a me, in questa occasione, addentrarmi in una lettura critica più di quanto basti a motivare e rivendicare la presenza dell’opera di Galletta nel percorso culturale del CAMeC. Una cosa sento di poter affermare senza tema di smentita: Galletta sa impiegare i mezzi della visualità e quelli del messaggio verbale con un’efficacia critica non trascurabile. Dopo John Heartfield, dopo Klaus Staeck, dopo Barbara Krüger egli ha trovato la propria frequenza trasmittente, impegnata, incisiva e toccante. Altri validi prefatori della sua opera in questa pubblicazione ne giustificano con calzanti argomenti le valenze distintive e indubbiamente interessanti. Una presenza preziosa quella di Galletta, attiva nella scena operativa ligure, un autore il cui respiro non solo valica il luogo di provenienza e di accoglimento, ma ritengo che sia pronto ad affrontare altre sedi di raggio internazionale per la forte vocazione spettacolare e comunicativa.

 

 

 

Hotel de l’Avenir: futuro anteriore tra metafisica e neuroscienze

Riccardo Manzotti

 

Non c’è una divisione netta tra il presente e il passato, tra la percezione e la memoria.

James J. Gibson, Un approccio ecologico alla percezione, 1979

Voltaire racconta che il giovane Candido stava camminando su una desolata e abbandonata distesa di sabbia; mentre si guardava intorno, ecco un frammento di pietra emergere dal terreno. Si avvicina e vede che si possono scorgere dei caratteri. Con la mano toglie la sabbia e legge «Io sono Ozymandias, re dei re, guarda le mie opere e ammira le mie ricchezze e disperati!». Solo una pietra consunta dal tempo è rimasta a testimoniare il futuro desiderato dal potente sovrano egizio. Poche volte nella letteratura è stato così stridente il rapporto tra il futuro ipotizzato e quello reale. Vengono in mente i grandi futuri concepiti da tiranni non diversi da quello di Voltaire: la millenaria Berlino vagheggiata per il Reich, o l’esercito di terracotta del primo imperatore cinese. Sono casi celebri che mostrano una struggente nostalgia per il futuro e ci pongono l’interrogativo sulla natura del tempo; il tempo che in ogni momento quotidiano ci permette di esistere.

Giuliano Galletta con l’Hotel de l’Avenir ci propone il tema della nostalgia del futuro e ci fa riflettere sul rapporto tra noi e il tempo. La sua iniziativa è apparentemente un ossimoro: il futuro non può essere dietro di noi? Eppure siamo circondati da segni che, per parafrasare l’autobiografia di Vittorio Gassman, rivelano la sensazione diffusa di avere un futuro alle spalle. Che cosa è il futuro? Come può esistere se non è ancora avvenuto e se, anzi, non è nemmeno certo?

In Perù, a oltre tremila metri di quota, vive una popolazione che ha qualcosa di unico. Se chiedete a quelle persone di indicarvi con un gesto della mano lo scorrere del tempo futuro, si buttano metaforicamente la mano dietro la schiena. Sono stati studiati da numerosi psicologi, tra i quali George Lakoff, stupiti di un comportamento che è contrario a quello di tutte le altre popolazioni del globo: dagli italiani agli eschimesi, dagli ottentotti agli aborigeni australiani, quando si vuole indicare il futuro, si gesticola di fronte a sé, avallando la metafora che ci vede in cammino dal passato verso il futuro lungo un’immaginaria linea del tempo.  

Ritorna in mente quel tempo verbale che dava tanto filo da torcere, in un passato ormai remoto, agli studenti delle medie inferiori: il futuro anteriore. Secondo la grammatica italiana, il futuro anteriore «indica un evento futuro, anteriore a un altro pure del futuro; quindi è una sorta di passato nel futuro». E la tuta spaziale ormai consunta esposta, per di più capovolta, da Galletta è l’incarnazione di questo tempo verbale: rappresenta un evento futuro, ormai anteriore a un altro momento che non è altro che il nostro presente. Il futuro atteso è stato raggiunto e superato dal nostro presente che si trova privo di una prospettiva ulteriore e, aimé, tende a ripiegarsi sul proprio passato.

