Remo Bodei, la scomparsa del futuro

 C'era una volta il futuro. Dal sol dell'avvenire al piano quinquennale, da Jules Verne alla fantascienza, dalla conquista dello spazio al mito del robot. Oggi quel futuro non esiste più. Abbiamo chiesto al filosofo Remo Bodei di spiegarci perché.

Effettivamente c'è stato un abbassamento dell'orizzonte delle attese da parte di generazioni che in precedenza erano abituate a proiettarsi nel futuro sia dal punto di vista della tradizione rivoluzionaria e democratica - per cui il futuro era rappresentato dalla società senza classi o dal regno cosiddetto della libertà - sia dal punto di vista teorico perché le utopie erano quelle che governavano i progetti di società diverse.Oggi noi assistiamo intanto a una sorta di denigrazione delle utopie, nel senso che sono ritenute responsabili dei disastri che i totalitarismi hanno prodotto nel Novecento perché hanno voluto portare il cielo in terra, la perfezione su questo mondo e addirittura trasformare la natura umana.

E questo a cosa ha portato?

A tutta un'ideologia che invita a non fare grandi progetti, a non elaborare programmi di trasformazione radicale del mondo e ad accontentarsi del piccolo cabotaggio e dei piedi di piombo. Ci si contenta di quello che passa il convento nel senso che è difficile progettare un futuro che tra l'altro è pieno di sorprese, come diceva il grande economista inglese John Maynard Keynes l'inevitabile non accade mai, l'inatteso sempre. Proliferano così solo utopie private a prezzi stracciati, i sogni nel cassetto, è una sorta di privatizzazione del futuro. Non è che non si pensi al futuro ma ciascuno pensa al proprio, si ritaglia per così dire una fetta di cielo. Quindi c'è un motivo politico e un motivo storico in questo deperimento dello sguardo rivolto in avanti e il ritorno dello sguardo rivolto verso l'alto, verso il sacro.

L'uomo sente di avere perso il controllo del suo futuro.

Si è verificata, in un certo modo, una rinuncia a spiegare con strumenti umani, o se vogliamo troppo umani, gli eventi storici e soprattutto il male che si è visto diffondersi nel mondo e un ritorno a spiegazioni che trascendono la capacità degli uomini di controllare la propria storia. E' proprio un'assenza di controllo percepita degli eventi storici che fa perdere la fiducia nella progettualità del futuro. Certamente poi c'è anche l'impatto delle tecniche che, accelerando il cambiamento, ci abituano a vivere giorno per giorno in attesa di quello che succederà. C'è poi il consumismo che serve quasi come premio di consolazione. Questa situazione non si può però combattere moralisticamente, anche questi paradisi privati, queste forme futili di progettazione della propria vita, dipendono in realtà da una latitanza della politica. Non si propongono ideali politici più grandi e più importanti per cui ognuno "bordeggiando, bordeggiando", cerca la sua strada e non è facile trovare progetti politici.

Resiste quindi la dimensione del futuro individuale rispetto al collettivo. Ma che rapporto c'è fra queste due idee di futuro?

Dipendono l'uno dall'altro. Il proliferare delle prospettive individuali o individualistiche di futuro è il risultato della debolezza dei progetti politici. D'altra parte è anche vero che i progetti politici nel cosiddetto Welfare State sono entrati in crisi per le nuove forme di economia, soprattutto la presenza dell'uomo flessibile. la scomparsa del posto fisso e il restringersi delle disponibilità finanziarie. Quindi c'è un senso di inquietudine, si guarda al futuro non più come prima, col segno più, ma con il segno meno. Prevalgono paura e angoscia.

Futuro e utopia sono da sempre due parole strettamente collegate, è ancora così?

Non sempre le utopie sono state legate al tempo e al futuro. Inizialmente l'utopia era legata a un luogo. Moro, Campanella, Bacone hanno concepito l'utopia come una società perfetta fatta di uomini giusti, felici e soprattutto ordinati che vivono in isole in cui si giunge per caso o per naufragio. Questi modelli sono inapplicabili alla realtà e devono essere pietre di paragone. L'utopia è stata legata al futuro soltanto a partire da Luis Sebastian Mercier che nel 1770 in un libro intitolato "L'anno 2440" sposta la società perfetta dallo spazio geografico al tempo e quindi al futuro. Questo ha un effetto enorme, perché va a intrecciarsi con le teorie di Rousseau e dei Giacobini nel senso che l'utopia temporale implica che dal presente imperfetto di questo mondo si possa giungere, a tappe più o meno forzate, verso la perfezione. Questo modello poi è stato ripreso da Marx ma in maniera più complessa cioè ibridandolo con la storia, innervando l'utopia di realismo e dando alla storia una direzione: quella della rivoluzione. Quello che è fallito è questo modello, cioè noi non pensiamo più che basti mettersi su una presunta cresta dell'onda della storia perché il movimento delle cose stesse ci spinga verso il futuro e quindi questa idea di fine della storia, propugnata da Fukuyama, è una panzana. Lui ha pensato che una volta caduto il Muro di Berlino, tuto il mondo sarebbe diventato democratico e liberale e i problemi sarebbero stati risolti. In realtà come abbiamo visto di problemi ne sono venuti fuori tanti altri. La storia è tutt'altro che finita.

Oggi soprattutto i giovani vivono molto intensamente la dimensione del virtuale, dai livelli più bassi del reality show, fino ai videogame e soprattutto a internet. Si tratta di una forma di altrove, di un mondo ideale parallelo, utilizzabile quando e come si vuole, forse una nuova forma di utopia a portata di mano?

In realtà direi che si tratta di un'estensione mentale e sensoriale della nostra esperienza, Questo uso del virtuale, non tanto della realtà virtuale perché è ancora poco diffusa, si attua principalmente attraverso la navigazione in internet, la posta elettronica, i telefonini. Sono tutti modi di collegamento sempre più stretto con la tela di ragno globale, il world wide web, appunto. E' un sistema di integrazione che funziona, ad esempio, attraverso l'accesso a banche dati, a riserve di memoria impensabili solo qualche decennio fa. Spesso si dice che i giovani non hanno memoria, però avere a portata di pc biblioteche intere, libri interi (Bill Gates sta pensando di mettere in rete tutti i libri dell'umanità) è un grande arricchimento, se poi diventa invece una fuga questo naturalmente è un rischio insito in tutte le tecnologie. Certe chat line diventano vere forme di simulazione, a volte anche divertenti: un vecchio di ottant'anni si presenta come una fanciulla diciottenne per ciattare. La Rete amplia i confini della realtà e ha questo rischio di illusorietà, ma la colpa non è del mezzo che anzi apre infiniti orizzonti.

Giuliano Galletta, 2005