
Ulrich Beck
IL PRESIDENTE americano Barack Obama che annuncia provvedimenti
protezionistici, i lavoratori inglesi in rivolta contro quelli italiani
accusati di rubare il loro lavoro. Sono segnali diversi per importanza e
dimensione ma che vanno nella direzione di cure che rischiano di essere
peggiori del male. Ulrich Beck, il sociologo tedesco che oggi parlerà a Genova
nell’ambito della rassegna Meetix e che riceverà il premio “Mondi Migranti”, ha
studiato gli effetti della globalizzazione sull’economia e la democrazia
teorizzando il “cosmopolitismo” come metodo di collaborazione fra Stati e
all’interno degli Stati, all’insegna dell’accettazione dell’Altro, del diverso
e dello straniero.
Professor Beck, la globalizzazione tende ad annullare i confini,
ma nel momento delle difficoltà le nazioni tendono a ripiegarsi su se stesse.
«Le proteste che si registrano in questi giorni contro i
lavoratori lo sarebbe il provvedimento, ventilato in italiani
sono un grave errore come Italia, di vietare i ristoranti etnici. Di fronte
all’invecchiamento della popolazione e al crollo della natalità l’Europa ha
davanti una sola soluzione, l’immigrazione, ed è sempre stato così nel corso
della Storia. Ormai in questo mondo siamo tutti collegati e non ci sono più
soluzioni nazionali a problemi nazionali. Abbiamo bisogno di Paesi aperti che
si abituino alla pluralità e alla ricchezza delle diversità. E che sappiano
riconoscerla. Questa è l’unica via possibile. Coloro che oggi invocano di nuovo
il nazionalismo non sono certo dei patrioti».
Ma anche gli Stati Uniti sembrano intraprendere la strada di un
nuovo protezionismo.
«Invece non credo che, alla fine, Obama porterà avanti una politica
protezionistica. Al contrario il nuovo presidente incarna la speranza di una
politica influenzerà positivamente gli altri Paesi, inclusa cosmopolita
in un’America che l’Europa».
Lei vede il rischio di atteggiamenti xenofobi nel mondo del
lavoro?
«La globalizzazione ha effetti rilevanti sulle singole società
nazionali che però sono diversi in base ai tipi di lavoratori. Ce ne sono
alcuni che possono svolgere la loro attività a livello transnazionale e sentono
meno il peso della concorrenza internazionale, anzi riescono ad approfittarne.
Altri invece, meno professionalizzati ma fino a ieri più protetti dai confini
nazionali, subiscono in modo più drammatico le regole del mercato. In questa
situazione si registra una crescente scissione, all’interno delle singole
nazioni, con i gruppi che si sentono minacciati e che reagiscono in modo
eclatante e a volte anche xenofobo. Costoro si aggrappano alle loro consolidate
certezze e vorrebbero ricostruire le vecchie frontiere. La prima tipologia di
lavoratori, che comprende professionisti, tecnici dotati di una maggiore
formazione e di know how, è meno soggetta a queste reazioni. Questo è il background
che è all’origine di molte delle reazioni xenofobe a cui assistiamo. I
politici, a questo punto, devono assumere posizioni molto nette di condanna di
questi atteggiamenti. Una reazione più debole e accondiscendente potrebbe
infatti avere effetti catastrofici».
Quale può essere il ruolo dell’Europa in questo contesto?
«Dobbiamo tentare di darle assolutamente un nuovo volto. Se
vogliamo lottare contro questa ondata di xenofobia dobbiamo creare, ed è gli
europei capiscano l’importanza del basilare, un’Europa sociale. Bisogna
che continente proprio per la sua posizione. Fino ad oggi siamo stati un
supermarket capitalista, d’ora in poi non sarà più possibile. È necessario che
gli stati una politica europea non limita la loro sovranità ma nazionali
capiscano che anzi la rafforza. Il caso dell’immigrazione è il più evidente ed
è possibile affrontarlo solo con una vera politica europea, sempre più urgente.
Purtroppo i politici sono così attaccati al loro feticcio nazionale che non
riescono a trovare soluzioni alternative».
Non serve quindi essere “più cattivi” con i migranti come ha
sostenuto recentemente il ministro dell’Interno italiano?
«Mi
sembra un’asserzione da condannare al 100% e che oltretutto va contro le regole
europee. Secondo me il ministro non sapeva esattamente cosa stava dicendo.
Forse è un messaggio difficile da far capire, ma se mandassimo a casa tutti i
clandestini o gli irregolari, in Italia come in Germania l’economia
collasserebbe. Per la prima volta nella Storia non è più possibile escludere
l’Altro, lo straniero dallo spazio comunicativo in cui viviamo. Dobbiamo
abituarci a questa idea anche se non è facile. È una situazione molto complessa
e vanno prese sul serio anche le difficoltà che abbiamo nel gestirla. Per
questo ci occorrono istituzioni che aiutino le fasce più deboli ad affrontare
questa realtà. Peraltro, non abbiamo bisogno di politici che gettino benzina
sul fuoco».
A volte si ha l’impressione che i governi siano impotenti di
fronte al capitalismo globale. È vero?
«Sì, ma allo stesso tempo davanti alla crisi finanziaria hanno
dimostrato un nuovo attivismo. Forse perché i fondamentalisti del libero
mercato sono diventati improvvisamente socialisti. Un socialismo riservato ai
ricchi; gli altri devono continuare a vivere sotto le vecchie regole».
“Il SecoloXIX”, 5 febbraio 2009