Ma non si può capire il rapporto tra futuro, passato e presente, senza affondare i denti nel più elusivo aspetto della realtà che mai si sia offerto alla meditazione umana: il tempo. Il futuro concepito da una cultura, l’utopia verso la quale una società tende è possibile solo in una comunità di soggetti capaci di avere un futuro, un presente e un passato; soggetti dotati di memoria e capaci di anticipare nuovi eventi; soggetti che vivono nel tempo e che, con il loro esistere, uniscono momenti diversi nel tempo. Ma che cosa sono il futuro, il presente e il passato? Qual è il rapporto tra me, in quanto soggetto, e il tempo?

Il fisico Richard Feynman amava dire che il tempo è il trucco che la natura usa per evitare che tutto accada nello stesso momento. Ma si trattava, è chiaro, di una battuta. Sant’Agostino voleva convincerci che ognuno di noi sa che cosa è il tempo, a patto di non doverlo spiegare. Ma anche questa soluzione non soddisfa: se non so spiegare che cosa è, allora non so veramente che cosa sia.

Sono seduto davanti al mare. Guardo le onde muoversi verso di me. Fra pochi istanti quell’onda, che adesso è così lontana, sarà quasi a riva. Mentre scrivo il tempo è passato. Quell’istante è giunto e, anzi, è stato superato. Adesso l’onda si sta infrangendo sulla riva. Il tempo trascorso ha consumato l’onda che, dopo essere brevemente passata dal mio futuro al mio passato, si trova irrevocabilmente nel mio (e suo?) passato.

Gli oggetti hanno un presente, un passato e un futuro? Le onde del mare? I protoni e i neutroni dentro le molecole d’acqua hanno un passato e un futuro? La risposta, sorprendentemente, tende a essere negativa. Se non esistessero esseri viventi capaci di ricordare e di collegare momenti anche molto lontani nel tempo, l’universo sarebbe tutto contenuto nell’immediatezza di un brevissimo presente. Al contrario, un essere vivente, e in particolare un essere umano, è in grado di collegare fatti accaduti in momenti temporalmente molto lontani. Vedo la ragazza con la giacca rossa e la incontro nuovamente alcune ore dopo. Momenti diversi si uniscono dentro di me e si propagano in combinazioni e geometrie temporali sempre più complesse. Un essere umano adulto unisce momenti separati anche di parecchie decine di anni. Una comunità di esseri umani è in grado di collegare eventi separati da millenni.

Il futuro e il passato è nella mente dei soggetti e rivela una struttura fondamentale dell’essere. Nelle equazioni della fisica non esiste la direzione del tempo. È sempre stato un motivo di malcelato imbarazzo per i grandi e meno grandi della scienza il fatto che il semplice scorrere del tempo non è presente nelle loro equazioni. Ogni equazione potrebbe essere letta all’indietro e nulla cambierebbe.

Il tempo fa parte di noi. Non potremmo immaginarci senza il tempo. Il tempo e il soggetto sono due aspetti inscindibili di uno stesso costituirsi della realtà. Paradossalmente, potrebbe essere più semplice immaginare un soggetto senza spazio che non un soggetto senza tempo. Per esempio, secondo Cartesio, gli oggetti occupano spazio, mentre il soggetto è puro pensiero senza la necessità di occupare spazio. Nemmeno lui però era riuscito a immaginare il soggetto senza tempo.

Il tempo non è solo un problema metafisico, ma una delle cifre di fondo della nostra cultura. Non solo il nostro presente si muove nel tempo, ma i nostri affetti, la nostra cultura, le nostre idee attraversano e creano il loro tempo. E il Tempo, quando si unisce a una comunità di soggetti dotati di memoria, diventa Storia.

L’uomo del paleolitico, che biologicamente era come noi, non aveva un orizzonte temporale superiore alla sua vita individuale; una vita corta, incerta, con quasi nessuna memoria del passato. L’umanità del paleolitico, spesso costituita da piccoli gruppi di individui giovanissimi, senza nessuna conoscenza dei propri predecessori, non aveva nessuna conoscenza del tempo. Le città e tutti i metodi stabili per conservare la memoria hanno permesso agli uomini di scorgere la profondità del tempo. Già Erodoto si stupiva degli innumerevoli eoni che erano trascorsi. Ma è stato soltanto negli ultimi cento anni che l’uomo si è reso veramente conto dell’immensità del tempo trascorso prima del suo arrivo. Ancora nell’Ottocento molti accettavano, come data di inizio del cosmo, il computo del Arcivescovo Anglicano James Ussher secondo il quale tutto aveva avuto inizio nel 4004 a.C.: circa seimila anni fa. Persino il grande fisico dell’era Vittoriana, Lord Kelvin, quando si trattò di stimare l’età della terra si sbagliò clamorosamente per difetto, suggerendo qualche decina di milioni di anni: un’età ritenuta incredibilmente grande all’epoca. Fu con fatica che, nel Novecento, ci si rese conto degli eoni trascorsi dall’inizio dell’universo a oggi: un tempo lunghissimo capace di generare per combinazioni casuali la vita e la complessità degli organismi, di spingere il fondo del mare verso il cielo trasformando bui abissi in picchi innevati; di erodere e polverizzare massicci montuosi sotto l’effetto di gocce d’acqua e correnti d’aria. Solo un pensatore come Luigi Pareyson riuscì a concepire un tempo ancora maggiore di quello dell’universo: tutta la storia naturale dal Big-Bang a oggi non sarebbe altro che un capitolo di una inimmaginabile storia eterna.

Torniamo all’onda: senza soggetti esisterebbe il tempo? Quell’onda sa dove si trova? In quale punto del tempo? Esiste ancora, nel tempo trascorso, in quel punto ove ora la superficie del mare è liscia, l’onda ormai passata? E il passato è veramente passato? Se lo fosse come potrebbe essere parte di noi stessi nella nostra memoria?

Se passato e futuro sono problematici non lo è da meno l’istante presente. Quanto è lo spessore dell’istante presente? Quanto dura l’ora e l’adesso? Apparentemente si tratta di una di quelle domande a cui è impossibile dare una risposta. Eppure esiste un modo concreto di rispondere a questa domanda a partire dall’esperienza quotidiana. Noi stessi – anche se abbiamo molti riferimenti con il nostro passato e, più discutibilmente, con il nostro futuro – viviamo nel presente. Noi siamo convinti di trovarci, da un punto di vista spaziale, dove si trova il nostro corpo e, da un punto di vista temporale, nell’istante presente. Ma l’istante quanto dura? L’istante è «istantaneo»?

Isaac Newton ha elaborato la nozione della freccia del tempo intesa come una retta geometrica su cui scorre il presente come un puntino privo di dimensione reale, mentre autori successivi come Henry Bergson hanno preferito prendere in considerazione un intervallo di tempo più grande, privo di una lunghezza definita, intervallo a volte chiamato con il termine durata. In realtà Newton non aveva idee così precise sulla natura dell’istante presente, ma la tradizione ha affiancato il suo nome alla concezione del tempo come punto temporale privo di spessore.

Vorrei suggerire un approccio più concreto e pratico: prendiamo in considerazione il mondo della nostra esperienza e vediamo se è compatibile con varie lunghezze dell’istante presente. Vedremo che, per essere compatibile con quello che troviamo ogni giorno dentro la nostra esperienza, l’istante presente non può essere così istantaneo.

Per mondo della nostra esperienza intendiamo semplicemente il mondo fatto da suoni, automobili, brani musicali, parole, volti, immagini pittoriche, attività neurali, movimenti, atomi, immagini televisive, segnali elettrici. Niente di esotico insomma.

Supponiamo di partire dal caso più semplice: il modello newtoniano di istante presente come punto privo di spessore. Proviamo a porci una domanda: quanto del mondo che conosciamo riesce a essere contenuto in questa fettina temporalmente nulla? Poco, molto poco. Tutta la musica, le parole pronunciate, il cinema, i movimenti, la danza scomparirebbero perché in un istante così sottile, non c’è spazio per nessuna di queste entità. Ma scomparirebbe anche l’attività neurale che è realizzata da sequenze di impulsi neurali distribuiti nel tempo. Scomparirebbero le immagini televisive costituite dallo scorrimento in un certo intervallo temporale di un fascio di elettroni su di uno schermo. Scomparirebbero anche gli atomi che sono costituiti dalle oscillazioni a diversi livelli energetici di particelle elementari in perpetuo movimento. In un istantaneo istante presente, tutto quello che conosciamo scomparirebbe. Chiaramente questo non può essere il nostro presente.

E allora quanto è lungo l’istante presente? Visto che il caso radicale (ovvero spessore nullo) non è praticabile, dobbiamo ammettere la possibilità che il presente abbia una durata. Ma come definire la lunghezza della durata? Proviamo ad applicare il metodo precedente. Supponiamo che la finestra temporale sia di pochi millesimi di secondo: una scelta arbitraria. In tale finestra continuerebbero a non esistere sequenze di attivazione neurale (che richiedono almeno una decina di millisecondi). Ma comincerebbe ad aver senso parlare di atomi e molecole. E anche di immagini sullo schermo dei calcolatori. Tuttavia continuerebbero a non esistere presenze familiari come volti (che per essere riconosciuti richiedono parecchie decine di millisecondi), parole, brani musicali.

Allarghiamo la finestra temporale da qualche frazione di secondo a un intero secondo. Gran parte dell’attività neurale si trova all’interno di questa finestra e anche molti fenomeni familiari: immagini, riconoscimento di volti, brevi suoni. Molta parte del mondo della nostra esperienza non è compreso in tale intervallo: le parole richiedono più di un secondo per essere pronunciate, i movimenti spesso si estendono su un tempo maggiore, una scena cinematografica non si esaurisce in 24 fotogrammi. Molto di quello di cui facciamo esperienza richiede tempi più lunghi.

Che dire di eventi distribuiti nel tempo: una partita di calcio, una sinfonia, una passeggiata, una sequenza di dodici rintocchi di una campana? Sono tutti fatti che accadono in un lasso temporale ampio e che non esisterebbero dentro istanti presenti più piccoli della loro durata.

Il presente del soggetto non è istantaneo e nemmeno corrisponde a una finestra temporale di lunghezza fissa. Il presente del cervello è l’insieme delle relazioni di causa che giungono a compimento. Quindi nel mio presente, in questo momento, si trovano le immagini del mio monitor, le parole che una mia collega sta pronunciando, i ricordi di anni fa, la sensazione delle dita che scrivono sulla tastiera. Si tratta di eventi che corrispondono a processi fisici distribuiti nel tempo dotati di lunghezze temporali diverse. Il mio presente non è una finestra temporale rigida, ma un insieme di relazioni di causa ed effetto.

Ci siamo allontanati dall’idea della linea del tempo sulla quale camminiamo serenamente. Il tempo è diventato più simile a un groviglio di spaghetti ognuno con un momento di presente, di passato e di futuro. Si tratta di una concezione dell’istante presente assai più complessa e articolata di quella dell’istante istantaneo senza spessore newtoniano che, come il punto euclideo, non è altro che un’idealizzazione. Neuroscienze e fisica moderna ci suggeriscono una visione della realtà costituita da fenomeni fisici con diverse durate.

Torniamo alla tuta cosmonautica capovolta esposta da Galletta. Per i cittadini sovietici degli anni Settanta, quella tuta rappresentava una proiezione collettiva verso un futuro che esisteva nelle menti di milioni di soggetti. Quei soggetti sono cambiati e quel futuro inevitabilmente è diventato anteriore al presente di quei milioni di soggetti. Il vero futuro non è mai davanti agli occhi, ma sempre nascosto, imprevedibile, opaco, trascendente. Quando lo raggiungiamo è già trasformato in qualcosa d’altro, digerito dal presente ed espulso sotto forma di passato. Lo studio del cervello non è lontano dallo studio dell’evoluzione della nostra percezione del tempo nella storia. Il cervello è molto più misterioso di quanto non si creda. La struttura della realtà si riflette nell’intreccio tra attività neurale e ambiente.

L’attività cerebrale e mentale, qualsiasi relazione esista tra le due, è fondamentalmente una forma di cambiamento e il cambiamento è l’altra faccia del tempo. Se non cambiasse nulla, il tempo scorrerebbe? E se il tempo non scorresse, potrebbe cambiare qualcosa? In una romantica fiaba cinematografica dei fratelli Coen, Mister Hula Hoop (1994), il protagonista fermava il tempo. Non è una trovata particolarmente originale. In decine di pellicole, un intervento magico blocca le lancette dell’orologio universale e tutto si ferma. Il mondo resta immutato, ma immobile. I fiocchi di neve rimangono bloccati a mezz’aria, le espressioni dei visi si congelano in un istante infinito. La scienza ci ricorda che tutto questo non è che una grossolana  finzione. Senza il tempo, i fiocchi (che sono molecole che vibrano) non esisterebbero, i visi (che sono un rapporto temporale tra il volto delle persone e chi le guarda) non potrebbero essere visti, i suoni e le parole (che sono successioni di onde di pressione nel tempo) non sarebbero neppure emessi, la luce (che è un movimento di onde tra diverse superfici) scomparirebbe. Tutto sarebbe buio, silenzio, privo di forma. Niente che conosciamo sopravviverebbe all’arresto delle lancette. Noi e il nostro mondo siamo fatti di tempo in modo molto più radicale di quanto non si pensi. Nella fiaba di Michael Ende, Momo, si racconta di uomini neri che rubano il tempo agli esseri umani. Non ruberebbero solo il tempo, ma la nostra stessa essenza che è un continuo divenire, un ininterrotto cambiamento.

Il futuro non è davanti a noi. Il futuro storico, sociale, utopico è sempre un futuro già passato, destinato a diventare anteriore con insospettata rapidità. Il futuro vero è quel non essere da cui scaturisce l’essere; è l’incompletezza radicale del presente. Il presente per essere deve cambiare, mutare, generare il diverso da sé. Il presente deve uccidere il proprio futuro. Il cadavere è il passato, ma un cadavere fertile che consente di tenere in vita lo scorrere del tempo.

E non sono soltanto le civiltà che scoprono il radicale carattere alieno del futuro. Ogni essere umano lo scopre a sue spese nel corso della vita. I bambini credono nell’immutabilità del presente. Vorrebbero mantenerlo in un’eterna conservazione. Ma già nell’adolescenza si fa esperienza con il cambiamento e con esso della morte del presente. Nel 1971, il duca bianco David Bowie cantava «Ch-ch-Changes/Just gonna have to be a different man/Time may change me/But I can't trace time». Una scoperta dolorosa la sua che condivideva con milioni di adolescenti. Non si può vivere senza divenire, e non si può divenire senza divenire qualcos’altro, cioè morire. Nel Gattopardo, il principe di Salina, osservando Angelica e Tancredi, riflette sul fatto che non esiste spettacolo più patetico di quello offerto da una coppia di giovani che credono che il loro futuro sarà liscio come quello del pavimento su cui danzano.

«Passato», «futuro», «presente», «soggetto», «storia», «cambiamento» sono termini con cui si cerca di catturare l’essenza di qualcosa che, alla fine, sfugge a ogni definizione rigida; qualcosa che corrisponde alla struttura della realtà.

Il futuro però non è morte e non è né morto né scomparso. Anzi. Il futuro è la condizione per il nostro essere. L’idea che nel futuro, prima o poi, non ci saremo è figlia della concezione lineare del tempo; corrisponde all’idea che il tempo scorra lungo un binario e che, giunti a un certo punto, saremo lasciati indietro. Questa concezione è stata superata. Il soggetto corrisponde al cambiamento che egli stesso provoca nel proprio tempo; un tempo denso, spesso, complesso, articolato, pluridimensionale.

È scomparso il futuro anteriore, l’idea che il futuro possa essere un oggetto, un dato; è morto il futuro progettato. Troppe utopie si sono rivelate proiezioni semplificate del passato. La civitate Dei non è altro che l’età dell’oro temporalmente posposta. I battiti delle ali dell’Angelus Novus di Klee, astutamente evidenziate da Galletta, sono il battito del cambiamento che, come una bufera porta il nuovo. Le macerie non sono quelle del futuro, ma quelle del futuro anteriore che era stato concepito nel passato. Guardo i volti dei pellegrini di Lourdes, che mi fissano dal passato e che, potrei chiedermi, stavano guardando un futuro. Beh, quel futuro a cui loro pensavano, ne sono sicuro, non siamo noi. Noi siamo un futuro alieno che spinto dal tempo si è sostituito a loro. Non nutriamo sensi di colpa però. Già le ali dell’Angelus Novus battono ancora, mai stanche. L’universo deve realizzare tutti i possibili e noi corrispondiamo soltanto a uno di essi.

 

 

 

Giuliano Galletta aveva di che…

Carlo Romano

Giuliano Galletta aveva di che essere contento. Prendeva la vita per il verso giusto, ammesso che ci sia un verso per prenderla. Ciò che tentava di intraprendere andava a buon fine, cosa che in un temperamento diverso avrebbe sortito un senso non del tutto ingiustificato di onnipotenza. Ma Galletta aveva un cruccio, benché insufficiente a fare di lui un carattere tormentato. Conviverci non fu difficile e ancor meno difficile fu confessarlo, una mossa che d’altra parte si dice renda poi tutto più semplice. Per sua stessa ammissione si sentiva completamente privo di talento, e ciò poteva sembrare un guaio per chi a un certo punto - fra l’altro precoce – sentiva crescere in sé la vocazione dell’artista. A Galletta non interessava più di tanto - anzi, non gli interessava affatto - quell’ebbrezza che porta a credere di fare della propria vita un’opera d’arte, semmai cercava di vivere da artista quanto andava facendo. Ciò che lamentava in fatto di talento scoprì non essergli di ostacolo e se anche si imbatté in certe confortevoli dichiarazioni dell’amato Samuel Beckett, egli si era già tirato su il morale per conto proprio.

Da tempo immemore alle arti visive non si chiedevano più le capacità di un Raffaello o di un Ingres. Fra gli altri, Marcel Duchamp, un artista al quale senz’alcun dubbio un certo talento tradizionale non mancava, aveva preso a lasciarsi alle spalle i pennelli preferendogli la vita comoda e il gioco, dimostrando che bastavano poche ideuzze per niente faticose a fare dell’arte. Non fu il solo e non fu il primo. Nell’epoca vivace in cui nell’arte tutto sembrava eresia, non era nemmeno il più in vista. Quando Galletta scoprì la sua vocazione, Duchamp, benché non da molto, era già morto, tuttavia la sua reputazione era alle stelle e riferirsi a lui costituiva una fonte di legittimazione. “Le posizioni eretiche”, ha scritto il noto divulgatore dei principi religiosi cattolici Vittorio Messori, “sono come quelle erotiche: poche e ripetitive”, con ciò a quelle erotiche ci si continua solitamente a dedicare senza noia, meno a quelle eretiche, le quali strada facendo perdono smalto, salvo conformarle in una speciale dottrina, e a quel punto interessano soprattutto sparsi individui che condividendola (la dottrina) sembrano trovarvi un senso di potenza e di distinzione dall’uomo comune che non trovano nel lavoro appagante e nella famiglia felice che magari hanno (e ciò potrebbe dirla lunga sulla famiglia e sul lavoro, chissà).

Galletta si svegliava all’arte proprio quando questo carattere dottrinario era, come Duchamp, alle stelle. L’arte – vale a dire gli artisti, i critici, le riviste, le gallerie “che contano” – aveva assunto più l’atteggiamento di chi comanda di quello che, eventualmente, suggerisce, cosicché tutto sembrava rientrare, anche quando non c’entrava affatto, negli assiomi spesso cupi, ma anche ridicoli, delle “concettuali” tendenze dominanti. Era persino difficile resistere al canone, eppure, magari con prudenza, riconoscendo il buono quand’era il caso, succedeva. Se Galletta ne fu risparmiato lo dovette innanzitutto alla peculiare vena poetica, che del resto, parsimoniosamente, palesava anche attraverso i versi “lineari”, non soltanto rasentando la “Poesia visiva”.

Fin dal principio fu chiaro che Galletta non voleva mostrare al mondo altri mondi, di cui non gli mancava d’altra parte la cognizione, ma soltanto se stesso. Scelse l’arte, per così dire, come forma dell’autobiografia. In quello stesso momento la sua confessione circa il talento  assunse contorni paradossali: non ne ha per l’arte, la fa, dunque il talento ce l’ha. “Tutto quel che dico è falso”,  asserisce un noto paradosso. Se è probabile credere a un Galletta avvinto in queste inestricabili contorsioni, lo è altresì prendere alla lettera la sua ammissione. C’è per giunta da considerare che con questa volesse fare semplicemente il punto sulla condizione dell’arte (e non solo) tracimando la propria      autobiografia in quella di tutti. Non si può soprassedere infine sull’ipotesi che Galletta, altrimenti amabilmente felice, possa essere nient’altro che pessimista. Esserlo non vuol dire trascorrere una vita disastrata e priva di allegria, significa porsi delle domande (classicamente sul bene e sul male) che non sempre trovano risposta e consolazione. Nell’opera di Galletta – si tratti di quella visiva, di quella poetica centellinata sfiorando l’epigramma, di quella giornalistica e intellettuale in genere - c’è allegra ironia e c’è infatti (com’è nell’ironia, allegra o meno che sia) pessimismo. Pensandoci, non mi viene in mente il nome di un artista d’oggi che sia sinceramente pessimista. Galletta, così su due piedi, mi pare l’unico.

Giungendo all’attuale mostra, colpisce come elemento risolutivo la vecchia tuta spaziale di un astronauta della ingloriosamente finita Unione Sovietica. Diventa complicato anche soltanto vagheggiare in questo caso qualcosa di autobiografico, non essendo Galletta né russo né tantomeno astronauta. Potrebbe semmai abbozzare uno di quei sogni infantili per cui con sicurezza intorno agli otto anni si decide di fare il pompiere o il corridore automobilistico. Il ricordo del mondo diviso in blocchi partigiani che, a un certo punto, per la gioia delle masse, competono coi loro programmi spaziali è un’altra immagine verosimile dalla quale, volendo, si potrebbe far discendere l’idea che poi quei blocchi nella sostanza tanto diversi non lo erano. In un’ulteriore concessione interpretativa, si andrebbe a vedere colmato il rapporto tra ideologia e realtà nel rimescolio di quello fra arte e verità.

Gli artisti sono comunque tali anche per l’uso spregiudicato ed esoterico delle metafore, e non sempre è dato decifrarle. Molte volte è anzi conveniente non farlo poiché (come nei casi suddetti) si resterebbe delusi. Quanto alla verità, se veramente Galletta, come si è detto, è pessimista, il problema se lo dovrebbe porre in maniera molto lasca e per niente assertiva. Il dolore che c’è dietro alle immagini gioiose di contorno alle vecchie imprese spaziali sovietiche non gli è ovviamente sconosciuto, ma resta fuori dal raggio della mostra – a meno che non si vogliano considerare le macerie che sottolineano il suo titolo, Hotel de l’avenir, come il suggello di quel dolore. Per altro, questo nome non rimanda solo a qualcosa come un antico falansterio fourierista o all’illusoria delizia di un futuro miseramente crollato: c’è nei fatti, attivo ed operante, un lussuoso albergo parigino che lo riporta.

In un contesto dell’arte che non ha esitato a rappresentare un ammiccante ribrezzo – lusingando una certa categoria di malinconica, conformistica e inguaribilmente superba clientela – quella di Galletta è l’espressione non conformista di quello che, poco o tanto che sia, sa fare con le proprie occasioni e le proprie ossessioni. Nient’altro. L’avenir non ha hotel diverso da quel che siamo. Ieri e oggi sono trattati in questa mostra nel viluppo stentato di un  personale flusso di coscienza che è l’ordinaria immersione quotidiana nel disordine delle immagini. Che ognuno poi ci veda quel che vuole, Gagarin o macerie.

Rispetto alla dimensione astronautica, l’altro e più appartato elemento, strategicamente laterale all’allestimento della mostra, pare aver maggior schiettezza di autobiografia, sia pur intitolandosi a una “ragazza con la giacca a vento rossa” per buona creanza è consigliabile non indagare troppo, qualora si supponesse una lontana storia fra ragazzi e ragazze. Il colore della giacca è tuttavia inequivocabilmente collegato al mondo che fu della tuta spaziale e a questo punto, benché gli elementi del discorso si contino in misura accettabile, si rischia ciò nondimeno la baraonda, per cui mi par opportuno tener presente la massima di Joseph de Maistre: “il capolavoro del ragionamento consiste nello scoprire il punto in cui bisogna cessare di ragionare”. E, per realizzare ogni tanto anch’io un capolavoro, lo faccio. Credo che Galletta apprezzerebbe. Ancor più credo che apprezzi, come chiusa, questa volta di Karl Marx, un’altra citazione, altrimenti passibile di esser posta ad esergo: “chiedere agli essere umani che abbandonino le illusioni riguardo alla loro condizione, equivale ad esigere che una condizione bisognosa di illusioni sia essa stessa abbandonata”.